Burocravirus: notifiche in ritardo e polemiche. “Ma le cure sempre garantite”

L'emergenza ha creato una mole di lavoro enorme, con difficoltà per il Silp nel tracciamento dei contatti degli infetti. Ma Fedele spiega come il meccanismo fosse inevitabilmente sovraccarico all'inizio. Con una sola macchina per tamponi

LECCE - “E’ fatto obbligo di osservare la misura della permanenza domiciliare per la durata di 14 giorni, con sorveglianza attiva sanitaria effettuata dallo scrivente Servizio, a decorrere dal giorno 14/3/2020”. Traduzione: lei deve stare a casa in quarantena dal 14 al 28 marzo. Data delle firma, 30 marzo. Notifica, 1° aprile. Non è un pesce d’aprile, tantomeno una missiva dell’ormai leggendario Doc, personaggio chiave della saga di Ritorno al futuro prodotta da Steven Spielberg. E’ una lettera firmata dai dirigenti del Sisp (Servizio di igiene pubblica) dell’Asl di Lecce e comunicata agli interessati tramite polizia locale.

Un paradosso spaziotemporale? Di atti simili, di certo, ne sono arrivati diversi, nelle case della provincia di Lecce. Tuttavia, a vederla senza un necessario approfondimento, la questione potrebbe suscitare sentimenti controversi, dall’ilarità fino all’inquietudine. Sul punto, però, il direttore stesso del Sisp, Alberto Fedele, pur non nascondendo di certo alcuni problemi iniziali, tiene a precisare: questi sono stati soprattutto di carattere burocratico, avendo a che fare con una situazione tanto improvvisa, quanto del tutto nuova.

L’errore, più che altro, sarebbe stato (almeno all’inizio) di carattere comunicativo, nella forma, che potrebbe però aver condotto a incomprensioni. Ma il succo, cioè l’informazione e la cura per chi ne ha bisogno, non è mai mancato, nei giusti tempi. Almeno, compatibilmente con ricerche per nulla semplici, con contatti telefonici che hanno preceduto i carteggi. I quali, con tutta la loro discrepanza di date che potrebbe oggi anche far sorridere, erano comunque atti dovuti.   

Mole di carte enorme e all'inizio pochi mezzi 

E’ una storia, questa, che va spiegata bene, perché racconta di quello che non si vede in superficie, di una burocrazia sull’orlo di una crisi di nervi al tempo del nuovo ceppo di coronavirus, con un’emergenza di difficile gestione, piombata dalla sera alla mattina sulla scena, mettendo a dura prova il sistema sanitario e non solo inteso come medici e infermieri, ma anche di chi lavora nell’ombra, gli uffici interni. Che non godono certo di interi eserciti per una mole di carte divenuta enorme. Quasi insostenibile, per i mezzi a disposizione, che sono aumentati solo strada facendo.

La questione ha suscitato accese polemiche in chi, come Daniele Russo, 47enne originario di Soleto, residente a Lecce, ne ha scritto pubblicamente. Russo lavora per uno degli uffici del capoluogo di Fruendo, società che gestisce servizi, fra cui l’help desk interno di Monte dei Paschi di Siena. E va detto che i dipendenti (circa venticinque in tutto) avevano comunque ricevuto notizia del tampone risultato positivo al Sars-Cov-2 per una persona del loro ufficio, prima dall’azienda stessa (il 23 marzo: qui l’articolo in cui se ne parla), poi dall’Asl (il 25 marzo) tramite telefonate. Di fatto, mancavano pochi giorni alla scadenza della quarantena. Ma è chiaro – e il passaggio verrà spiegato meglio nelle righe successive - che solo in quei giorni il Silp ha avuto notizia della positività e si è attivato.

