Martedì, 15 Giugno 2021
Scuola

L'Ateneo perde 45 ricercatori di tipo A: Cobas lancia l'allarme sull'effetto Gelmini

Il sindacato accende un faro sul precariato: in 10 anni assunti solo 86 ricercatori di tipo A e 32 di tipo B. De Pascalis: "Guerra tra poveri, l'Università deve investire in queste risorse"

In foto: Manfredi De Pascalis (Cobas) in conferenza stampa

LECCE - Organici in affanno, guerra tra poveri e precariato perenne, con il rischio di essere infine espulsi dalla comunità accademica. Questo il ritratto a tinte fosche delle università italiane realizzato da Cobas, con un doveroso focus su UniSalento.

Il sindacato di base ha voluto approfondire la piaga del precariato che affligge ricercatori e assegnisti, alla luce degli effetti della riforma Gelmini. E i dati sono sconfortanti.

Proprio dai numeri Cobas è voluta partire per dimostrare la necessità, e l’urgenza, di sostenere la ricerca in ambito accademico, stanziando maggiori risorse. Il sindacato ha realizzato il primo rilevamento dei ricercatori a tempo determinato di tipo A (Rtda) e di tipo B (Rtdb) assunti tra il 2010 e il 2018. Il rilevamento è stato curato dalle ricercatrici leccesi Elisa Rubino e Francesca Lionetto.

Da quando è entrata in vigore la legge 240, in Italia sono stati assunti circa 7mila e 400 Rtda, della durata di 3 anni prorogabili di 2, che hanno contribuito a sostenere la didattica dei corsi di laurea e l’attività di ricerca. La riforma Gelmini, del resto, ha introdotto tale obbligo, sostituendo la figura del ricercatore a tempo indeterminato con quella dei ricercatori di tipo A e B. Ed inasprendo, quindi, il dramma del precariato.

Tornando ai numeri, nel 2018 risultano in servizio 3 mila 907 ricercatori di tipo A. Oltre il 40 percento ha già conseguito l’abilitazione scientifica nazionale a professore associato, che la legge richiede soltanto ai colleghi di tipo B.

In otto anni sono stati banditi 4 mila 402 posti di tipo B di cui 2 mila 251 con piani ministeriali. I posti sono così ripartiti ed evidenziano una profonda spaccatura nel Paese: 631 al Sud, 598 al Centro e 1022 al Nord.

I posti di Rtdb, ha spiegato in conferenza stampa il referente Cobas Lecce, Manfredi De Pascalis, gli unici che, dopo tre anni e il conseguimento dell’abilitazione, consentono di essere assunti a tempo indeterminato come professori associati.

Le possibilità di entrare stabilmente in ateneo sono state ridotte all’osso e questi posti, di fatto, hanno rappresentato un’opportunità per meno del 17 percento dei candidati.

Per quanto riguarda i ricercatori di tipo A solo 741 hanno superato la prima scadenza dei tre anni, hanno ottenuto due anni di proroga e nel 2019 concluderanno il quinto ed ultimo anno.  

Non potendo più garantire gli insegnamenti, e vicini alla soglia dei 12 anni di precariato concessi dalla legge, rischiano quindi di essere esclusi dal sistema universitario. Di questi, il 72 percento circa ha già conseguito l’abilitazione a professore associato.

E ancora: il numero degli assegnisti di ricerca nel 2018 risulta essere di 13 mila 133 e in 10 anni si contano 10 mila cessazioni di docenti universitari.

Per quanto riguarda l’Università del Salento, sono stati assunti 86 di tipo A e 32 di tipo B di cui soltanto 14 con il finanziamento dell’ateneo. Dal 2018 al 2019 gli Rtda sono passati da 66 a 21, oltre la metà dei 66 ha conseguito l’abilitazione a professore associato.

A perdere il posto sono stati, quindi, 45 ricercatori di tipo A.  E solo 8 di questi sono diventati di tipo B nel 2018. Dei 45, in 7 avevano completato sia il triennio sia la proroga biennale, tutti con abilitazione scientifica e vicini al limite massimo di 12 anni di precariato. Solo uno di loro, alla fine, è diventato Rtdb. Nell’anno in corso, poi, altri 5 ricercatori di tipo A vedranno scadere i loro contratti.

Considerazioni sulla riforma Gelmini

Cobas Unisalento boccia nettamente il provvedimento legislativo del ministro Gelmini che, nel bene o nel male, ha rappresentato uno spartiacque. Il cambiamento è stato rappresentato dall’introduzione di parametri valutativi della didattica, della ricerca e dei servizi offerti dagli atenei. Ma il raggiungimento di determinati standard fissati dal Miur non è stato agevolato da un adeguato stanziamento dei fondi da parte del ministero.

D’altra parte, la legge insieme al blocco del turn over, ha portato ad una coesistenza difficile di due figure professionali, quelle dei ricercatori pre e post Gelmini, entrambe in attesa di accedere al ruolo di professore associato. La competizione tra studiosi, considerate le scarse possibilità di successo, si è inevitabilmente inasprita.

Cobas, in buona sostanza, chiede ai governi di riformare e superare la legge Gelmini e di sostenere l’Università pubblica martoriata da decenni di politiche “scellerate” di sottofinanziamento, in controtendenza rispetto agli altri Paesi più sviluppati.

"In particolare è necessario che il governo attuale inserisca nel decreto alcuni criteri necessari per salvaguardare il precariato di lungo corso. Ricercatori e assegnisti, infatti, sono le colonne portanti della didattica e della ricerca negli atenei: servono scelte più coraggiose e investimenti più corposi per sostenere queste professionalità altamente specializzate che rischiano di essere tagliate fuori dal sistema”, ha spiegato De Pascalis.

Il medesimo “atto di coraggio” il sindacato lo ha chiesto anche ai candidati alla carica di rettore di UniSalento. Per porre rimedio al precariato, Cobas ha prosto di fissare già in sede di decretazione, tra i criteri di distribuzione dei posti di tipo B, una priorità: “Almeno una parte dei posti deve essere spesa per settori scientifico-disciplinari con elevata qualità della ricerca, dove si registrano precari di lungo corso con abilitazione scientifica nazionale – spiega De Pascalis -. Ciò tenendo anche in conto gli Rtda che hanno terminato o termineranno l’iter Gelmini tra 2018 e 2019”.

“Riteniamo che tale priorità sia fondamentale, per un verso, per contrastare scelte antieconomiche, che hanno portato molte Università a disfarsi di risorse preziose, dopo l’investimento di ingenti finanziamenti. Un comportamento inaccettabile anche nella più piccola delle aziende”, ha concluso il referente Cobas.

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