Salute

"Pochi servizi per le persone con hiv": la denuncia dell'associazione Lila

Le considerazioni dell'associazione sui dati hiv: "Corretto parlare di comportamenti a rischio e non categorie di persone. Problemi anche all'interno dell'ambulatorio del Vito Fazzi"

LECCE - L'associazione Lila Lecce, per tramite della sua presidentessa Viviana Bello, ha voluto comunicare alcune precisazioni in merito all'articolo "Sieropositivi in crescita nel Salento" e ai dati diffusi dal dottor Anacleto Romano, primario del reparto di Malattie infettive dell'ospedale “Vito Fazzi” di Lecce.

Questo è il comunicato stampa che riportiamo integralmente: “Pur condividendo l'idea di fondo sulla preoccupazione per una sempre maggiore mancanza di informazione, specialmente diretta alle fasce giovanili, crediamo che sarebbe opportuno non diffondere notizie che potrebbero alterare la percezione del fenomeno, del rischio di contagio e dell'evoluzione clinica che oggi può avere il virus e la malattia correlata".

"Fermo restando che l'idea delle categorie a rischio è stata ampiamente superata da quella del comportamento a rischio e che in Italia la trasmissione del virus ormai avviene quasi esclusivamente per via sessuale, da alcuni anni i dati epidemiologici evidenziano che effettivamente la maggior parte dei nuovi contagi interessa soprattutto uomini, spesso giovanissimi, che riferiscono come unico comportamento a rischio rapporti non protetti con altri uomini", scrive Viviana Bello.

"Senza lanciare sterili allarmismi crediamo sia opportuno promuovere e mettere in atto strategie di prevenzione chiaramente indirizzate a questa fascia di popolazione, considerata dalla letteratura scientifica come maggiormente vulnerabile, ma senza escludere nessuno - aggiunge lei -. Sono ancora molti, infatti, che continuano a credere che l'hiv riguardi solo alcune persone (omosessuali, prostitute, tossicodipendenti), le loro scelte e i loro stili di vita, ma l'hiv riguarda chiunque abbia una vita sessuale attiva, al di là dall’orientamento sessuale".

E ancora: "Nella nota si da poi una visione completamente fuorviante della patologia e delle terapie che la combattono e lo si fa con un linguaggio fortemente stigmatizzante. Si legge: “I sieropositivi, oltre alle limitazioni sociali che questo comporta, devono assumere, per tutta la vita, alcuni farmaci che possono soltanto contrastare l’evolversi dell’infezione, senza eradicare il virus”. Come associazione denunciamo un linguaggio che pare farci ritornare agli anni ’80, quando il virus stigmatizzava e precedeva la persona e la sua storia personale. Ma la cosa più pericolosa è che il concetto riportato dal dottor Romano è vecchio e poco in linea con il dibattito scientifico internazionale".

"Da anni, infatti, l'infezione da hiv viene considerata una patologia cronica che non comporta alcun limite. Le persone che vivono con hiv che prendono regolarmente le terapie hanno un'aspettativa di vita per nulla diversa dalle persone siero-negative. Evidenze scientifiche poi hanno dimostrato che una persona con hiv che segue regolarmente la terapia e ha carica virale non rilevabile non trasmette il virus (TasP). Finalmente una serie di studi possono essere citati per dimostrare che grazie alle terapie le persone con hiv non sono neanche più da considerare “contagiose", infrangendo il pluridecennale tabù dell'indispensabilità delle precauzioni nel rapporto sessuale o della impossibilità ad avere figli", prosegue la presidentessa.

"Le uniche limitazioni che oggi possono avere le persone sieropositive purtroppo continuano a essere frutto di pregiudizi e dell’ignoranza, oltre che di affermazioni che non si basano su evidenze scientifiche. Crediamo che tutto questo alimenti uno stigma che Lila prova a combattere da oltre 30 anni", si legge nella nota.

"Sempre nella stessa nota si legge poi che le persone con hiv devono combattere contro una serie di problemi indotti dalle terapie che sono tossiche: diffondere una nozione simile è rischioso e pericoloso, perché può indurre le persone con HIV a non curarsi - prosegue lei -. Oggi sappiamo che i trattamenti disponibili, pur non essendo capaci di "eradicare" il virus come accade per esempio per i nuovi farmaci anti-epatite C, sono sempre più ben tollerati, semplici, personalizzabili, ma soprattutto efficaci. I problemi cardiaci o renali a cui il dottor Romano accenna possono derivare piuttosto dalla normale evoluzione del virus che non si limita a colpire il sistema immunitario, ma provoca infiammazioni e danni anche a livello di molti altri organi.”

LA DENUNCIA DI LILA E DEI PAZIENTI

Lila denuncia, poi, il fatto di ricevere "continue segnalazioni e denunce da parte di persone con hiv seguite presso il reparto di Malattie infettive dell'ospedale "Vito Fazzi" rispetto a mancanza di privacy e tempi lenti nell’esecuzione di prestazioni a causa di un sovraffollamento di pazienti o, ancora peggio, della difficoltà a trovare disponibile almeno uno dei due medici titolari dell’ambulatorio specifico per l’hiv".

"Su nostra pressione abbiamo fatto nel febbraio scorso una riunione in direzione sanitaria per capire le cause di questa situazione drammatica (che paiono derivare dalla chiusura dell’ambulatorio di Galatina) e per chiedere un intervento urgente. Nella nota il dottor Romano parla dell’ambulatorio specifico per hiv precisando che oggi sono due i giorni di apertura e promettendo di arrivare a tre, ma a noi risulta che l'ambulatorio sia attivo una sola volta a settimana, il venerdì mattina".

"Anche per questo secondo noi di Lila abbiamo problemi di sovraffollamento ed inefficienze nella presa in carico delle persone con Hiv, come purtroppo gli stessi pazienti ci continuano a segnalare. Del resto sembra difficile poter gestire con così poche aperture un numero di pazienti che come dichiarato oggi arriva a 600 - si legge ancora-. Altresì ci dispiace precisare che purtroppo nonostante le segnalazioni di Lila l'esecuzione dei test di screening non è preceduta né seguita dal counseling pre e post test, assolutamente indispensabile per dare informazioni corrette e il giusto orientamento e/o supporto alle persone con hiv come segnalato anche nel Piano nazionale di interventi contro l’Hiv e Aids accolto nella Conferenza Stato Regioni (Atto n° 180 del 26 ottobre 2017)"

E ancora: "A Lecce non si effettuano i test di resistenza nonostante siano raccomandati dalle linee guida come strumento diagnostico irrinunciabile per un corretto approccio terapeutico finalizzato al mantenimento prolungato della soppressione virologia e dell’omeostasi immunitario e clinico".

"Ci spiace verificare che ad oggi gli impegni richiesti dalla nostra associazione anche per conto delle oltre 30 persone con Hiv che ci hanno contattato, pure sottoscritti dai dirigenti dell'ospedale “Vito Fazzi” e dallo stesso dottor Romano negli scorsi mesi non sono stati ancora affrontati in maniera risolutiva”, conclude la nota.

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