Martedì, 27 Luglio 2021
Politica

Tagli province, il Pdl cambia idea e ora strizza l’occhio alla Regione Salento

Continuano le critiche degli esponenti del centrodestra alla spending review: dopo Gabellone, anche la Manca boccia le misure ed apre alla proposta della regione. Eppure solo un anno fa le idee erano molto diverse a riguardo

LECCE - Il taglio delle province è il classico tema dove la teoria non incontra mai la pratica: sono anni che a più livelli si garantisce la volontà di cancellare enti intermedi, ritenuti anacronistici e dispendiosi per la macchina della Stato. Il Pdl nel programma elettorale del 2008 aveva inserito l’eliminazione delle province tra i punti cardini, salvo poi rimangiarsi tutto a risultato ottenuto. Per la verità, Berlusconi qualche tempo dopo evidenziò che nel programma si parlava del taglio delle province “inutili”: concetto labile e dispersivo parso subito il classico escamotage per aggirare la questione.

In questi anni, poi, le province e gli enti intermedi, invece, di diminuire si sono moltiplicati, mentre il dibattito sulla loro utilità è proseguito, ma senza esiti. Con la spending review del governo Monti il tema è tornato di attualità, sebbene le misure siano al ribasso rispetto alle attese: un taglio delle province c’è annesso ad un accorpamento di altre. Su questa scelta parte della politica salentina torna a storcere il naso, perché l’idea di una macroprovincia tra Lecce, Brindisi e Taranto senza “poteri” non sembra soddisfare a pieno.

In particolare, sono gli esponenti del Pdl a bocciare la proposta di Monti (occorre ricordare che il partito sostiene il governo in carica, ndr): ieri è toccato ad Antonio Gabellone, presidente della Provincia di Lecce, esprimere dei dubbi, oggi alla sua vice, Simona Manca. Quest’ultima spiega: “I provvedimenti di spending review che riguardano le province non hanno senso - spiega – e produrranno certamente effetti negativi”.

“L’accorpamento – prosegue - si tramuterà in un declassamento delle attuali province a enti di secondo livello e ad un deciso depotenziamento delle funzioni e dei poteri. Ma, soprattutto, quello che più inciderà a breve scadenza è il taglio dei trasferimenti, cioè nel nostro caso meno 6 milioni di euro da qui alla fine dell’anno. Senza contare che dal 2009 a oggi abbiamo già pagato una riduzione di ben 22 milioni di euro”.

Secondo la Manca, il ridimensionamento equivale a uno svuotamento di contenuti e funzioni che creerebbe “scatoloni amministrativi senza alcuna utilità” e “significative fonti di spreco”. Per la vicepresidente servirebbe una provincia davvero più forte, con “maggiori attribuzioni, un sistema elettorale di primo livello e una capacità reale di spesa”: “Se questa strada proprio non si può percorrere – chiarisce -, allora non hanno tutti i torti i promotori della Regione Salento, visto che un territorio così vasto come quello delle tre province del Grande Salento giustificherebbe la nascita di una nuova regione”.

Ed ecco, dunque, che torna a campeggiare la proposta della Regione Salento. Un’idea, condivisibile o meno, ma legittima da parte di chi da tempo ne ha fatto una propria battaglia; piuttosto claudicante, invece, per chi, come gli esponenti del Pdl, la ha a lungo avversata e contestata. Non si può, infatti, dimenticare che solo l’anno scorso, a partire dall’ex Ministro Raffaele Fitto fino all’ultimo esponente del partito, tutti avevano sottolineato l’inadeguatezza della proposta.

Certo, poi ci sono state le amministrative leccesi e l’accordo con il movimento di Pagliaro, che, però, anche al più sprovveduto osservatore politico è apparso chiaramente come un patto elettorale e non come un connubio sulla proposta di fondo di una realtà, che, nel centrodestra salentino, resta piuttosto marginale (voti alla mano).

Allora gli interrogativi restano: gli esponenti salentini sono davvero preoccupati dal ridimensionamento degli enti e credono davvero che una nuova regione non abbia i profili di carrozzone inutile nel sistema Italia; oppure, dinanzi al “pericolo” della cancellazione dell’ente e, quindi, alla riduzione di poltrone a disposizione, si lanciano avanti per lavorare ad una propria ricollocazione più vantaggiosa? Il dubbio è legittimo.

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