Qualcuno ora spari i fuochi e svegli la città dal torpore in cui è calata

La festa è scivolata via scialba e deludente portandosi tanti interrogativi sul futuro di una città che sembra sempre più in declino. Il dibattito è stato feroce, ma il vero problema è che non si vede una luce all'orizzonte. Se a destra non stanno bene, a sinistra non versano meglio

I fuochi artificiali ieri sera nei pressi di viale Aldo Moro (foto e gallery di Luca Capoccia).

LECCE – Un autorevole cronista con i capelli bianchi, su una bacheca di Facebook, ha scritto che è stata la peggiore fiera di Sant’Oronzo da mezzo secolo in qua. Il dibattito è stato a tratti feroce ed ha coinvolto tutti, in un turbine di imprecazioni e bacchettate: cittadini, politici, religiosi.

Luminarie scialbe in piazza Sant’Oronzo, l’altra faccia della città, piazza Mazzini, abbandonata alla desolazione, e tradizioni mandate al macero, compresi i botti mattinieri che hanno sempre salutato ognuno dei tre giorni di festa.

Da più parti si è fatto notare che la festa decadente è stata, in sostanza, lo specchio di un’amministrazione in netto declino. Sporcizia e incuria delle vie sono l'aspetto più visibile.

Fin troppo facile termine di paragone. E un discorso che forse andrebbe approfondito, perché Lecce non è né più, né meno che una porzione di un’intera nazione che sta sprofondando inghiottita nella crisi a tutto tondo, economica e di valori. Si sa, in Italia non ci facciamo mancare mai niente.  

Con una differenza. A livello nazionale si continua a promettere, qui, ormai, non si compie più nemmeno quest’ipocrita esercizio di stile politico. La sensazione è che la nave stia andando alla deriva con il timoniere consapevolmente arresosi davanti ai marosi, salvo qualche sussulto.  

Ha detto bene monsignor D’Ambrosio: manca una cabina di regia. Mai come oggi se ne avverte l’assenza. Molte le lamentele, dunque, ma anche poche idee per rimediare in futuro. Lecce ha questo brutto vizio. Vota qualcuno, lo giudica con severità, ma lo rivota comunque, salvo poi sparare addosso di nuovo, e poi magari rieleggere lui o qualche sua emanazione. Un ciclo eterno in cui tutti bestemmiano, ma nulla cambia.

L’incantesimo non si spezza dall’oggi al domani, perché il leccese sogna soltanto il cambiamento, ma non lo insegue realmente. Aspetta che glielo serva qualcuno su un piatto d’argento. Anche e soprattutto in questa chiave si possono leggere le parole dell’arcivescovo, laddove, citando il Papa, suggerisce: “Siano gli stessi abitanti, i fautori e gli artefici di quella speranza che ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi”.

Parole pungenti nella loro semplicità, che parlano al cuore di tutti, senza necessità di essere credenti. Si tratta di concretezza, non di fede. Meglio: di avere fede in se stessi e non solo nella provvidenza.

Il guaio è che manca proprio la capacità di essere propositivi. Se a destra non stanno bene, a sinistra non stanno meglio. Molta filosofia, citazioni auliche, giri di parole, “io l’avevo detto, io lo sapevo”, ma alla fine della fiera (e non solo quella dei Patroni), manca il pensiero illuminante che faccia sussultare e dire: “Però, ecco uno che finalmente ha le idee chiare”.

E’ questo che spaventa. Ne parlavo ieri sera con amici al tavolo di un bar dopo quei fuochi, belli ma brevi e visti da un pubblico più sparuto del solito (naturale conclusione di una festa in tono minore): chi guiderà la città in futuro? E’ nato quasi per gioco il tentativo di stilare una specie di lista di papabili. Ed è calato in pochi attimi il gelo.

Non un nome apprezzato in modo incondizionato da tutti, nessuno da una parte o dall’altra della barricata di cui si ricordi qualche presa di posizione degna di memoria duratura. Forse il cambiamento, un giorno, potrà avvenire riponendo in cantina chi si spaccia per nuovo portando avanti vecchie logiche. Bisognerà magari pescare nella vita civile, ma di questi tempi il clima di antipolitica è tale che molti si spaventano e dicono: “Grazie, ma no: non mi getto nella vasca degli squali”. 

Insomma, qualcuno si faccia avanti e abbia il coraggio di sparare davvero i fuochi d’artificio per svegliare i leccesi. La città ne ha bisogno, e non solo per la prossima festa, ma per il suo avvenire.

Per ora, godiamoci una carrellata di quelli esplosi ieri sera.

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