Martedì, 15 Giugno 2021
Politica

"Impopolari, ma necessarie". Il sindaco affronta il rischio delle sue scelte

Salvemini ha presentato la manovra di bilancio quindicennale che va in aula lunedì. Il disavanzo stimato è di 73 milioni di euro, importo che il centrodestra ritiene gonfiato per screditare le giunte precedenti

Da sinistra, Laudisa, Salvemini, Delli Noci e Mazzotta.

LECCE – Una manovra di riequilibrio che “limita l’autonomia dell’ente e impone scelte impopolari”, come può essere una vendetta politica? Così il sindaco, Carlo Salvemini, ha liquidato il giudizio negativo che già ieri, in commissione, aveva espresso in maniera perentoria il consigliere Paolo Perrone.

L’ex primo cittadino rivendica per sé e per la sua amministrazione di aver condotto Palazzo Carafa tra le acque tormentate delle difficoltà finanziarie dell'ultimo decennio verso un “bilancio inattaccabile”, come lo definiva l’assessore Attilio Monosi (lettera ai cittadini durante la campagna elettorale del 2017). Una versione che fa da premessa necessaria all’accusa rivolta a Salvemini di voler drammatizzare la situazione economico-finanziaria dell’ente per screditare definitivamente la gestione del centrodestra.

"E' evidente - ha replicato il primo cittadino - che chi lo afferma è vittima di quel meccanismo che in psicanalisi si definisce rimozione ossia l’allontanamento di pensieri che procurano imbarazzo o vergogna. Perché, se dopo operazioni straordinarie non ripetibili che hanno impegnato oltre 100 milioni di euro di risorse pubbliche, l’esposizione massima di tesoreria passa da 25 a 33 milioni, il giorno di utilizzo è di 365 giorni, gli interessi passivi aumentano da 400mila 600mila euro, l’entità della somma non restituita alla banca passa da 9 a 23 milioni è comprensibili provare imbarazzo o vergogna. Ancor più dopo aver sostenuto in campagna elettorale di avere un bilancio inattaccabile".

L’attuale sindaco ha spiegato questa mattina in conferenza stampa i contenuti della manovra che, per effetto dell’adesione alla procedura di riequilibrio quindicinale prevista dall’articolo 243 del Testo unico degli enti locali, si pone come obiettivo temporale il 2033. Salvemini si è assunto la responsabilità di misure che, per dirla con un eufemismo, certo non scaldano i cuori, ma ha dichiarato di ritenerle necessarie per garantire giustizia sociale e solidarietà tra le generazioni. In questo senso ha richiamato le parole del presidente della Repubblica: “È evidente come, senza finanze pubbliche solide e stabili, non risulti possibile tutelare i diritti sociali in modo efficace e duraturo, assicurando l’indispensabile criterio dell’equità intergenerazionale”.

Il sindaco ha ringraziato tutto lo staff che ha partecipato alla stesura del provvedimento: il dirigente Toti Laudisa del settore Economico e Finanziario, i funzionari Diego Mazzotta e Fernando Maggiore, ma anche l’avvocatura comunale per la ricognizione di tutti gli oneri e le passività pendenti. Si tratta degli stessi tecnici che assistevano le giunte di Perrone e che Salvemini ha confermato, rinunciando a un pur legittimo spoil-system: “Con i numeri non si polemizza – ha chiosato su Perrone che aveva parlato di artifici contabili per gonfiare il disavanzo dell’ente – e nessuno di loro ha firmato mai un documento di cui non fossero convinti. Non ho mai esercitato pressioni indebite sui tecnici comunali”.

Il disavanzo

Al 31 dicembre del 2018 il saldo negativo tra entrate e uscite è stimato in 73 milioni di euro. Di questa somma 41 milioni e mezzo sono quelli coperti dalla manovra del 2015, che impegna il Comune di Lecce fino al 2044 a recuperare 1 milione e 600mila euro ogni anno. La partenza però è stata pessima, tanto che fino al dicembre del 2017 si sono registrate ulteriori perdite di parte corrente (entrate meno spese) per 12milioni e 600mila euro. La cause di questo ulteriore smottamento risiedono nelle previsioni errate sul riclassamento degli immobili (provvedimento voluto e poi rinnegato dalla precedente giunta) e nelle spese per il personale.

