Sabato, 19 Giugno 2021
Politica

Governo pugliese, è ancora tempo di fibrillazioni tra Vendola e il Pd

Dopo una fase di tregua, potrebbero sorgere nuove frizioni interne alla coalizione di centrosinistra: dalle candidature Pd di Capone e Pelillo contro i vendoliani, passando per le evoluzioni romane e l’asse Bersani-Casini

 

BARI - Mentre a Roma, dopo il naufragio del governo Berlusconi si cerca in Mario Monti e in un esecutivo tecnico l’ancora di salvataggio (anche se nelle ultime ore il Cavaliere starebbe tentando la carta a sorpresa, ossia rispolverare Lamberto Dini), anche nei corridoi della Regione Puglia, c’è aria di cambiamento e qualcosa già si muove. Anzi, nessuno lo dice chiaramente, ma potrebbero arrivare degli scossoni importanti all’interno della maggioranza. Ma prima di ogni argomentazione, occorre forse recuperare le puntate precedenti.

Sin dalla riconferma di Nichi Vendola alla presidenza della regione, nonostante le smentite di facciata, i rapporti col Partito Democratico sono stati piuttosto fluttuanti: merito o colpa in primo luogo della lunga ed estenuante vicenda delle primarie, della composizione della giunta poi (con particolare riferimento agli assessori esterni), e al varo del piano di riordino ospedaliero, che ha messo consiglieri regionali e sindaci del Pd sul piede di guerra contro il governo pugliese. Ad ondate, sono spesso filtrate voci di più o meno attendibili richieste di rimpasto all’interno della maggioranza.

Oggi, il tema del rimpasto torna di attualità, per almeno due ragioni: da un lato, l’insistenza del governatore a tentare l’ascesa alla leadership nazionale del centrosinistra, che gli ha attirato la critica del Pd per la sua assenza dalla Puglia; non dimenticando che il suo obiettivo toglierebbe grosse possibilità al segretario del partito, Pierluigi Bersani, di concorrere per la presidenza del consiglio nella futura campagna elettorale.

In secondo luogo, poi, le improvvise “scese in campo” di due pezzi forti della giunta regionale, ossia Loredana Capone e Michele Pelillo, che concorreranno alle primarie per essere i candidati sindaci di Lecce e Taranto, e che hanno sbaragliato lo scenario, potendosi rivelare anche armi a doppio taglio per il centrosinistra. Non è un mistero che il Pd non disdegni un desiderio di rivincita interna contro gli schiaffi elettorali presi dal governatore in carica e quale occasione più ghiotta se non quella di una prova di forza in due comuni capoluogo di provincia contro uomini sostenuti da Vendola (Carlo Salvemini ed Ippazio Stefano)?

Non è detto, dunque, che lo scontro non lasci strascichi, visto che, per esempio, a Taranto, la candidatura dell’assessore al bilancio nasce in un contesto di emergente conflittualità tra il Pd e il primo cittadino. E se nel caso di una vittoria eventuale della Capone a Lecce, il suo risultato non sarebbe deleterio per gli equilibri regionali, in quanto lasciando la vicepresidenza, il suo posto dovrebbe essere assegnato allo stesso Pd (in forte risalita, le quotazioni del segretario pugliese del partito, Sergio Blasi), un altro discorso andrebbe fatto sul capoluogo ionico, dove le tensioni restano altissime e solo una candidatura unitaria del centrosinistra potrebbe porre fine ad una guerriglia politica fratricida.

Vendola, insomma, rischia di vedersi tirato per la giacca nel meccanismo che gli ha permesso di vincere nel 2005 contro ogni pronostico e di trionfare nel 2010, ma che, in questa fase, potrebbe acuire vecchie ruggini, mai sopite ai danni dell’intera coalizione di riferimento. Se a questo si aggiunge il percorso del Pd nazionale, che, nell’ottica di un governo tecnico potrebbe rinsaldare i rapporti con l’Udc di Pierferdinando Casini e tentare in fase sperimentale quell’alleanza a lungo anelata (ma finora bocciata dagli elettori), il quadro si potrebbe complicare ulteriormente, segnando una frattura sul patto di Vasto, dai risvolti significativi anche sul locale.

Quel che appare certo è che l’ipotesi di un governo tecnico a Palazzo Chigi allontanerebbe le elezioni anticipate, garantendo a Vendola tempo utile per tenere in caldo la candidatura alle primarie del centrosinistra nazionale (che lo costringerebbero a lasciare la presidenza della Regione Puglia, aprendo a sua volta scenari interessanti a Bari) e giocare al meglio le proprie carte sui territori. Ma con un dato ormai evidente: che la scadenza naturale del governo regionale, fissata nel 2015, sia tutt’altro che realistica. 

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