Venerdì, 30 Luglio 2021
Politica

Orlando al “Red Village”: “Democrazia limitata senza verità sulle stragi”

Il sindaco di Palermo ospite del campeggio Frassanito racconta la "rottura" partitica della sua elezione e rilancia il modello per l'Italia. Poi sulla trattativa Stato-mafia: "Se non si fa luce si compromette la democrazia stessa"

Orlando (foto di Ivano Giaffreda)

OTRANTO – Dalla “primavera dei sindaci” alla rotture degli schemi politici tradizionali, dalla Sicilia come laboratorio futuro per un’alternativa politica valida per l’intera Italia alle zone grigie della Repubblica: Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, tocca diversi aspetti nell’incontro al “Red Village” di Frassanito, ad Otranto, in una sorta di mini antologia dei temi che attraversano questa delicata fase politica nazionale.

E sceglie il campeggio dei giovani comunisti per portare la sua esperienza e raccontare la propria visione rispetto a quanto sta accadendo in queste settimane, anche dalla sua Sicilia, interessata da una ridda tra il governo regionale e quello nazionale sul presunto o reale “default”. Orlando sorride appena sente il nome del governatore siciliano e chiarisce che la regione è nel baratro: “Non poteva finire diversamente dopo un sistema così evidentemente clientelare messo in piedi”.

E sul perché il primo cittadino di Palermo abbia avvertito l’esigenza di ritrovarsi ad Otranto, dentro questo particolare campeggio “politico”, la ragione, come sottolinea, è “molto semplice”: “Se sono sindaco lo devo anche, nella circostanza, alle forze politiche che hanno aderito alla mia candidatura fin dal primo momento e, cioè, Italia dei Valori, la Federazione della Sinistra e i Verdi. È anche un modo per ricordare l’importanza dell’esperienza palermitana”.

Perché mai, però, quella esperienza dovrebbe essere così “importante”: “Perché da Palermo può partire la terza Repubblica. Faccio una considerazione: io sono stato eletto col 74 per cento dei consensi, la coalizione che mi sosteneva ha preso il 14 per cento; significa che ho ottenuto 60 punti percentuali in più della mia coalizione. Posso dire che Idv e Federazione della Sinistra sono inadeguati a raccogliere un simile consenso? Lo dico essendo un leader nazionale di Italia dei Valori, ma riscontrando che il mio partito prende appena il 10 per cento nella città in cui mi candido a sindaco. Non è, dunque, adeguato. Posso dirlo? Vado oltre e dico che e se non è adeguato l’Idv, che è il primo partito di Palermo, possono essere adeguati il Pd o il Pdl che hanno preso di meno?”.

Il ragionamento, insomma, viaggia sull’idea di una “rottura”, nonostante gli si faccia notare che non sia assimilabile ad una figura “nuova”: “Credo, però, che la novità stia in quello che è accaduto a Palermo, dove è arrivato uno schiaffo in faccia ai partiti. Idv e la Federazione della sinistra hanno avuto il merito di capire che bisognava tentare una carta diversa dalle coalizioni tradizionali. E io esprimo massimo apprezzamento per loro perché hanno scommesso su una rottura”.

Orlando rivendica, dunque, il proprio ruolo da persona “fuori dagli schemi”: “Mentre Luigi De Magistris o Giuliano Pisapia – afferma -, che sono grandi sindaci di città importanti, sono tutto sommato sindaci di centrosinistra, sebbene dopo primarie o primi turni controversi, io rivendico una diversità e una discontinuità. Non dimentichiamo che contro di me son venuti a Palermo a dire di non votare per me Bersani, D’Alema, Fioroni, Letta. Per questo, dico che a Palermo si sono rotti gli schemi tradizionali”.