Il problema, però, è soprattutto un altro: la necessità, secondo chi, come Russo, è stato a contatto di casi positivi, di un numero maggiore di tamponi, paventando in caso contrario rischi potenziali. Un dibattito tuttora aperto, in Italia, in cui spesso viene citato l’esempio dei tamponi a tappeto del Veneto e l’ormai famoso studio sulla popolazione di Vo’ Euganeo. Russo ha così deciso di rompere il ghiaccio il 22 aprile, dopo aver preso atto della diretta Facebook del sindaco di Lecce con ospite d’eccezione il direttore del Servizio di igiene pubblica dell’Asl del capoluogo, Alberto Fedele. Nella diretta, infatti, si è parlato, fra l’altro, di temi quali la sorveglianza sanitaria attiva e l’isolamento domiciliare per coloro che sono stati a stretto contatto con soggetti infetti.

Botta e risposta su Facebook

Il 47enne ha deciso di scoccare direttamente sulla pagina del sindaco un post critico, riassumendo la sua storia. E Fedele non si è sottratto al confronto. Ha risposto, spiegando come la notifica sia un atto dovuto, per quanto tardivo, ricordando comunque l’avviso orale del 25 marzo da parte dell’Asl e sottolineando come quella sia stata la “data in cui abbiamo avuto notizia che è stato a contatto di un caso positivo”. Di fatto, si è anche scusato per il ritardo “umanamente comprensibile e legato all’enorme mole di lavoro di quei giorni”. Insomma, circa la carta arrivata a casa in ritardo (a lui, come agli altri venticinque circa), ha più che altro valore legale. “Le giustifica l’assenza dal lavoro senza che le venga conteggiata come malattia”.

Ma per Russo, come detto, si va oltre. E ci ha confermato anche per telefono quanto ha riassunto nero su bianco in uno dei post. “In quella stanza, in cui di solito lavoriamo in 25, oltre al caso accertato, ce ne sono stati altri due sospetti nei giorni successivi. Persone che hanno iniziato a manifestare sintomi come febbre e tosse secca intorno al 18 marzo, e so per certo che almeno una di queste ha avuto contatti diretti con il caso risultato positivo”. Russo l’ha riferito alla dottoressa dell’Asl che l’ha chiamato attorno alle 21 del 25 marzo, ma, “a uno dei due colleghi non è mai stato fatto alcun tampone ed è guarito fortunatamente da solo in circa otto-nove giorni. L’altro, invece, ha fatto il tampone solo il 14 aprile, dopo la guarigione”.

Il direttore Fedele, a tale proposito, ha ribattuto che “la questione è più complessa di come la descrive. I ritardi possono avere molte cause. Quelli apparenti spesso non sono reali”. Nella gallery qui sotto potete vedere sia l’atto ricevuto da Russo, sia le parti salienti del confronto su Facebook con il direttore Fedele.

La situazione, però, è di tale complessità, che non poteva esaurirsi in poche battute via social. Per questo, abbiamo chiesto un approfondimento direttamente a Fedele. “Bisogna contestualizzare i fatti – ha risposto – in un momento in cui si era all’acme della crisi epidemica. Quando ci si trova a operare in una situazione d’emergenza, bisogna contemperare una serie di esigenze che partono, se vogliamo parlare della parte burocratica, da un sovraccarico che nasce da una serie di cambiamenti sotto il profilo delle procedure, che non sono quelle classiche, ma che appesantiscono il problema: dalla stessa ordinanza, alla giustificazione al medico curante che possa consentire al lavoratore di non consumare giorni di malattia, fino a consentire alle forze dell’ordine di sapere chi in un certo periodo si trova in quarantena”.

