Detenuti al lavoro per il reinserimento: "Il carcere come un grande quartiere"

Intesa tra amministrazione penitenziaria e Comune: promosse attività lavorative o di volontariato da svolgere all'esterno della struttura per sostenere il valore rieducativo della pena

Da sinistra l'assessora Miglietta, il comandante Secci, la direttrice Russo e il sindaco Salvemini.

LECCE – Se è vero che il lavoro nobilita l’uomo, a maggior ragione l’assioma può valere nel caso del recupero delle persone detenute in carcere. La funzione rieducativa della pena, prevista dall’articolo 27 della Costituzione italiana, è materia complessa ma spesso dimenticata, come fosse un aspetto marginale del problema.

Al contrario invece, agevolare il percorso di reinserimento sociale dei detenuti, è un compito che spetta all’istituzione giudiziaria di concerto con le amministrazioni locali e diventa efficace quando incrocia la sensibilità e la disponibilità delle comunità locali.

La Casa circondariale di Lecce, collocata alla periferia della città, da tempo chiede di tornare al centro della scena e, più precisamente, del dibattito pubblico. La marginalità anche geografica della struttura rispetto al centro urbano, relega la popolazione carceraria (che comprende anche il personale impiegato all’interno) negli angusti confini di Borgo San Nicola.

Questa aspirazione a tornare “visibile” agli occhi dei cittadini ha trovato una sponda nell’amministrazione comunale guidata da Carlo Salvemini che, fin dai primi giorni di campagna elettorale, aveva teso una mano alla direttrice del carcere, Rita Russo, indipendentemente dagli esiti del voto.

Ora i tempi sono maturi per mettere nero su bianco le intese, ed il primo passo è stata la firma di un protocollo volto a promuovere il reinserimento sociale di chi sta scontando una pena, offrendo un’occasione di impiego lavorativo, sotto forma di volontariato, già nel corso della detenzione.

I numeri sembrano rafforzare il valore dell’iniziativa: “I dati del ministero della Giustizia sono chiari – ha chiosato il sindaco -: il rischio di recidive in carcere è pari al 70 percento, ma si abbatte del 20 percento nel caso in cui il detenuto svolga un’attività lavorativa al di fuori dell’istituto penitenziario”.

La direttrice della Casa circondariale ha innanzitutto ringraziato il Comune di Lecce per la collaborazione offerta (“è la prima volta che ciò si verifica”) e ha ribadito la sua intenzione di rendere la Casa circondariale un “istituto sociale”, aperto ai cittadini che intendono collaborare con i percorsi di riabilitazione.

“La realtà del carcere di Lecce è numericamente importante, considerato l’elevato numero di detenuti – ha aggiunto l'assessore ai Diritti civili e Politiche attive del lavoro, Silvia Miglietta – ed è importante che vengano adottate iniziative come questa, sulla scia delle buone prassi che sono già in atto. È lodevole il fatto che l’amministrazione carceraria abbia voluto coinvolgere anche gli studenti delle scuole in esperienze che hanno un alto valore formativo”.

“Il carcere di Lecce è come un grande quartiere che non ospita solo i detenuti – ha spiegato il comandante Riccardo Secci - e la nostra intenzione è quella di uscire al di fuori di questo perimetro, grazie anche alla collaborazione dei volontari impegnati nel sociale”.

Il protocollo, guardando nel dettaglio, punta su tipologie di lavori socialmente utili (come la manutenzione del verde pubblico) e sull’artigianato. Il Comune si impegnerà a mettere a disposizione il personale, da impiegare nei progetti, individuando associazioni intenzionate a collaborare e sensibilizzando il territorio.

L’amministrazione carceraria sarà impegnata, invece, nella selezione dei detenuti impegnati in lavori  il più possibile compatibili con le pene comminate. Il protocollo sarà valido per 24 mesi e sono previste alcune verifiche al termine del primo anno di sperimentazione.

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