"Un solo pacchetto, tanti errori tecnici e politici: così ha vinto il no"

Fabrizio Marra, segretario cittadino del Pd, analizza il voto. Il suo è stato un "sì", ma molto critico verso diverse scelte e sul testo stesso della riforma. "Ma non ci saranno ripercussioni a livello locale"

LECCE – Il suo è stato un “sì” di campo, ma non acritico. I dubbi sulla conduzione della campagna referendaria si sono accavallati da subito con le riserve su vari aspetti tecnici. Chi lo conosce, sa che non ha mai giudicato perfetta la riforma, così come elaborata. Anzi. E Fabrizio Marra, segretario cittadino del Partito democratico, di professione avvocato e di estrazione Margherita (è stato fra gli attori di quella stagione che portò alla fusione con i Democratici di sinistra, per la nascita del nuovo soggetto politico), analizza oggi il voto, quel “no” travolgente come un fiume in piena, che, stando alla sua analisi, si sarebbe potuto evitare. Con qualche accorgimento per evitare errori anche madornali.

- Riforma giusta o sbagliata?

“In tempi non sospetti, pur dichiarando il mio sì al referendum, mi sono ritrovato sin da subito nelle parole di Massimo Cacciari e, per ultimo, in quelle di Romano Prodi, i quali, molto lucidamente hanno manifestato riserve sul testo della riforma costituzionale. E non ne ho mai fatto mistero. Con tutti i difetti che mi riconosco, posso dire che il mio impegno politico è sempre stato dettato da libertà intellettuale. Ma era evidente che vi fossero elementi d’innovazione, come di criticità”.        

Ma quella degli italiani è stata una valutazione di merito, sul quesito, o più ampia?

“La scelta era tra il gettare il cuore oltre l’ostacolo, e quindi accettare una sfida riformista in questo Paese, pur sostenendo quella che non era la migliore riforma possibile e compiendo comunque un passo avanti rispetto a un testo di settant’anni or sono, o lasciare tutto invariato. Ma è chiaro che, rispetto alla valutazione asettica sul quesito referendario, sono intervenuti altri fattori. E’ stato una sorta di voto sull’operato del governo di questi ultimi tre anni, da un lato, e dall’altro non ha giovato il modo in cui è stata condotta la campagna elettorale, con una forte connotazione politica. Fatto di cui Matteo Renzi, in maniera intelligente, si è assunto la responsabilità, come già David Cameron per la Brexit nel Regno Unito. Possiamo dire, quindi, che alla votazione sul testo si è unita una valutazione politica”. 

- E’ stato un bagno di sangue annunciato o c’erano altre vie? 

“Hanno concorso importanti fattori tecnici. Sia chiaro, questa è una mia valutazione. Ma spacchettare il quesito referendario, secondo me, avrebbe aiutato il cittadino nella scelta, perché quella presentata era una riforma costituzionale che toccava troppi aspetti diversi. Il professor Valerio Onida aveva presentato un ricorso alla Corte costituzionale (bocciato, Ndr), sostenendo che il quesito referendario, come proposto, fosse incostituzionale: il Cnel, le competenze concorrenti delle regioni, il bicameralismo perfetto, tutta una serie di aspetti e articoli di legge, inglobati in un unico quesito. Sì o no, prendere o lasciare: questo non ha aiutato. Spacchettare avrebbe offerto ai cittadini la possibilità di scegliere cosa di questa riforma promuovere e cosa bocciare. Solo per dirne una, scommetto che un quesito sul Cnel avrebbe comportato un 90 per cento di sì”.

- Insomma, troppi errori del governo Renzi?

“C’è stato l’errore politico della personalizzazione e l’errore tecnico del no allo spacchettamento. Ancora, punto terzo: è stato un errore non comprendere che l’argomento del combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale, cioè l’Italicum, fosse una miccia da spegnere. A mio modo di vedere, una legge elettorale nel periodo fra maggio e giugno, avrebbe levato terreno ai sostenitori del no, anche interni al Pd. Vedasi con chiarezza quello che Pier luigi Bersani ha sempre sostenuto. E forse oggi ci troveremmo davanti a un esito diverso”.

- Cosa cambia nel Paese, il giorno dopo?

“Mi permetto un’unica autocitazione: in un mio post su Facebook, ho ribadito che non mi sono piaciuti i toni di questa campagna, a dir poco apocalittici da una parte e dall’altra. I sostenitori del no ritenevano che con una vittoria del sì vi sarebbe stata una deriva antidemocratica, mentre quelli del sì vedevano in una vittoria del no scenari costellati da crolli delle borse. Ma stamattina non mi sembra che le borse europee, compresa quella di Milano, siano di fronte a una crisi simile a quella del 1929 negli Stati Uniti. Il sole è sorto lo stesso e la terra continua a girarvi attorno”. 

- E allora cambiamo la domanda. Che cosa accadrà, in futuro? 

“C’è una legge di bilancio da approvare e spetta al presidente della Repubblica individuare un percorso per la prosecuzione della vita democratica, e quindi vedere se vi siano le condizioni per un governo che porti alla fine del quinquennio di legislatura e che possiamo chiamare come vogliamo, tecnico, di transizione, di fine legislatura, di programma, di mandato, o andare a votare nei prossimi mesi”. 

“Certo è che il Pd, come dicono tutti, da Silvo Berlusconi ad altri, ha comunque una maggioranza alla Camera e, con gli alleati, anche al Senato, sebbene più risicata. E’ quindi in grado di avere una voce importante in queste scelte. Anche perché non mi sembra, dalle dichiarazioni di ieri sera della stessa minoranza del Pd, da Roberto Speranza a Massimo D’Alema, che vi sia stata una linea non collaborativa. I numeri per un governo ci sono. Li aveva Enrico Letta, li aveva Matteo Renzi, potrebbe averli un altro”.

“Gli ambienti  economici suggerirebbero Pier Carlo Padoan. Se si va su un governo tecnico, con tutta la riserva dell’etichetta (a mio avviso tutti i governi sono politici, poiché operano delle scelte), potrebbe essere la figura più rassicurante per i mercati internazionali. Se si dovesse andare su un nome diverso, si potrebbe convergere, invece, su una scelta istituzionale, come il presidente del Senato o della Camera. Una scelta politica, invece, prefigurerebbe scenari da post fine legislatura. Un presidente del Consiglio “politico”, che portasse a termine l’ultimo anno di legislatura, difficilmente non si ricandiderebbe. E Padoan è, in definitiva, l’uomo che in questo momento conosce i conti in tasca del Paese e del governo ed è ben visto dalle cancellerie internazionali”.

- Ripercussioni a livello locale? Le amministrative non sono lontane.

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“I congressi del Pd, sia provinciale, sia cittadino, si sono conclusi già da anni e qualunque fosse stato l'esito del risultato referendario, dubito che avremmo avuto ripercussioni a livello locale. La responsabilità del Comune sarebbe comunque spettata al segretario provinciale eletto e al sottoscritto, in qualità di segretario cittadino. Sarà una partita che ci giocheremo rispetto a quello che riusciremo a costruire come programma per la città”.  

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