Vittime sempre più giovani, casi in aumento, ritrosia alla denuncia: l'allarme

I dati diffusi dal Renata Fonte provano un incremento degli abusi subiti dalle donne, specialmente tra le mura domestiche. La presidente Toto: "Chiedete immediatamente aiuto"

In foto: Maria Luisa Toto, presidente del Centro, e l'assessore comunale Silvia Miglietta

LECCE – Le donne vittime di violenza sono sempre più numerose, anche nel Salento. Il drammatico fenomeno che talvolta sfocia nell’omicidio, ha ormai preso piede e si è manifestato senza filtri, come dimostrato anche dai recenti episodi di cronaca. Di ieri la notizia dell’ennesimo assassinio di una donna di Trepuzzi, morta per mano del marito dopo anni vissuti nell’incubo di maltrattamenti domestici dai quali, alla fine, aveva tentato di scappare, chiedendo la separazione.

Ma a provarlo sono soprattutto i numeri. Il Centro antiviolenza "Renata Fonte" di Lecce ha diffuso i dati del primo semestre 2018 che dimostrano un lieve incremento degli abusi (fisici e psicologici) rispetto all’analogo periodo del 2017. A preoccupare di più, però, è l’abbassamento dell’età media delle vittime: “Da noi si rivolgono donne giovani, giovanissime che a mala pena hanno compiuto i 18 anni. Abbiamo il polso della situazione e ormai sappiamo che la violenza dei coetanei è mostruosa e carica di crudeltà”, ha spiegato la responsabile del Centro, Maria Luisa Toto.

L’incontro con la stampa è servito a rendere note le cifre della silenziosa guerra dichiarata quotidianamente alle donne: da gennaio a giugno le volontarie del Renata Fonte hanno raccolto 144 richieste di aiuto per reati commessi in famiglia, stalking e violenza sessuale.

Le vittime hanno contattato il Centro tramite il numero verde nazionale 1522 nel 40 percento dei casi; utilizzando il sito internet e tramite passa parola nel 25 percento dei casi. Un altro 25 percento di vittime si è rivolto alle forze dell’ordine oppure ai servizi sociali territoriali. La restante parte per tramite degli incontri di prevenzione che si sono svolti negli istituti scolastici.

Come spesso accade, non tutte le donne che riescono a chiedere aiuto. Non tutte trovano la forza di proseguire nel lungo percorso che passa attraverso la denuncia, la richiesta di assistenza legale e psicologica: il 68 percento delle vittime è andata avanti con coraggio; il 12 percento pur non volendo sporgere denuncia ha scelto di farsi sostenere psicologicamente; il 20 percento delle vittime si è limitato a chiedere informazioni generali ma non ha proceduto con la presa in carico completa.

Sono ancora tante, in definitiva, le donne che temono di agire legalmente perché non si sentono adeguatamente protette dalle istituzioni e temono di aggravare l’aggressività del partner. Il rapporto semestrale conferma, poi, una tendenza tristemente nota: la violenza si scatena di frequente negli ambienti domestici (92 percento dei casi). Fisica e psicologica nell’80 percento delle testimonianze mentre la restante parte è di natura sessuale. Il fenomeno inoltre non conosce confini né barriere di tipo culturale: le vittime sono occupate (25 percento), precarie (30 percento), disoccupate (35 percento) mentre al 10 percento delle donne, pur lavorando, è negato il diritto di gestire autonomamente le risorse famigliari.

“I dati ci scoraggiano e oggi ci sentiamo particolarmente sconfortate – ha commentato l’assessore comunale Silvia Miglietta, intervenuta in conferenza -. Nella giornata di ieri il centro antiviolenza stava festeggiando una vittoria in tribunale, quindi la condanna di un uomo violento, e poche ore dopo una donna è stata uccisa a Trepuzzi per mano del marito”.

La coincidenza temporale che lega la conferenza stampa ai recenti fatti di cronaca è, quanto meno, inquietante. E offre un ulteriore motivo per mantenere la guardia alta su un fenomeno troppo radicato nella cultura patriarcale del Paese. “Il lavoro che abbiamo davanti è faticoso ma non dobbiamo perdere la speranza – ha aggiunto l’assessore -. Invitiamo ancora una volta le donne a denunciare ed i figli ad intervenire come sentinelle per aiutarci ad accendere un faro sui drammi famigliari che si consumano quasi ogni giorno, nel silenzio delle case”. Invito rilanciato con forza dalla presidente Toto: “Chiedete aiuto e non chiudetevi in casa; non rimanete nascoste con i vostri bambini perché da sole non ce la potete fare. Dovete scappare via dai compagni violenti che sono potenziali assassini: mettetevi in salvo, bussate alle case rifugio, pensate alla vostra vita”.

Il Centro antiviolenza intende alzare la posta e, per raggiungere quante più donne possibile, chiede di agire all’aperto: “Ci teniamo a parlare in strada e nelle piazze, scovare le donne, prenderle per mano e portarle via”. Nessuna scusante e nessuna attenuante per il criminale violento. Maria Luisa Toto, ben conscia della radicalità delle sue posizioni, non arretra: “Credo soltanto nell’azione di prevenzione mirata ai giovani e non nelle possibilità di recupero o redenzione di questi uomini violenti. La violenza affonda le sue radici nella discriminazione di genere, ha matrici culturali: possiamo noi, mediante un percorso di recupero, riuscire a smantellare quella mentalità e sostituirla con la cultura del rispetto? Non credo sia possibile. È più efficace investire energie nelle nuove generazioni che offrono speranze concrete”.

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“Chi commette abusi, fisici e psicologici, non è necessariamente un malato di mente, un drogato oppure un alcolizzato: è una persona violenta. Il contorno aggrava la violenza ma non la scatena. Ricordatelo sempre.”, conclude la presidente del Centro.

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