Sieropositivi in crescita nel Salento. Il primario: "Occorre alzare la guardia"

In poco più di 3 anni, registrati 87 nuovi casi di contagio. Scompaiono i tossicodipendenti, aumenta il numero dei giovani uomini. E la Asl interviene con gli ambulatori

LECCE - C’era un fantasma che dagli anni ’80 al 2000 si agitava per il Nuovo Continente, spaventando i più giovani, specialmente se tossicodipendenti oppure omosessuali. Era il virus dall’hiv, che si sarebbe potuto evolvere in Aids e danneggiare quasi irrimediabilmente l'esistenza.

Una malattia senza cura contro la quale occorreva premunirsi per sventare il contagio, praticando rapporti sessuali protetti ed evitando di scambiare siringhe usate. Regole eccellenti per la prevenzione, note a tutti grazie alle campagne informative lanciate dal ministero della Salute (allora ministero della Sanità) dal 1988 in poi.

Poi, inaspettata, l’inversione di tendenza registrata in tutta la regione europea dell’Oms (che arriva fino alla Russia): unica al mondo, dicono dall’organizzazione mondiale della Sanità, in cui aumenta il numero dei contagi. Il trend di nuovi casi è in crescita in tutto il Paese e la provincia di Lecce non fa eccezione. Lo dimostrano i dati comunicati dal reparto di Malattie infettive dell’ospedale "Vito Fazzi" di Lecce. Nell’arco degli ultimi 3 anni e mezzo, i dottori hanno registrato 87 casi di persone sieropositive.

Una crescita esponenziale: 20 nel 2015; 25 nel 2016; 30 nel 2017; 12 percento nel 2018, ovvero dall’inizio dell’anno ad oggi. “L’andamento è simile a quello italiano – precisa il primario del reparto, Anacleto Romano – e rispetto al passato si registra una drastica diminuzione dei contagi tra tossicodipendenti che fino a pochi addietro rappresentavano la maggioranza. Nel 2015 e 2016 abbiamo registrato 3 casi; l’anno successivo soltanto 1”.

Un dato interessante, sul quale influiscono due possibili fattori: “Chi fa uso di sostanze stupefacenti per via endovenosa ormai sa che deve stare attento nello scambio di siringhe, e quindi l’attenzione è più alta. Non escludo, poi, che sul dato incida anche un cambiamento nelle abitudini di consumo, che vede la cocaina in vantaggio sull’eroina”. Dall’analisi dei numeri risulta anche che le donne rappresentano il 18 percento dei casi, il 7 percento è composto da giovani extracomunitarie, provenienti nella maggior parte dall’Africa. L’82 percento delle infezioni da hiv è appannaggio degli uomini, omosessuali nel 60 percento.

Ma, ancora più rilevante, è la giovane età dei sieropositivi che sono nel range 18-30 anni. “Questo dato è indicativo di come, nelle nuove generazioni, si sia abbassata la soglia d’attenzione probabilmente a causa della diffusione di una falsa notizia che la malattia ormai si possa curare – precisa il medico -. Al contrario, non esiste una terapia definitiva. I sieropositivi, oltre alle limitazioni sociali che questo comporta, devono assumere, per tutta la vita, alcuni farmaci che possono soltanto contrastare l’evolversi dell’infezione, senza eradicare il virus”.

Senza trascurare la tossicità di queste terapie: “I farmaci hanno un certo effetto tossico, epatico, renale o a livello cardiovascolare, che si manifesta sul lungo periodo: per cui alla fine non si muore di Aids, ma il paziente rischia ictus celebrali, infarto del miocardio oppure va in dialisi”.

Mai abbassare la guardia, quindi: “C’è meno attenzione dei giovani riguardo alla prevenzione ed all’uso di precauzioni nei rapporti sessuali: ci pensano di meno – spiega ancora il primario -. Interessante è anche il fatto che noi, in ambulatorio, seguiamo 600 malati di Aids che hanno contratto la malattia molti anni addietro. Abbiamo in cura pazienti di una certa età, sieropositivi dagli anni ’70-’80 che sono ancora sotto controllo”.  

I tempi sono maturi, quindi, per riaprire un capitolo che non doveva essere chiuso: “È importante riaccendere i riflettori sul problema dell’Aids ed informare correttamente i giovani – aggiunge il medico -. La malattia esiste e continua a crescere, dopo la regressione registrata negli anni 2000 ora c’è una preoccupante inversione di tendenza che va presa in seria considerazione”.

Le iniziative della Asl di Lecce sul problema

L’azienda sanitaria locale sta prendendo di petto la questione, intervenendo su più fronti. Sarà infatti reclutato un medico infettivologo per potenziare l’ambulatorio del Vito Fazzi che segue i malati di Aids, così da garantire l’apertura 3 giorni alla settimana anziché 2.

In accordo con il dipartimento di Prevenzione e con il reparto di Malattie infettive di Lecce, l'Asl aprirà anche due nuovi ambulatori per lo screening ed il counseling, nell’area Nord e nell’area Sud della provincia, che si occuperanno delle attività di orientamento e informazione sulla malattia, offrendo indicazioni sui comportamenti a rischio a chiunque nutrisse dei dubbi.

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In una fase secondaria al colloquio, le persone potranno essere indirizzate verso i test anti-hiv che, lo ricordiamo, sono anonimi e gratuiti. La Asl di Lecce intende anche potenziare l’attività di divulgazione sanitaria presso le scuole, aumentando gli incontri educativi e formativi sul tema della prevenzione.  

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