Grotta Romanelli: dopo 46 anni “apre” le sue porte a LeccePrima

Siamo andati a visitare l’ingresso del “monumento” del Paleolitico di Castro, tanto prestigioso da aver dato la definizione di “Romanelliano” per manufatti risalenti a 10mila anni fa

L'ingresso della grotta, nella quale si accede solo via mare.

CASTRO – Instancabile utero di pietra in permanente gestazione, partorisce gioielli da millenni: reperti archeologici, nitide stratificazioni e persino le tracce di un pinguino boreale, fossili di rinoceronti e di cervi. É quanto mai curioso che non si conosca ancora l’origine del nome della Grotta Romanelli di Castro mentre, allo stesso tempo, quel nome sia diventato un termine comune, noto in tutto il mondo, usato per indicare una fase di produzione di manufatti in pietra risalente a circa 10mila anni addietro, nel Paleolitico superiore. Si dice “Romanelliano”, appunto.

E’ il periodo che corrisponde alla fine dell’ultima glaciazione, divenuta nota per l’abilità dell’uomo nella lavorazione della selce e nella produzione dei primi, piccoli manufatti. Quella grotta, punto di riferimento nello studio del Paleolitico, è stata scoperta alla fine dell’Ottocento da Ulderico Botti e sondata nei primi anni del Novecento da Paolo Emilio Stasi e poi da Alberto Carlo Blanc. In seguito, dall’inizio degli anni Settanta, la grotta è rimasta chiusa per oltre 40 anni, riaperta all’inizio del 2015 ai soli ricercatori universitari che, questa mattina, LeccePrima ha incontrato per voi. Lo ha potuto fare all’ingresso, dal momento che l'accesso all’interno è vietato. Altrettanto vietato scattare foto sull’area del cantiere. Dopo una decina di minuti di navigazione, si giunge via mare alla grotta, che si estende per una lunghezza di circa 37 metri. La cavità è stata protetta, nel corso dagli anni, da una imponente inferriata, per impedire ai vandali di trafugarne reperti come è già avvenuto in passato.

L’importanza di questa fragile grotta è arcinota negli ambienti internazionali dell'archeologia, forse meno sullo stesso territorio. La sua unicità è data, fra gli altri aspetti, anche dalle pareti interne “lisce”: elemento, questo, che ha consentito agli "inquilini" che si sono susseguiti nei millenni, di lasciare sui muri le tracce del proprio passaggio. Quei disegni, quelle immagini criptiche, sono infatti al vaglio degli studiosi, per poterne carpire abitudini, competenze e modi di vivere. Al di là dei reperti rinvenuti all’interno, a sorprendere fino ad ora gli studiosi de La Sapienza di Roma è stata la datazione della parte superficiale della grotta e quella profonda: la prima molto più “giovane” del previsto (fino a 7mila e 500 anni addietro), la seconda molto più antica. Una forbice temporale più ampia di quanto ci si aspettasse, che testimonia una ricca concentrazione di tracce storiche del passaggio dell’uomo e dell’ecosistema nel Paleolitico. Si parla, rispettivamente di terre rosse e terre brune, in una sorta di classificazione semplificata degli strati geologici. Dagli scavi precedenti nelle terre brune, sono state rinvenute le tracce del pinguino boreale.

Giacché non è semplice stabilire inizio e fine delle varie ere che si sono susseguite, le tracce degli esseri viventi forniscono un apporto notevole alla ricerca. Le terre cosiddette “rosse” hanno inoltre restituito significativi elementi del passaggio di un rinoceronte, così come di roditori. Questi ultimi rappresentano spesso una vera e propria “bussola”, che permette di ricostruire con buon dettaglio l’ambiente del passato. Discorso identico anche per lo studio dei pollini: la loro modalità di deposizione è un ottimo indicatore per gli studiosi. Del resto, la stessa conformazione della celebre grotta è attualmente sconosciuta. I primi riscontri scientifici lasciano presupporre la presenza di una piattaforma, dove oggi c’è il mare, che potrebbe essere stata estesa per due chilometri, ma c’è chi parla persino di sei. Buona parte del materiale ritrovato nelle scorse campagne di scavo, quelle degli anni Sessanta, è tuttora custodita nelle teche dei musei di Maglie, Taranto, Altamura, Castro e in quello etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. Intanto, le centinaia di reperti trovati durante la campagna di scavi curata da La Sapienza e Università di Ferrara saranno trasportati, su disposizione della Soprintendenza archeologica, belle arti e paesaggio delle province di Lecce, Brindisi e Taranto (la stessa che ha autorizzato l’avvio degli scavi),  presso i laboratori dell’ateneo romano per essere analizzati.

Il professore Raffaele Sardella, docente presso l’Università La Sapienza di Roma, dirige da  quattro anni la campagna di scavi. Per tre settimane all’anno, in collaborazione con i colleghi dell’Università di Ferrara e dell’Igag Cnr. Un contributo è stato inoltre fornito dal gruppo di ricerca del Cedad (Centro di fisica applicata, datazione e diagnostica) del Dipartimento di matematica e fisica dell'Università del Salento. Tutte le datazioni al radiocarbonio sono state infatti eseguite dal gruppo leccese, guidato dal professor Lucio Calcagnile e dal professor Gianluca Quarta. Il primo anno è stato dedicato interamente alla preparazione della grotta per le campagne di scavo successive. Ora il lavoro di ricognizione non riguarda soltanto quello su campo, ma è fatto di una certosina ricostruzione basata su documenti e archivi, senza tralasciare le testimonianze fornite da anziani cittadini del luogo. I ricercatori impegnati sul posto confidano in una futura apertura al pubblico, nel rispetto ovviamente della fragilità del posto. Iniziativa in cui spera lo stesso direttore degli scavi, ma con la massima prudenza.

Una visione futura ipotizzata anche dal vicesindaco di Castro, Alberto Capraro. “Proseguiremo con il sostegno alla campagna di scavi coordinati dal professor Sardella, il quale ringrazio per il lavoro e il modo in cui lo sta svolgendo. L’impegno e la speranza saranno rivolti a divulgare questa straordinaria storia della Grotta Romanelli non soltanto alla comunità scientifica, bensì all’intero territorio, in accordo con la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio delle province di Brindisi, Lecce e Taranto. Un progetto ambizioso. Sognare, del resto, è lecito”.

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