Giovedì, 17 Giugno 2021
Politica

Tonnellate di posta in giacenza. Cgil: "La colpa è della privatizzazione"

Il sindacato pronto alla mobilitazione contro i disservizi. Palese chiede al governo, maggior azionista di Poste Italiane, di intervenire per risolvere il caos

Foto di repertorio

LECCE - La riorganizzazione del recapito, decisa da Poste Italiane spa, ha determinato sull’intero territorio salentino la paralisi del servizio. A denunciarlo nuovamente, ed alla luce dei fatti di cronaca che fotografano il disservizio nella consegna di lettere e raccomandate, è il sindacato Cgil.

“La riorganizzazione, fortemente voluta dai vertici aziendali, nasce dalla necessità di ridurre drasticamente il costo del lavoro, non solo nel recapito, ma anche nel settore della sportelleria e dello staff di circa 20 mila addetti entro il 2019, per rispondere all’esigenze di cassa del governo”, spiegano i sindacalisti.

“Poste Italiane è rientrata nel progetto di privatizzazione voluto dal governo per fare fronte al pagamento delle rate sul debito pubblico, azione che quasi sicuramente continuerà, viste le recenti dichiarazioni del ministro Padoan – denuncia ancora Cgil - . Il problema, quindi, è tutto di politica economica e la privatizzazione viene fatta pagare ai lavoratori e ai cittadini per mezzo del recapito a giorni alterni”.

Ciascun portalettere, infatti, non serve più una sola zona di recapito, ma bensì due, con un orario di lavoro previsto su cinque giorni. Questo vuol dire che, a settimane alterne, la corrispondenza viene recapitata a rotazione, per due giorni su una zona e tre sull’altra e viceversa.

In provincia di Lecce il taglio è stato di circa 80 portalettere che - è bene precisare - non perderanno il loro posto di lavoro, ma subiranno una mobilità interna verso altri mestieri o verso altre province, al netto delle proposte di esodo incentivato che Poste predispone ogni anno sino al 2019.

“ll progetto di riorganizzazione di recapito però, doveva rispettare, non solo quanto previsto nell’accordo nazionale del settembre 2015, ma anche il contratto di programma sottoscritto con il governo in materia di servizio universale - puntualizza il sindacato - atteso che Poste Italiane, almeno sino a tutto il 2019, percepisce un contributo di circa 260 milioni di euro per recapitare la posta su tutto il territorio”.

Cgil ipotizza che a monte vi sia “una volontà politica e aziendale a dismettere una parte del servizio di recapito dal 2020, anno in cui Poste non avrà più riconosciuto il contributo per il servizio universale, e forse sta pensando di riposizionarsi su un mercato di prodotti postali con un alto valore aggiunto”. 

E, a suo dire, l’atteggiamento di Poste non aiuta a capire se la situazione potrà avere un cambio radicale: “L’incontro di verifica sulla riorganizzazione del recapito, infatti, tenutosi a Roma nei giorni scorsi, non è andato verso quanto richiesto dalle organizzazioni sindacali e auspichiamo un coinvolgimento sia delle associazioni dei consumatori che dei sindaci che dovrebbero chiedere un immediato coinvolgimento dell’Anci a tutti i livelli”.

La segreteria sindacale, che sta già proclamando una nuova stagione di lotta, chiede l’intervento della deputazione locale e delle opposizioni per risolvere concretamente il problema. Per parte sua, l’onorevole Rocco Palese ha rivolto una interrogazione al ministero dell’Economia e delle Finanze, chiedendo al governo di sostenere il servizio pubblico anche mediante un intervento diretto.

"Il governo italiano, direttamente tramite il Mef e indirettamente tramite Cassa depositi e prestiti, detiene ancora il 65 percento di Poste italiane. Ha quindi il diritto di influenzarne le scelte e il dovere di garantire ai cittadini l'erogazione del servizio pubblico. Ma ciò non avviene: nella sola provincia di Lecce sono in giacenza 30mila raccomandate e 4 tonnellate di posta", si legge nel testo presentato dal vicepresidente della Commissione bilancio della Camera.

"Peraltro chiediamo, in quale misura il governo contribuisce al bilancio della società? E, posto che è allo studio un piano di salvataggio da quasi 9 miliardi di una banca (Mps) che non svolge alcun servizio pubblico e di cui il Mef detiene appena il 4,02 percento delle azioni, in proporzione quanto ritiene di stanziare lo stesso governo per salvare i cittadini e una società come Poste Italiane? Non è pensabile che con le società pubbliche che erogano servizi pubblici il governo voglia solo far cassa e che poi i cittadini rimangano senza soldi e senza servizi".  

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