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Il manifesto affisso a San Cesario di Lecce.

Il manifesto affisso a San Cesario di Lecce.

Se la Liberazione non basta: a San Cesario si celebra anche la vittoria della Dc

Il sindaco Coppola ha fatto affiggere un manifesto per recuperare "un sentire comune". Ma a destra ci sono le premesse per una memoria condivisa, a partire dal pieno riconoscimento della Resistenza?

SAN CESARIO DI LECCE – A pochi giorni dalla 73esima ricorrenza della liberazione dal nazifascismo, il sindaco di San Cesario di Lecce, Fernando Coppola, ha fatto affiggere sulle plance della cittadina dell’hinterland del capoluogo un manifesto che inevitabilmente riaccende la discussione su alcuni concetti che hanno sempre tracciato un solco nell’opinione pubblica italiana a partire da quello del significato e del valore della memoria storica e del suo utilizzo.

Per chi non lo sapesse, a San Cesario di Lecce, lo scorso giugno, una civica saldamente rivolta verso il centrodestra ha posto fine a una continuità amministrativa di centrosinistra che durava dal 1993, da quando è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco. L’occasione per la stesura del manifesto è stata fornita da un’altra data senza dubbio importante nella storia contemporanea italiana: quella delle prime elezioni politiche, meno di due anni dopo la vittoria, di misura e contestata, dell’opzione repubblicana su quella monarchica (il 2 giugno 1946 si votò contestualmente per l’elezione dei rappresentanti nell’Assemblea Costituente).

Il 18 aprile del 1948 la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi ottenne una netta vittoria sul Fronte Democratico Popolare: da allora il Partito Comunista, secondo per numero di voti, conobbe una lunghissima stagione politica di opposizione che solo Aldo Moro da una parte ed Enrico Berlinguer dall’altra provarono a mettere in discussione, circa 40 anni dopo, con il cosiddetto compromesso storico che tuttavia non si tramutò in realtà anche per il rapimento e l’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana, avvenuta nel maggio del 1978, fatti per i quali ancora oggi si chiede la piena verità.

Di quella campagna elettorale della primavera del 48 sembrano riecheggiare alcuni messaggi nel manifesto comparso in questi giorni a San Cesario di Lecce: primo tra tutti quello dello scontro di civiltà che era efficacemente sintetizzato da slogan come “nel segreto della cabina, Dio ti vede, Stalin no” oppure “madre, salva i tuoi figli dal bolscevismo, vota Democrazia Cristiana”, accompagnati da una esplicita e talvolta terrificante iconografia che, senza dubbio, ottenne i suoi risultati. Di seguito il testo completo.

Un aprile ricco di memoria. Per la nostra nazione, questo mese rappresenta la sconfitta di tutte le dittature. Come, infatti, il 25 aprile del 1945 segna la fine dell'occupazione nazifascista, così il 18 aprile 1948 segna un evento importante e decisivo per il futuro della nostra patria: le prime elezioni politiche del dopoguerra sanciscono la scelta di civiltà del popolo italiano che afferma i principi cristiani e la libertà contro la prospettiva totalitaria sovietica. La "fine delle ideologie" e l'avvento di una mentalità relativista non devono far dimenticare che un popolo è sempre figlio della propria storia. Per alimentare la speranza in un mondo che sembra morire, non servono discriminanti ideologiche o sentimentali né anacronistiche etichette utili a perpetuare divisioni; occorre piuttosto recuperare un sentire comune, che necessita di una comune narrazione storica: è in essa che trovano posto il 25 aprile 1945 e il 18 aprile 1948.

Insomma, il sindaco di San Cesario di Lecce promuove al rango di festa nazionale non solo la Liberazione, alla quale cattolici, azionisti, monarchici, comunisti e socialisti contribuirono, ma anche la prima tornata elettorale propriamente politica dopo l’entrata in vigore di quella Costituzione scritta proprio da tutte quelle forze che, con il contributo fondamentale degli Alleati, avevano restituito all’Italia la dignità perduta in un ventennio di dittatura. Due date, il 25 aprile 1945 e il 18 aprile del 1948 che segnano l’inizio e la fine di un triennio nel quale l’Italia pose le basi del suo ordinamento democratico all’interno di un contesto internazionale fatto di macerie e di spartizione del mondo in due sfere di influenza, quella americana e quella sovietica. Il primo cittadino, in chiusura, afferma l’esigenza di un sentire comune e di una comune narrazione storica che superino divisioni ideologiche non più attuali.

La partita, se vogliamo, è tutta qui, comprendere cioè se davvero se ci siano le premesse intellettuali per una memoria condivisa: la prima, ancora sostanzialmente irrisolta in una parte non trascurabile della destra italiana, sarebbe riconoscere, finalmente e senza più zone d’ombra, che chi diede vita alla Resistenza al nazifascismo scelse comunque la parte giusta e chi, invece, scelse di difendere il regime di Mussolini e la Repubblica di Salò, scelse la parte sbagliata. Perché se le elezioni del 1948 segnarono una scelta di campo netta attraverso libere elezioni lo si deve proprio a tutti coloro – anche a quelli che poi persero le elezioni successive - che rischiarono e persero la vita per cambiare pagina e non per prolungare il periodo più buio della storia italiana, dall’Unità ad oggi, impregnato di nazionalismo a sfondo imperialistico nella sua fase apicale e di teorie deterministiche sulla supremazia ariana nella sua fase finale. Ecco a cosa serve ricordare il 25 aprile.

Senza questa assunzione di consapevolezza ogni intenzione di superamento post ideologico delle lacerazioni politiche che hanno segnato i sette decenni di vita repubblicana avrà il retrogusto dell’annacquamento che, invece di rinsaldare i vincoli di una comunità, li finisce per diluire aprendo spazi per nuovi revanchismi e pericolosi avventurismi.

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