"Precaria da 11 anni, ora rischio il posto al Cnr": la paradossale storia di una ricercatrice

Giovanna Occhilupo ha il contratto a tempo determinato in scadenza a fine febbraio. Come lei, altri rischiano: "Il percorso di stabilizzazione della legge Madia si è interrotto"

Foto di repertorio

LECCE - Undici anni da ricercatrice precaria, una carriera universitaria costruita nella sua città natale, Lecce, con tanti intoppi dovuti a contratti di lavoro rinnovati ogni due mesi. Progetti di vita saltati, messi in stand by o definitivamente rimandati. E ora, dopo questo lungo e faticoso iter, lei rischia da rimanere a casa a partire dal mese di marzo. Il progetto per cui lavora, infatti, potrebbe non ottenere i finanziamenti per una proroga. E anche la stabilizzazione all'interno del Consiglio nazionale delle ricerche, ente in cui ha speso buona parte della sua vita, sembra una chimera.

Questa è la storia paradossale di Giovanna Occhilupo, 40 anni, delegata Flc Cgil Lecce, con una formazione di altissimo livello alle spalle valsa oltre un decennio di precariato. Una storia come tante, purtroppo, che merita di essere conosciuta per tenere accesa la fiamma del clamore nell'opinione pubblica. Ed impedire che si abbassi ulteriormente la soglia dell'accettabile. Perché il precariato non può essere normalizzato fino a questo punto.

Giovanna, qual è stato il tuo percorso professionale e quali prospettive vedi all'orizzonte?

occhilupo-3"Mi sono laureata in Beni culturali presso l'Università del Salento, ho conseguito un master di II livello e il dottorato, di 3 anni, in “Conoscenze e valorizzazione del patrimonio culturale”. Ho iniziato a lavorare grazie agli assegni di ricerca, durati 6 anni, e da oltre due anni ho firmato un contratto a tempo determinato part-time. Il contratto, dopo il primo anno, è stato rinnovato ogni due mesi. E a marzo rischio di restare a casa perché sono terminati i soldi per la prosecuzione del progetto su cui stavo lavorando. È bene sottolineare, infatti, che il 90 percento dei contratti dei ricercatori precari si poggiano su fondi europei o internazionali e mai su fondi ordinari: il ministero dell'Istruzione finanzia unicamente il funzionamento della macchina amministrativa degli enti di ricerca e delle università italiane".

Il tuo non è un caso isolato, evidentemente

"Alcuni ricercatori li abbiamo già persi per strada e molti colleghi, a scaglioni, rischiano di essere messi alla porta dopo di me. Ci occupiamo di numerose discipline scientifiche e ognuno di noi ha il proprio contratto di riferimento che, come detto, può essere sostenuto solo con fondi esterni. In atto c'è ancora questo processo di stabilizzazione iniziato tre anni fa con l'emanazione della legge Madia che ha permesso di stabilizzare la maggior parte dei precari leccesi del Cnr che avevano maturato i requisiti. Per noi è stata una conquista raggiunta al prezzo di una dura portata avanti, in tutta Italia, dal movimento dei ricercatori precari.

cnr precari-4Il percorso delle stabilizzazioni rischia però di fermarsi: mancano i fondi che devono essere prorogati dal governo e che non sono stati previsti nelle due ultime leggi finanziarie.

All'interno del Cnr, su scala nazionale, contiamo circa mille persone che non si sa che fine faranno. Complessivamente, tra enti di ricerca e università, abbiamo raggiunto le 70mila unità. Nel frattempo si è creata una nuova platea di precari difficile da quantificare perché non tutti i contratti possono essere censiti. Nel giro di 5 anni immagino che il numero di precari ritornerà ai livelli antecedenti la legge Madia".

In questo Paese, fanalino di coda in Europa per gli investimenti nella ricerca, è possibile contare almeno su un forte riconoscimento sociale?

"A mio avviso non abbiamo neppure questa soddisfazione: basti pensare al dibattito degli ultimi tre giorni. Meravigliarsi della scoperta scientifica sul coronavirus, avvenuta in Italia ed opera di tre donne, la dice lunga su quanto sia distorta la realtà dei fatti. Dovrebbe esistere una consapevolezza, consolidata, sull'importanza e sull'impatto della ricerca in ogni aspetto della vita quotidiana. E questa coscienza invece non c'è, sia per colpa dei governanti che non valorizzano il prestigio della ricerca, sia per colpa dei lavoratori stessi che forse non comunicano efficacemente all'esterno".

Quante volte hai pensato di mollare tutto e scappare all'estero?

"In realtà poche volte perché sono una persona combattiva e vorrei riuscire a fare questo lavoro qui. In Italia, come altrove, c'è bisogno di sostenere la ricerca, sia da un punto di vista economico, sia sul versante del riconoscimento pubblico".

Le novità a livello politico aprono aspiragli?

"Questo non è un periodo di calma piatta, anzi. Il dibattito sul tema è acceso. Il nuovo ministro dell'Istruzione, Gaetano Manfredi ha annunciato investimenti nel comparto dell'istruzione e per sostenere i ricercatori universitari, stigmatizzando come intollerabile questo livello di precariato. Si potrebbe intervenire già subito, sfruttando il decreto Milleproroghe. Vedremo cosa succederà".

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