Lunedì, 26 Luglio 2021
Politica

Più disoccupati, meno imprese, lavoro precario. Cosa resta del Primo Maggio

Tassi di occupazione in caduta libera, impennata della cassa integrazione, fallimenti di imprese. Tra i tradizionali appuntamenti per festeggiare, anche i mugugni del popolo della rete. Perenni anche le polemiche sull'apertura dei negozi nei festivi

LECCE – Il primo maggio 2013 rischia di essere ricordato come una delle ricorrenze più paradossali del calendario contemporaneo. Non che la festa dei lavoratori abbia perso il suo senso, che coincide con i traguardi raggiunti dalle rivendicazioni operaie e dai movimenti sindacali. Anzi, in un contesto di recessione economica, i primi capisaldi ad essere messi in discussione sembrano essere proprio quei diritti (in termini di orario di lavoro, tutele per eventi naturali, stabilità e continuità) faticosamente conquistati al prezzo di dure lotte.

E’ proprio il concetto di “lavoro” quello che, da ore, sta spaccando il popolo opinionista dei social network tra chi afferma di non saper cosa festeggiare ( o da cosa riposarsi) e chi la prende con più filosofia. I più arditi commentatori affollano le varie bacheche con immagini luttuose. Commemorando il ricordo di chi, rimasto senza stipendio, non ha retto al peso dell’esistenza. 

Concerti ed eventi a parte, ed al netto delle feste in famiglia o delle gite fuori porta, il primo maggio si apre nella consapevolezza di un dramma economico alle porte. Un’emergenza sociale che suona la sua campana da tempo e che ha trovato nei proclami (più che in manovre decisive) il suo sbocco naturale. Mese dopo mese, il fallimento delle imprese si estende come una macchia d’olio che desertifica i territori: mai come quest'anno elevato è stato il numero di suicidi di titolare di aziende strozzate tra il peso dei debiti, la difficoltà di riscuotere i crediti dalle pubbliche amministrazioni e di accedere ai prestiti bancari. 

Eclatante il caso salentino  stretto nella morsa della crisi del manifatturiero, ed in cui persino il comparto turistico ed enogastronomico reggono a fatica. In provincia di Lecce, evidenziava la Uil di Lecce nel suo ultimo rapporto sullo stato di salute dell’economia, per ogni impresa che apre, altre due chiudono i battenti per sempre.

Il termometro più preciso della situazione è fornito dal ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali: strumento tampone per lavoratori ed imprese, che ha il suo picco regionale nel ricorso alla cassa in deroga. La coperta, ormai corta, appena basta a soddisfare le richieste dell’Inps fino alla fine di giugno. Ultimo termine dell’ennesima proroga che restituisce un po’ di ossigeno a settemila famiglie in tutta la regione.

Ma il trend di accesso agli ammortizzatori sociali è in continua ascesa, così come evidenziato dall’osservatorio sindacale per il mese di marzo: 644mila le ore complessivamente autorizzate, con un aumento del 21,3 per cento rispetto al mese di febbraio.

Il quadro si inserisce in una cornice di occupazione nazionale in caduta libera, confermata – qualora ce ne fosse bisogno – dagli ultimi dati Istat: a marzo  gli occupati erano 22 milioni e 674 mila, su scala nazionale, in diminuzione dello 0,2 percento rispetto al mese precedente. Ed il calo riguarda la sola componente femminile.

E i numeri volano se calcolati su base annua: nel 2013 (anno che smentisce ogni rosea previsione di ripresa) il tasso di disoccupazione è cresciuto dell’11,2 percento. Lavoratori rimandati a casa senza troppi complimenti e, come sottolinea la componente sindacale, con un sistema di tutele che s’indebolisce ad ogni manovra economica governativa.

L’emergenza occupazionale, evidentemente, ha assunto contorni talmente drammatici da dover diventare la priorità nell’agenda politica del nuovo governo, a detta di tutte le parti sociali. E ben oltre le buone intenzioni. Ultimo, in ordine di tempo, il deputato del Pd Teresa Bellanova che da questi dati è partita per esortare il nuovo esecutivo a rispondere con la massima urgenza, invocando misure concrete.  

Un altro fronte che sta scricchiolando è quello del lavoro nelle aziende partecipate dagli enti pubblici, una valvola occupazione, troppo spesso gestia allegramente, non trascurabile soprattutto in molte città del Mezzogiorno d'Italia: la scure della spending review scaraventa le amministrazioni al muro delle responsabilità e diverse trattative sono già in corso, anche a Lecce, per ridurre al minimo l'impatto sui lavoratori del contenimento della spesa. 

Non se la passa meglio il terziario, schiacchiato tra la presenza ingombrante della media e grande distribuzione e la contrazione dei consumi. Sullo sfondo poi rimangono, intatte e inascoltate, le denunce di Cgil, Cisl e Uil per le liberalizzazioni delle aperture festive e domenicali, sancite dall’articolo 32 del cosiddetto decreto “salva Italia” del governo Monti. Così anche questo Primo maggio avrà per protagonisti un piccolo esercito di lavoratori, asserragliato dietro le saracinesche alzate di numerosi esercizi commerciali in tutta la provincia. “Con buona pace dei diritti, primo tra tutti quello di dedicarsi al proprio tempo ed alla propria famiglia”, tuonano da tempo i responsabili dei tre sindacati confederali.

Il lavoro rimane oggi, e per i prossimi tempi, la parola d’ordine. La carta su cui, senza pochi dubbi, si misurerà la tenuta sociale ed il grado di civiltà del Paese e rispetto al quale il governo Letta è chiamato a dare risposte urgenti e concreti, per scongiurare lo scenario di un autunno che più caldo non si può. Non si contano, quotidianamente, le tensioni sociali. Doveroso il ricordo ai troppi che, anche quest'anno, hanno perso la vita, o rimediato gravi lesioni, nello svolgimento delle loro mansioni, in fabbrica come altrove: uomini che non vengono commemorati con applausi in Parlamento e che pur costituiscono uno spaccato dei martiri dei nostri tempi.

Ma il lavoro è anche il tema cardine dell’appuntamento di oggi a Tricase che vedrà impegnate Cgil, Cisl e Uil in un dibattito sui temi stringenti dell’economia e dell’occupazione del territorio. L’appuntamento è per le 17 presso l’Acait, storica fabbrica di tabacco in cui scoppiò la prima grande rivolta delle tabacchine contro l’intenzione di delocalizzare lo stabilimento. Una rivolta che fu sedata nel sangue, con la morte di cinque persone, tra cui tre lavoratrici e un bambino: Maria Assunta Nesca, Pietro Panarese, Cosima Panico, Pompeo Rizzo, Donata Scolozzi.

Durante l’iniziativa sarà annunciata una mobilitazione che avrà inizio il prossimo 11 maggio, con manifestazioni territoriali e regionali, e che culminerà nell'appuntamento nazionale di Roma in programma il 22 giugno.

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