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Terzapagina. Sipario sull'era Napolitano: luci ed ombre di un settennato

Con l'inizio delle votazioni il 18 aprile, si cerca un nuovo inquilino al Colle: un viaggio ideale, dall'elezione del 2006 alla designazione dei "saggi", nelle tappe che hanno caratterizzato gli anni del Capo dello Stato uscente

LECCE - Un dato è certo: il settennato di presidenza della Repubblica di Giorgio Napolitano che si chiude in pratica questa settimana, con l'inizio delle elezioni del nuovo Capo di Stato, coincide con il momento più basso di forza delle istituzioni in Italia. È un punto di partenza imprescindibile per un'analisi completa di un'epoca che si chiude, oltre i giudizi spassionatamente trionfalistici e quelli alacremente critici.

Appare strano che, a distanza di sette anni, proprio chi non ha contribuito alla sua elezione sia oggi il fautore di una possibile candidatura bis, sintomo delle evoluzioni di pensiero sulla figura di Napolitano e, allo stesso tempo, di un tatticismo tutto politico, che continua ad essere la causa dello stallo alla messicana del sistema italiano. Da più parti si considera, nella precarietà dei governi nostrani, la figura del presidente della Repubblica l'unica certezza a cui fare affidamento. E si spiega in questo modo l'attenzione maniacale che i partiti attribuiscono alla partita che si aprirà il prossimo 18 aprile e che svuoterà le attese dal toto nomi, ormai impazzito da settimane.

Nel 2006, l'elezione di Napolitano è coincisa con la nascita di un governo di centrosinistra, il secondo guidato da Romano Prodi, con numeri deboli al Senato ed evidenti difficoltà di tenuta interna. Fin da subito, il neo presidente della Repubblica si è dovuto confrontare con il tema dell'ingovernabilità: due anni di "passione" hanno decretato la fine prematura di quell'esecutivo con il caso Mastella ed alcune transumanze da una coalizione all'altra (ancora adesso oggetto di indagine della magistratura, per una presunta compravendita di parlamentari), nonostante lo stesso Napolitano abbia tentato di salvare la legislatura, dando un incarico esplorativo al presidente del Senato, Franco Marini.

Il 2008 è l'anno delle elezioni anticipate e della nascita dell'ultimo governo di Silvio Berlusconi, forte di una maggioranza ampia in entrambe le Camere. I rapporti iniziali con Napolitano non sono dei migliori, con lo stesso presidente della Repubblica in difficoltà nella gestione di alcune leggi promulgate dall'esecutivo. Ci sono momenti di tensione (il caso Englaro), ma non si consuma mai una vera e propria rottura e le cosiddette leggi ad personam, dal lodo Alfano al legittimo impedimento, vengono firmate senza grossi tentennamenti, salvo poi essere sconfessate come anticostituzionali dalla Consulta.

Un'altra tappa fondamentale è il 2011, quando il berlusconismo entra nella sua fase di crisi più profonda, con gli scandali che investono il Cavaliere, l'estate dello spread alle stelle, la crisi economica che dilaga e una nazione allo sbando. Arrivano in autunno le dimissioni di Berlusconi e Napolitano assume il comando della fase di transizione: nomina prima senatore a vita l'ex commissario europeo, Mario Monti, e lo incarica di formare un governo tecnico, per la soluzione delle questioni economiche ed istituzionali (legge elettorale e costi dello Stato). I conti tornano in ordine, ma la storia del governo tecnico vive pagine contraddittorie, con leggi criticate (la riforma Fornero su tutte), un prezzo alto in termini di tasse sui cittadini e la recessione che non s'interrompe. Fino all'uscita del Pdl dal governo, con il ricorso a nuove elezioni anticipate.

Lo stesso Monti, già reinventato successore in pectore dello stesso Napolitano, volge le spalle al presidente della Repubblica e si candida con il Terzo Polo alle politiche 2013, racimolando un risultato poco lusinghiero. Il voto consegna il Paese ad una sostanziale ingovernabilità, con posizioni incompatibili tra forze equamente rappresentate dalle urne. La posizione di Napolitano è chiara: da sempre contro ogni forma di "populismo" non gradisce la scelta di Bersani di cercare un accordo con Grillo, preferendo ancora una volta la strada del "governo di larghe intese".

L'ultimo scontro con Monti si consuma nel tentativo del premier di farsi eleggere alla presidenza del Senato, ipotesi bocciata da Napolitano a tutela del governo in carica. Dopo l'incarico esplorativo a Bersani e il fallimento dell'operazione, l'ultimo atto è quello dei dieci saggi (senza giovani e donne, in cui compaiono cariatidi della politica e figure che fotografano le contraddizioni della classe dirigente) per concordare riforme istituzionali ed economiche.

L'aspetto più positivo del settennato può rintracciarsi nel ruolo, accentuato dalla crisi politica, della figura di Napolitano, con il centralismo delle prerogative della presidenza della Repubblica, tornate fondamentali nel quadro istituzionale. Il Capo dello Stato ha in più fase della storia recente rappresentato il riferimento per le comunità internazionali e per i mercati, conservando, all'interno, quella capacità attrattiva di difensore dell'unità del Paese.

Ma poi ci sono le ombre. Moniti e appelli (ad esempio, riforma elettorale e situazione delle carceri) che hanno arricchito la caricatura di Crozza, ma risultati inefficaci; le leggi ad personam, già ricordate, l'approvazione dello scudo fiscale, lo scontro con la magistratura col caso del diritto di attribuzione e quelle intercettazioni rimaste segrete che lasciano inascoltata l'esigenza di trasparenza. E ci sono ancora il fallimento del montismo che pesa come un macigno, le grazie discutibili, concesse ad Alessandro Sallusti (condannato a 14 mesi per la pubblicazione di notizie false, mai smentite e gravemente diffamatorie contro un giudice torinese) e al colonnello americano della Nato Joseph Romano (condannato a 7 anni definitivi per il sequestro di Abu Omar e latitante dal 2007)fls_blobs.asp6-2.

In molti, dopo il fallimento delle consultazioni di Bersani, si attendevano da Napolitano uno scatto istituzionale, con delle dimissioni anticipate che accelerassero le operazioni per l'individuazione del suo successore e scuotessero il sistema, sulla falsa riga di quanto avvenuto nella Chiesa. Ora c'è da attendersi che l'elezione del Capo dello Stato porti alla individuazione di una figura forte, indipendente dai partiti e in grado di segnare il passo di una svolta. Qualcosa che sia quanto più lontano possibile da un settennato "senza infamia e senza lode".

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