"Pc acquistati con i nostri soldi per la didattica a distanza": lo sfogo dei docenti precari

Gli insegnanti con contratto a tempo determinato continuano a reclamare la stabilizzazione: "Non ci siamo tirati indietro di fronte all'emergenza, ma il nostro carico di lavoro è pari a quello dei colleghi di ruolo"

Foto di repertorio

LECCE – Reclamano la stabilizzazione nella scuola italiana, sono decine di salentini ma il problema è di proporzioni nazionali. Ai tempi del coronavirus, infatti, anche i docenti che tirano avanti con incarichi a tempo determinato e con le supplenze si sono dovuti rimboccare le maniche. Mettendo mano alle proprie tasche per acquistare i pc necessari a garantire la didattica a distanza, potenziando le connessioni wi-fi per accedere alle piattaforme predisposte dal ministero dell'Istruzione.

E poi ci sono i compiti da assegnare e correggere, le lezioni da preparare e le schede da caricare online: “Ieri ho atteso due ore e mezza per caricare due file sul sistema del Miur”, denuncia un'insegnante precaria, Ilenia Nesca.

La sua battaglia è condivisa da altri 900 docenti italiani che si sono dati appuntamento sui canali telegram o whatsapp per capire come muoversi. Abbandonate le bandiere politiche e slegati i lacci della rappresentanza sindacale, in tanti si sono messi in moto da soli presentando ricorsi legali.

Il minimo comune divisore di questi gruppi è il precariato, in ogni sua forma. I docenti nella maggior parte dei casi provengono da un Sud già fiaccato dalla crisi economica e piegato dalla disoccupazione: a maggior ragione, quindi, reclamano la stabilizzazione.

I paradossi sono tanti, spiega Ilenia: “Il contratto annuale dovrebbe valere fino alla fine di agosto, invece termina a giugno e l'assegno di disoccupazione spesso arriva dopo mesi così rimaniamo senza soldi. In altri casi gli insegnanti lavorano con contratti a termine, facendo supplenze di una settimana in una scuola e di un mese in un'altra, per accumulare punteggio. Ma essere precari significa soprattutto vivere con la valigia pronta”.

E ancora: “Chi, come me ha conseguito il titolo magistrale o ha vinto un concorso, non sempre viene abilitato all'insegnamento. Si tratta di un'anomalia italiana perché il diploma in altri Paesi, come la Germania, è considerato un titolo abilitante all'insegnamento. In Italia bisogna superare un concorso pubblico per essere stabilizzati ma io, ad esempio, ne ho vinti due e sono ancora a casa. Il mio contratto, secondo l'Inps, rientra nella categoria degli stagionali: ciò significa che siamo messi male”.

La soluzione proposta dai precari è quella di far scorrere le lunghe graduatorie aperte nelle scuole del Sud: “Le chiamate dalle graduatorie invece avvengono con il contagocce e i posti vacanti non sono occupati dalle docenze di ruolo (perché non ci vogliono assumere), ma colmati facendo ricorso ai contratti stagionali”.

In questo periodo di emergenza sanitaria, poi, i precari si stanno muovendo anche per assicurare la continuità didattica ai bambini e ai ragazzi.

“Tutti stiamo lavorando da casa, da marzo in poi, anche i docenti precari che hanno un carico di lavoro pari a quello dei colleghi di ruolo: lavoriamo per lo stesso numero di ore, non ci siamo sottratti alla didattica a distanza. Ci occupiamo dei ragazzi con le nostre forze e usando i nostri computer, visto che non ci hanno fornito il materiale e neppure le 500 euro che hanno ricevuto i docenti di ruolo per acquistare i pc – denuncia Ilenia -. Noi ce la mettiamo tutta, per il bene della scuola italiana, e chiediamo che il nostro lavoro venga riconosciuto e stabilizzato”.

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