Insomma, per ogni nome e cognome, una serie di atti amministrativi che vano moltiplicati per migliaia di casi. “Come abbiamo detto nei giorni scorsi – spiega Fedele -, stiamo sfiorando i 6mila isolamenti in tutta la provincia. L’apparato è fortemente stressato, quindi un ritardo ci può essere. Ma quello che a noi interessa è intercettare la persone, dirle di rimanere a casa, seguirle giornalmente. La parte burocratica è poi stata completata e oggi siamo in pari. Ma era un obbligo e comunque, abbiamo in seguito annullato gli oneri, perché adesso facciamo la notifica solo per email. Abbiamo acquisito un sistema informatico che ci consente di svolgere tutto”. Questo sta accadendo all’incirca da un paio di settimane. E arrivarci non è stato semplice. “Abbiamo dovuto confrontarci con gli enti per capire se potessimo farlo”, spiega Fedele. “Ci sono anche aspetti giuridici e formali che bisogna rispettare”.

La difficoltà dell'attività d'indagine

Nel caso di Russo e dei suoi colleghi di Fruendo (come detto, circa 25) sono stati allontanati il 23 direttamente dalla loro responsabile. “Quando l’hanno saputo loro, l’abbiamo saputo anche noi, perché probabilmente sono stati informati dalla stessa persona alla quale è stata fatta la diagnosi”, spiga Fedele. Aggiungendo: “Noi, poi, siamo stati informati il 25 dell’elenco delle persone che erano entrate in contatto con il caso indice. Come ho detto in diretta con il sindaco – ha ribadito, citando la sua partecipazione allo spazio quotidiano su Facebook di Carlo Salvemini - noi siamo alla finestra e guardiamo l’esito dei tamponi. Quindi, noi vediamo un nome, un cognome e un esito positivo. Dobbiamo iniziare da lì e andare a capire chi sia questa persona. Se è ricoverata o meno, eventualmente chiamare il reparto per farci dare un numero di telefono, cercare di contattare il paziente, se è in condizioni di farlo, altrimenti dobbiamo cercare un familiare e il medico curante. Un’attività di ricerca che non si esaurisce in pochi minuti. Ciò che all’esterno può sembrare un ritardo, è una vera e propria attività d’indagine”. Appunto: “Un’indagine epidemiologica”.

Insomma, bisogna agganciare un paziente, sperare in una collaborazione immediata, far partire un tracciamento per capire in quale nel periodo avrebbe potuto essere infettante, stabilire con chi abbia avuto contatti, stilare una lista dei soggetti, magari contattando anche il datore di lavoro. Non è ovviamente il caso di Fruendo, ma immaginarsi quelle situazioni in cui vi siano casi di lavoro irregolare quanto possa essere difficile strappare un nome.

C’è poi un altro aspetto. “Il nostro sistema – dice Fedele - è agganciato alla capacità di effettuare tamponi e alla capacità di lettura, quindi bisogna tener conto di quante macchine avevamo a disposizione in quel periodo e alle priorità. Il nostro sistema, in Puglia, ci dice che alle persone sane non vanno effettuati tamponi. E così dice anche la circolare ministeriale. Per cui la sorveglianza si esplica nel chiamare la persona e capire se stia bene o meno. E nel momento in cui sorgono i sintomi, si programma il tampone”. In quel momento, cioè al 25 marzo, in provincia di Lecce c’era ancora una singola macchina capace di analizzare fra 70 e 80 tamponi al giorno. Oggi, invece, ce ne sono quattro: due al “Fazzi” di Lecce, una terza al “Santa Caterina Novella” di Galatina, una quarta al “Cardinale Panico” di Tricase.

“Avendo una capacità, in quei giorni di soli 80 a disposizione, dovevamo stabilire quali fossero i casi più urgenti. Di quel gruppo – aggiunge Fedele -, non è un miracolo che non ci siano stati casi gravi, perché li abbiamo seguiti”. E perché, comunque, erano anche già in atto le misure di distanziamento sociale, con stanze solitamente vuote usate ad hoc per aumentare gli spazi e nuovi turni in diverse fasce orarie per diluire il più possibile il personale, in attesa di avere tutti gli strumenti per lo smart working.