“Il consenso che ho avuto – prosegue - è in qualche modo una risposta a Grillo e a Monti. Alla protesta della prima proposta e al tecnicismo senz’anima della seconda. Io sono apparso in qualche misura un po’ anticasta come i grillini, perché ho interrotto il mio carrierismo per fare il sindaco a Palermo, quindi, in controtendenza col carrierismo della casta. Dall’altra parte sono apparso uno che il sindaco lo sa fare”.

Ma Palermo non è “l’unico avamposto della rottura”: “Con Federico Pizzarotti mi sento quotidianamente, perché considero anche l’esperienza di Parma un allarme alla politica. E, nel centrodestra, sento di sostenere che anche l’elezione di Flavio Tosi rappresenta un elemento di rottura nella sua coalizione. Sono tre esperienza che rappresentano la messa in mora del sistema dei partiti”.

Niente più foto di Vasto, allora, al contrario di quello che pensano molti nella stessa Idv: “Tra Vasto e Palermo – precisa - scelgo Palermo”. Ma il concetto di “vera alternativa” in cosa consiste? “Nel non farsi travolgere dai tatticismi senza prospettiva del Partito Democratico. Il Pd oggi non sa che pesce è. È rimasto intrappolato nel sostegno al governo Monti. Noi al premier avevamo chiesto di stare in carica sei mesi e fare scelte molto più radicali. Restando in carica in un lungo periodo, c’è il rischio del galleggiamento”.

“Il tema di fondo – avverte - è se riusciremo, partendo dall’esperienza palermitana, quindi, dal basso, a mandare un segnale positivo: il primo appuntamento sarà in Sicilia, dove si voterà ad ottobre o novembre e dove voglio mettere tutto l’impegno affinché l’esperienza di Palermo non resti isolata. Per ricostruire un percorso per la Sicilia e per l’Italia”.

Ma non c’è solo la Palermo del laboratorio politico, ma quella sotto assedio da parte delle istituzioni per le indagini sulla cosiddetta trattativa Stato e mafia:“Io non ho né prove né indizi. Ma sono convinto che ci sia stato un perverso e infame accordo di trattativa tra lo Stato e la mafia. E sono convinto, senza prove né indizi, perché ho vissuto con Paolo (Borsellino, ndr), quella stagione e che lui non sarebbe stato ucciso se non si fosse opposto alla trattativa. E proprio perché non ho né prove né indizi sto dalla parte dei magistrati che le prove e gli indizi li vanno a cercare”.

Inevitabile un passaggio sulla vicenda Ingroia e sul suo ormai probabile trasferimento in GuatemalaDSC_0169-2: “Io considero negativa qualunque azione che possa in qualche modo impedire che si accerti la verità su quelle stragi. Non parliamo di un aspetto che riguarda un eventuale insuccesso della giustizia, ma un pericolo per la democrazia, perché quel rapporto Stato mafia laddove non viene sciolto rischia di passare come un’ipoteca sulla democrazia. Tanti di quei personaggi coinvolti in quella vicenda svolgono ancora un ruolo oggi”.

“Aggiungo – puntualizza - di esser convinto che nel 92’ non ci fu solo una trattativa tra Stato e mafia, ma uno scontro tra due Stati che usavano la mafia: la parte corrotta dello Stato della Prima Repubblica e la parte piduista dello Stato della Seconda Repubblica”. Quella zona grigia, però, si palesa ancora oggi con tutte le sue contraddizioni: “Esiste ancora. Per questo il tema non è giudiziario, ma politico. È normale che la politica abbia perso per vent’anni la memoria e abbia avuto bisogno dei magistrati per ricordare che è successo qualcosa vent’anni fa? In questi vent’anni cosa si è fatto? Portare solo corone di fiori alle ricorrenze come fanno le ombre di ombre?”

“Fare chiarezza – conclude - è un’esigenza politica e credo che la giustizia debba essere messa nelle condizioni di lavorare. Chiunque cerca di impedire l’accertamento della verità rischia di compromettere la democrazia nel nostro paese. E noi siamo in un paese a democrazia limitata, finché non faremo verità sulle stragi del ‘92”.

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