Rapina alle poste di Merine, intercettata telefonata: “Il cinema non ha ancora aperto”

E’ durata una novantina di secondi l’azione della banda fermata dalla mobile di Brindisi, nel giorno del colpo alle poste, così come riporta la testata BrindisiReport

Il fotogramma del video della rapina.

MERINE (Lizzanello) – E’ stata anche una conversazione telefonica a incastrarli.  Si tratta di quella stata intercettata tra i fratelli Dario e Pierpaolo Fai, entrambi residenti a Tuturano, così come Vincenzo e Vito Bleve, fratelli anche loro, fermati dalla squadra mobile per la rapina nell’ufficio postale di Merine, il pirmo ottobre. Quella breve telefonata è stata considerata un grave indizio di colpevolezza nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Giuseppe Biondi del Tribunale di Brindisi, come si apprende dal quotidiano online BrindisiReport, dopo il decreto di fermo dei pm della Dda di Lecce eseguito dagli agenti della mobile della città adriatica, nei giorni scorsi. Alle 8,04, la telefonata tra fratelli Fai, nel corso della quale le utenze in uso a entrambi hanno agganciato la cella di Merine. La telefonata ha permesso di capire che “Vincenzo Bleve fosse in auto con Dario Fai, mentre Pierpaolo Fai era incaricato di accertarsi che l’ufficio postale fosse aperto”. Bleve poi “esorta Dario Fai a spegnere il telefono”, riporta la testata brindisina. “Il cinema non ha ancora aperto”, hanno udito gli inquirenti durante le intercettazioni. Parlavano in codice.

Secondo l’accusa, le caratteristiche del rapinatore armato di fucile a canne mozze che minacciò il direttore della filiale di Merine, corrispondono a quelle di Vincenzo Bleve. Quelle del rapinatore che minacciava i clienti armato di kalashnikov rimandano a Pierpaolo Fai, mentre il terzo rapinatore corrisponderebbe a Vito Bleve, l’uomo che rimase fuori, accanto all’auto. L’auto noleggiata da Pierpaolo Fai, una Lancia Y di colore rosso, è partita alle 7 dall’abitazione dello stesso Fai per poi giungere alle 7,40 nei pressi dell’ufficio postale della frazione di Lizzanello.

Novanta i secondi di terrore conteggiati nell’ufficio la mattina del primo ottobre scorso. Un ulteriore elemento a carico degli indagati è costituito dalla presenza dei fratelli Fai a Torre San Gennaro, frazione di Torchiarolo, nella prima mattinata del 13 settembre, vale a dire nello stesso luogo e nello stesso tempo in cui veniva rubate le targhe apposte sulla Lancia Delta. Nel corso della rapina nell’ufficio postale, “il conducente dell’auto” sarà costretto a scendere dall’auto armato, abbandonando il posto di guida, pregiudicando una eventuale rapina fuga in caso di emergenza”, si legge nella ricostruzione riportata nel provvedimento di custodia. Il giorno della rapina, alle 4,30  “Dario Fai avvertiva” un parente “che non avrebbe potuto accompagnarlo a pesca”. Alle 7,38 l’Opel Meriva in uso a Vincenzo Bleve raggiungeva San Donaci, dove rimaneva sino alle 11.43. Il percorso è stato ricostruito tramite Gps che gli agenti della Mobile avevano sistemato nelle settimane precedenti, su delega della Dda di Lecce, nell’ambito di un’altra inchiesta.

Restano tutti e quattro in carcere.  Secondo il gip è ravvisabile la gravità dei reati così come il pericolo di reiterazione, ma non quello di fuga, poiché “era in corso un’attività estorsiva, aggravata da modalità mafiose” ai danni del titolare di un’impresa agricola del Brindisino. Motivo per il quale almeno tre di loro, non avrebbero avuto alcun motivo per lasciare la zona.  L’accusa di tentata estorsione, aggravata da modalità mafiose, è stata contestata a Vincenzo Bleve, Vito Bleve e Dario Fai.  Proprio per questo  la competenza funzionale, oltre che territoriale, è del gip distrettuale di Lecce, di conseguenza gli atti sono stati trasmessi al pm.

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