Giovedì, 24 Giugno 2021
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Project financing ex Massa, esposto all’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici

Il comitato impegnato per la salvaguardia dei resti della chiesa e del convento venuti alla luce durante i primi scavi del cantiere per il centro direzionale e commerciale ha aperto un nuovo fronte, chiedendo la verifica di alcuni passaggi

Foto d'archivio del cantiere.

LECCE – Tra l’amministrazione comunale e il Comitato per la Tutela dell’area ex Massa – Santa Maria del Tempio non è mai corso buon sangue. E’ difficile quindi che i rapporti possano migliorare di qui in avanti stante il diniego che l’ente ha comunicato alla richiesta di partecipazione agli incontri che dovrebbero provare a trovare una sintesi tra le diverse istanze.

Da una parte quelle dell’amministrazione e della ditta De Nuzzo, che vogliono dar seguito in tempi brevi al cantiere aperto e bloccato a più riprese. Dall’altra quelle della Direzione regionale per i beni archeologici e del comitato che intendono imporre il rispetto di vincoli dettagliati per la salvaguardia dei resti della chiesa e del convento affiorati durante i primi scavi. Sulla vicenda, tra l’altro, è aperto un contenzioso amministrativo che è giunto ora dinanzi al Consiglio di Stato: il ministero del Beni culturali ha infatti presentato ricorso rispetto alla sentenza del Tar di Lecce che aveva accolto le tesi del Comune e dell’impresa.

Intanto il comitato ha presentato nei giorni scorsi un esposto all’Anac, nuovo acronimo dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, perché venga analizzato il project financing alla base della proposta di realizzazione di un centro direzionale e commerciale con parcheggio interrato. In particolare, il comitato chiede all'autority di verificare se siano stati rispettati gli articoli 95 e 96 del decreto legislativo numero   163 del 12 aprile 2006 che istituiscono la procedura di verifica preventiva dell'interesse archeologico.

“Il progetto preliminare dell’opera in questione risulta approvato nel 2007 – è spiegato in una nota del comitato - e quindi doveva contenere il documento di valutazione archeologica preliminare. Ove vi fosse stato il mancato assolvimento di questo necessario step, ci troveremmo di fronte ad una grave omissione progettuale e una violazione della legge”.

“Se si fosse seguita la procedura prevista dalla legge – si chiude il comunicato - si sarebbe potuta verificare per tempo la natura e la consistenza delle strutture archeologiche (già largamente intuibili), evitando di incorrere, ben sette anni dopo, in costosi stop e nella richiesta, del tutto legittima da parte della Direzione regionale dei Beni culturali, di complesse varianti”.

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