La nuova manovra riguarda invece 31milioni e 400mila euro, che il Comune si impegna a recuperare fino al 2033 per un importo di circa 2,8 milioni all’anno. Le cause di questo ulteriore deficit risiedono in alcune croniche criticità di Palazzo Carafa: incertezza nella riscossione dei crediti (evasione fiscale e tributaria, multe); copertura dei debiti verso fornitori, Lupiae Servizi, personale e mutui contratti; ricorso sistematico all’anticipazione di cassa per 32 milioni di euro nel solo 2017.

Le misure di intervento

Per invertire la rotta l’amministrazione Salvemini ha scelto dunque la procedura di rientro in quindici anni con la quale si intende anche coprire debiti fuori bilancio (tra questi, le sentenze passate in giudicato e mai onorate) e passività pregresse per 3 milioni e 300mila euro; accantonamenti annuali per future controversie giudiziarie, con una previsione prudenziale di soccombenza nel 50 per cento dei casi, per un totale di 36milioni e mezzo di euro fino al 2033. In questo ambito la ricognizione delle situazioni di potenziale pericolo è stata fatta dall’avvocatura ed è stato deciso di istituire un fondo rischi.

Tributi e riduzione delle spese

Per quanto riguarda l’impatto sulla cittadinanza – ed ecco le scelte impopolari – si segnalano l’aumento dello 0,1 dell’addizionale Irpef (con un gettito previsto di un milioni di euro all’anno e un’incidenza di circa 25 euro calcolato su un reddito lordo di 25mila euro); l’aumento della tassa per l’occupazione del suolo pubblico (per le occupazioni temporanee, mentre per quelle fisse era già al massimo, con un gettito previsto di 250mile auro all’anno); l’applicazione del regolamento comunale sui passi carrabili che prevede l’esonero per i disabili e non per tutti, come è stato interpretato fino ad oggi (gettito di 200mila euro); contrasto all’evasione (tassa sui rifiuti e sugli immobili, imposta di soggiorno). Un risparmio di una certa consistenza, ha spiegato il sindaco, deriverà dalla riduzione della spesa, ottenuta attraverso i pensionamenti dei dipendenti (oltre un milione e mezzo di euro nel prossimo triennio), l’internalizzazione del servizio di riscossione dei tributi, riduzione del costo della Lupiae Servizi (un milione), riduzione dei fitti passivi e delle spese istituzionali.

Perché non si è scelto il fondo di rotazione

Salvemini ha poi spiegato perché, pur aderendo al 243 del Tuel, non sarà chiesto l’accesso al fondo di rotazione che avrebbe consentito un prestito di circa 30 milioni di euro da restituire in 10 anni, ma anche imposto severi parametri da rispettare senza possibilità di scelta. Questo importo, però, non sarebbe stato corrisposto prima di almeno nove mesi, compromettendo cioè un intero esercizio finanziario. A questo fattore si aggiunge anche il fatto che la Finanziaria di recente approvazione consente di ricorrere all’anticipazione di tesoreria per i quattro dodicesimi delle entrate (nel caso di Lecce una decina di milioni di euro) e mette a disposizione un importo massimo di 30 milioni di euro per gli enti in ritardo nei pagamenti dei debiti verso i fornitori. Nel complesso la manovra punta a un saldo positivo annuale di 2,8 milioni di euro che, moltiplicato per dieci anni, diventa grosso modo la stessa somma cui oggi si rinuncia non accedendo al fondo di rotazione.

Alla conferenza ha partecipato anche il vice sindaco, Alessandro Delli Noci, che ha invitato i consiglieri di opposizione ad un voto responsabile nel consiglio comunale in programma lunedì prossimo: “Mi auguro che mettano da parte pregiudizi e preconcetti e votino per una manovra che guarda con serietà al futuro e allo sviluppo della città”. In buona sostanza, quello che è in discussione non l’approvazione in aula: lo stesso Perrone ha dichiarato ieri in commissione Bilancio che il centrodestra non si metterà di traverso, perché se la manovra non passasse si aprirebbero automaticamente le porte della dichiarazione di dissesto.

Cosa significa il dissesto: incandidabilità

Oltre a essere un marchio non proprio lusinghiero per la città, il dissesto ha delle conseguenze dirette sugli amministratori: la legge prevede infatti, per gli amministratori che la Corte dei Conti riconosce colpevoli di cattiva gestione, interdizione e incandidabilità per dieci anni. È pur vero che il sistema sanzionatorio fino ad oggi ha mostrato lacune ed è stato anche aggirato, ma dal punto di vista politico il marchio del sindaco o dell’assessore che hanno portato la città al fallimento è difficile da togliere.

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