Omicido Manca, 18 anni di misteri e silenzi in un delitto di mafia

Nelle 39 pagine dell'ordinanza di custodia cautelare il gip ricostruisce movente e modalità di un delitto scaturito negli ambienti criminali e dettato dalle spietate leggi del sangue

Il luogo in cui fu trovato il cadavere (foto per gentile concessione de La Gazzetta del Mezzogiorno).

LECCE – Quel tragico pomeriggio di sangue, era il 17 marzo del 1999, Gabriele Manca, 20 anni, aveva appuntamento con suo padre Giovanni, che avrebbe dovuto accompagnarlo in stazione. Il 20enne di Lizzanello era un militare di leva e avrebbe dovuto fare ritorno a Foggia. All’appuntamento, però, non arrivò mai. Il padre lo attese invano e il giorno dopo si recò dai carabinieri per denunciarne la scomparsa. Le ricerche furono avviate subito, si scandagliarono ospedali e carceri, ma di quel ragazzo definito negli atti di polizia giudiziaria come “dal carattere irascibile, attaccabrighe e violento”, oltre che “soggetto emergente della criminalità locale”, non fu trovata alcuna traccia. Sulla scomparsa di Gabriele Manca scese subito un velo di paura e omertà. Erano anni difficili, in cui la Sacra corona unita imponeva la legge del sangue, del silenzio e del rispetto. Don Alfonso Cannoletta, parroco di Lizzanello, invitò a collaborare per fare luce sulla scomparsa del 20enne. Un impegno cui seguirono due episodi inquietanti: il furto della sua auto e l’esplosione di tre colpi di pistola contro una vetrata della chiesa. Il corpo di Manca fu ritrovato il 5 aprile, il giorno di Pasquetta, accanto a un muretto a secco sulla strada tra Lizzanello e Merine. Gabriele era stato assassinato a colpi di pistola, una Tokarev semi-automatica calibro 7,62, che lo avevano raggiunto al braccio e al gluteo destro, e al torace. Era stato colpito alle spalle, mentre cercava una inutile quanto disperata fuga.

Sono state le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, Alessandro Verardi e Alessandro Saponaro, a squarciare il velo di mistero e oblio che copriva l’omicidio di Merine. Entrambi hanno fornito la stessa versione dei fatti, fornendo inoltre riscontro a varie testimonianze (e persino una lettera anonima inviata al padre del ragazzo assassinato), dopo aver appreso dell’omicidio da uno dei presunti autori: Carmine Mazzotta, 44enne leccese. Un delitto maturato per il contrasto legato allo spaccio di sostanze stupefacenti sulla “piazza” di Lizzanello. Contrasti che avevano portato Manca a scontarsi con un altro dei presunti autori dell’omicidio, Omar Marchello (39enne di Lizzanello), referente per quella zona del gruppo cui apparteneva. Il 20enne non solo aveva spacciato senza autorizzazione nella zona controllata da Marchello, ma aveva cacciato in malo modo suo cugino dopo averlo sorpreso a cedere dell’eroina in un locale. Marchello aveva affrontato il suo rivale il 13 gennaio del 1997, colpendolo con uno schiaffo, ricevendo una coltellata al viso che lo aveva costretto a ricorrere alle cure mediche. Inoltre, durante un tentativo di conciliazione, il 20enne aveva colpito con violenza alle gambe Marchello con una stecca da biliardo. Manca era stato denunciato e da allora non perdeva occasione per definire Marchello un “infame”, mostrando gli atti del processo che sarebbe dovuto iniziare alcuni giorni dopo la sua morte.

Accuse e comportamenti che nella spietata logica criminale potevano essere cancellati solo col sangue. Fu il terzo uomo arrestato, Giuseppino Mero, 53enne di Cavallino, a condurre la vittima in Contrada “Le Campore” il pomeriggio del 17 marzo 1999 con la scusa di un chiarimento con Omar Marchello. Ad attenderlo, con quest’ultimo, vi era Carmine Mazzotta. Manca provò a fuggire ma fu colpito da Mazzotta e si accasciò al suolo, morendo poco dopo. Pagò con la vita la sua “ribellione” e il non volersi piegare alle leggi del clan. A distanza di oltre 18 anni i carabinieri del Ros coordinati dal pubblico ministero Antonio De Donno (ora procuratore a Brindisi), con pazienza e acume investigativo (dall’analisi degli alibi ai riscontri tecnici, dalle dichiarazione dei “pentiti” a quelle dei testimoni, dai sospetti agli incroci criminali), hanno raccolto le tessere di un mosaico che ha svelato movente ed esecutori di quel delitto rimasto sin qui insoluto, descritto nelle 39 pagine di ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alcide Maritati. Oltre ai tre arrestati vi è un quarto indagato, P.M., 39enne di Lizzanello, per cui il gip ha rigettato la richiesta di misura. Uscito dal carcere nel 2001, il 39enne ha lasciato gli ambienti criminali traferendosi in un’altra regione. Sarà l’eventuale processo a stabilire le sue colpe.

Discorso diverso, invece, per Marchello, Mazzotta e Mero. In questi lunghi anni la loro carriera criminale è proseguita. I primi due sono stati arrestati nell’ambito della maxi operazione denominata “Eclissi”, riportando a luglio del 2016 una condanna in abbreviato a 12 anni e otto mesi e 10 anni. Assai lungo il curriculum criminale di “Pino” Mero, coinvolto nel 2003 nell’operazione “Bahia” con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga e condannato a 7 anni. Nell’aprile del 2015 la Dia di Lecce ha confiscato a Mero beni per oltre 600 mila euro. Nell’ottobre del 2017 è stato condannato in primo grado a 9 anni e otto mesi nell’ambito dell’operazione “Oceano”. In un’altra operazione, “Federico II”, l’accusa ha chiesto per lui 18 anni. E’ stato inoltre condannato a un anno e mezzo per omicidio colposo per aver provocato un incidente mortale. 

I tre arrestati compariranno domani dinanzi al gip per l'interrogatorio di garanzia.

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