Domenica, 20 Giugno 2021
Politica

Sciopero docenti, Forges affonda il colpo: "Il governo si assuma le responsabilità"

Il professore di Economia politica di UniSalento spiega le ragioni dell'astensione del 1° settembre: "Gravi i tagli al sistema formativo, chiuderanno le sedi universitarie"

LECCE – Braccia incrociate il 1° settembre: a rischio è la prima tornata di esami universitari che serve a recuperare la sessione estiva. Anche Unisalento ha infatti aderito allo sciopero nazionale, proclamato dal “movimento per la dignità della docenza universitaria” che interessa gli esami di profitto nella prima sessione autunnale. Dal 18 settembre in poi le attività procederanno regolarmente e i disagi per gli studenti saranno minimi, considerato che l’astensione dei docenti non toccherà le lezioni e quindi l’andamento dell’attività didattica ordinaria.

L’università del Salento ha comunque aderito allo sciopero: i dati non sono ufficiali, ma il dipartimento di Storia, società e studi sull’uomo e si presenta compatto nella protesta; alta l’adesione anche dei professori di Giurisprudenza ed Ingegneria.

Le ragioni a monte delle rivendicazioni sono nel blocco degli scatti salariali, su scala nazionale, per tutte le categorie interessate: quindi ordinari, associati e ricercatori delle università pubbliche e degli enti di ricerca. Questa condizione, immutabile dal 2011 mentre nel frattempo gli scatti venivano accordati alla maggior parte delle categorie del pubblico impiego, ha spinto 5mila e 400 docenti a sottoscrivere un appello alle istituzioni ed incrociare le braccia per 24 ore.

Tra i firmatari della lettera compare anche il nome di Guglielmo Forges Davanzati, professore associato di II fascia in Economia politica che, alla luce di vent’anni di esperienza nell’università del Salento, ha tracciato un bilancio a tinte fosche dell’attuale situazione del sistema formativo italiano.

Professore, perché ha scelto di aderire alla protesta?

Lo sciopero nasce come una legittima rivendicazione di recupero degli scatti stipendiali bloccati dal 2011. Ma questo è l’aspetto secondario perché ben più gravi sono i tagli al sistema formativo disposti dai vari governi a partire dal 2009, tagli continui e sistematici. La situazione è insostenibile ed è difficile in questa condizione di sotto finanziamento tenere in piedi persino i corsi di laurea perché risulta impossibile reclutare nuovo personale. Possiamo parlare di un vero attacco al sistema formativo pubblico, decisamente inspiegabile se si considera come la crescita economica sia legata al miglioramento della conoscenza e dell’innovazione. I tagli rendono impossibile l’attività di ricerca che qualifica il sistema formativo e questo problema, che si avverte in tutto il Paese, è molto più accentuato nel Mezzogiorno.

Che riflesso hanno avuto queste scelte politiche sulla qualità dell’istruzione?

Decisamente negativo. Un docente universitario dovrebbe fare didattica, ricerca, occuparsi di pubblicazioni su riviste specializzate, tenere i rapporti con il territorio ed assumere incarichi istituzionali: tutto questo noi lo facciamo con stipendi bloccati da 6 anni e nella sostanziale impossibilità di fare ricerca perché mancano i fondi per acquistare libri, partecipare a convegni e abbonarsi a riviste specializzate. La ricerca è la precondizione per fare didattica, le ricadute in termini qualitativi sono immediate e quindi, vista in un’ottica più generale, la nostra protesta comprende anche i diritti degli studenti che non possono contare su una didattica di alto profilo.

Ogni volta che i docenti si mobilitano, da più parte si grida ad una rivendicazione per tutelare interessi corporativi. È davvero così?

Anche questo sciopero è stato letto come una pure rivendicazione corporativa di una categoria che spesso la stampa e i media dipingono come iperprotetta. Ma un ricercatore con vent’anni di anzianità guadagna 2 mila euro netti al mese; un associato circa 2mila e 500 euro ed un ordinario poco più di 3mila. Questo è un dato da chiarire perché all’estero, il caso francese è emblematico, i nostri colleghi a parità di qualifica guadagnano cinque volte di più. I dati che sono circolati sulla grande stampa italiana sono assolutamente falsi: nessuno prende stipendi superiori ai 10 mila euro; tanto meno 20mila euro al mese.

A monte di queste scelte politiche, a suo giudizio vi è l’intenzione di dequalificare il sistema formativo pubblico?

Sì, e secondo me la logica è questa: poiché il sistema produttivo italiano non ha bisogno di forza lavoro qualificata, né di ricerca di base, i governi hanno deciso di intervenire a monte riducendo il numero dei laureati attraverso un sistema di definanziamento delle università. La strategia sta funzionando perfettamente, come dimostra il numero degli immatricolati che è crollato negli ultimi 6 o 7 anni.

Qual è, quindi, l’obiettivo finale dello sciopero?

Il nostro obiettivo è quello di far riprendere il dibattito pubblico sull’università italiana e spingere il governo a chiarire quali sono le reali intenzioni: o riporta il sistema universitario ad un livello di finanziamento normale, oppure dichiara apertamente di voler chiudere alcune sedi, perché si otterrà questo risultato, assumendosi la piena responsabilità politica di una scelta del genere. 

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