Salvemini respinge lo spettro mafioso: “Il centrodestra si manda a casa col voto”

Il consigliere di minoranza rispetta ma non condivide l'iniziativa del Pd di rivolgersi al prefetto e alla Commissione Antimafia per i presunti intrecci tra pezzi di amministrazione e criminalità. E spiega perché l'interesse pubblico si difende nell'urna

Carlo Salvemini.

LECCE – Rispetto all’iniziativa del Pd leccese che intende investire la Commissiona Antimafia dei presunti intrecci tra pezzi dell’amministrazione e criminalità, il consigliere Carlo Salvemini prende una posizione diversa dai colleghi di minoranza a Palazzo Carafa.

Per l’esponente di sinistra esiste una colossale questione della violazione continua dell’interesse pubblico nella gestione oramai proprietaria del centrodestra, ma non ci sono le condizioni per chiedere un interessamento a così alti livelli.

“Da amministratore pubblico e cittadino impegnato – spiega Salvemini   conosco abbastanza le opacità di un sistema che da vent'anni è al governo della città. Le discrezionalità, le eccezioni, le prepotenze, le furbizie strumentali alla costruzione di un consenso largamente maggioritario. E sempre più connaturate allo spirito pubblico in ragione di un ciclo lungo di amministrazione che è diventato in alcuni settori sistema di potere. Non mancando di denunciarle pubblicamente ed evidenziando, quando necessario, la violazione delle leggi e sollecitando l'intervento della magistratura”.

“A Lecce cumandamu nui è stata l'espressione con la quale un consulente di Palazzo Carafa, oggi sotto processo, ha sintetizzato, appunto, quel modello di governo. Limiti e storture di questa prolungata interpretazione dell'interesse pubblico da parte di molti nostri amministratori sono da tempo sotto i nostri occhi e oggetto di riflessioni, valutazioni, contestazioni, polemiche. Mai però in questi anni ho avuto la percezione che l'attività amministrativa fosse condizionata da clan criminali  nell'affidamento di servizi e di incarichi, nell'acquisto di beni; che dietro le procedure e gli atti firmati da dirigenti e funzionari vi fosse la mano di boss. Al punto da porre appunto una questione ‘mafiosa’ a Palazzo Carafa”.

“Questo non significa, ovviamente, che non siano compiuti atti illeciti; o che eventuali situazioni - vedi ad esempio assegnazioni di alloggi popolari - possano vedere soggetti criminali come beneficiari. Ma è cosa diversa, e ma pare, dal sostenere che la mafia sia entrata nel comune e nelle sue strutture al punto da compromettere la libera determinazione degli organi elettivi, da mettere in pericolo l'ordine e la sicurezza pubblica. Reati commessi nello svolgimento dell'attività amministrativa che vedano come protagonisti soggetti criminali non determinano automaticamente condizioni di scioglimento dei consigli comunali”.

“Per questo non mi convince, come chiarito anche al segretario provinciale del Pd, questa decisione di  verificare l'attivazione delle procedure previste dalla legge per l'accertamento di infiltrazione mafiosa. Sono ragioni e argomenti naturalmente diversi da quelli utilizzati dal sindaco. Che sbaglia, come sempre gli accade quando affronta questi argomenti, nel farsi scudo delle indagini penali. "Aspettiamo i lavori dei magistrati" "è solo campagna elettorale"  sono le dichiarazioni fotocopia in queste situazioni”.

“Non capendo che il capo di un'amministrazione di 90mila abitanti non ha necessità di attendere il lavoro della procura per sapere se e come ha sbagliato un suo assessore, se e come alcuni atti sono stati assunti in violazioni di leggi, se e come l'attività amministrativa è condizionata da interessi esterni. O difende sino in fondo, perché totalmente convinto della irreprensibilità dei suoi assessori, l'operato dell'amministrazione. O significa che non ha la forza per allontanare chi ha sbagliato (senza che questo costituisca automaticamente reato). Non capendo che parlare di campagna elettorale a due anni dal voto e per vicende di cui da anni si parla in città è una autentica sciocchezza”.

“Io penso insomma che esista da tempo a Lecce una questione legale. Che significa inadeguata consapevolezza del valore del rispetto delle regole a tutela dell'interesse pubblico. Che significa liberare l'amministrazione pubblica dal soffocante groviglio di raccomandazioni, favoritismi, clientele che spengono energie e speranze di quanti non hanno padrini politici e non li cercano. Che significa saper riconoscere le responsabilità politiche degli amministratori indipendentemente dall'esistenza di reati puniti dal codice penale. Che non è questione "mafiosa" nell'accezione propria del termine”.

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“Per queste ragioni non mi convince questa iniziativa ultima del Pd. Che rispetto ma non condivido.Il vero problema col quale fare i conti è sempre riassunto in quel 'comundamu nui'. Che è compito della politica sapere risolvere. Come? Mandando a casa, col voto, chi crede Palazzo Carafa sia casa propria”.

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