“E’ chiaro – prosegue - che se la sintomatologia fosse virata verso un quadro più impegnativo, non solo avremmo fatto il tampone, ma avremmo disposto il ricovero. Ragioniamo per assurdo: se fra quelle 25 persone avessimo fatto il tampone a 24 e tutti fossero stati positivi, ma 22 asintomatici, non sarebbe cambiato nulla. A un positivo asintomatico non si applica una terapia. Certo, avremmo saputo che erano positivi, ma sotto il profilo della strategia e dei provvedimenti, quelle persone, isolate erano e isolate sarebbero rimaste, così come i  loro conviventi, fino all’eventuale comparsa della sintomatologia”.

Come funziona il meccanismo

Si potrebbe obiettare che la sorveglianza attiva sia partita, in quel caso, dal 14, anche se fino al 23 nessuno di loro ha saputo nulla, conducendo, quindi, una vita più o meno regolare,  nei limiti di quello che stabiliscono i decreti di Conte. “Ma c’è un errore comunicativo”, spiega Fedele. “Se io vengo a sapere che una persona è positiva e solo due giorni dopo anche che questa sia un suo amico – ci dice -, perché riesco ad avere la lista delle persone in contatto con l’infetto solo in quel momento, io non posso che chiederle a quando risalga il vostro ultimo incontro. E supponiamo che lei mi risponda che l’ultima volta sia stata durante una cena, sette giorni prima. Ebbene, il periodo d’incubazione per la malattia comincia da quel giorno, non da quando la chiamo io”.

“Quindi – aggiunge - , il periodo di isolamento teorico parte da sette giorni prima e finisce dopo altri sette giorni, perché l’incubazione è di quattordici giorni. Ecco perché il provvedimento ha una durata precedente”. “Se facessimo partire il periodo d’incubazione dal momento in cui si viene a sapere il giorno preciso del tampone, sarebbe un errore scientifico e formale. Poi – riferendosi al caso Fruendo -, mi si può dire c’è stato magari un errore di tipo burocratico, perché avremmo dovuto inserire solo i giorni restanti di quarantena, ma nella sostanza non cambia nulla”. “Adesso – comunque - siamo ancora più chiari. Abbiamo cambiato la forma”.

“Ma l’informazione della persona è qualcosa che non abbiamo mai fatto mancare – aggiunge -, in termini di puntualità, tenendo conto di tutte le oggettive difficoltà. Ma appena escono fuori i nuovi tamponi andiamo alla ricerca dei soggetti positivi”. E poi, appunto, dei contatti che hanno avuto. “La sostanza, tuttavia, è sempre la stessa, l’inizio dell’isolamento parte da quando uno ha avuto l’ultimo contatto e termina quattordici giorni dopo, salvo la comparsa di sintomi che purtroppo fa procrastinare il periodo”. “E poi, le carte, sì, qualche problema c’è stato, ma anche legato ai rapporti con le amministrazioni. La mole di lavoro è stata enorme. Adesso si va riducendo, il meccanismo è più oleato, rodato, e credo si sia risolta qualche discrepanza”.

Perché non servono sempre i tamponi

E sul caso del tampone fatto dopo diversi giorni al collega di Russo, quando sostiene che fosse già guarito dallo stato influenzale? “Fatto per vedere quale strada avrebbe preso la vicenda. Non dimentichiamo che abbiamo avuto anche carenza di kit, oltre a una sola macchina, e fra chi aveva qualche linee di febbre e chi era in terapia intensiva, si è privilegiato quest’ultimo. Una minima riserva per problemi urgenti la devi avere”.

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Infine, una battuta sul Veneto e sul caso di Vo’ Euganeo. “In quel momento e in quel contesto hanno avuto la possibilità di realizzare migliaia di tamponi ma ai fini di studi di carattere epidemiologico, per capire anche come muoversi nelle fasi successive e quale sarebbe stato l’andamento della malattia”. Ma il concetto resta lo stesso. Un positivo asintomatico non riceverà mai un trattamento. Sapere di essere positivi o meno, non cambia il quadro. Ecco perché si predilige la strada del test solo quando vi siano sintomi di una certa serietà. 

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