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Saper fare turismo. Destination management: un sogno, forse un’utopia

Nell'approfondimento in corso oramai da settimane accogliamo il contributo di un giovane laureato presso l'Università del Salento

L'area archeologico di Roca Vecchia.

LECCE - Gabriele De Pandis, 27enne leccese, è uno dei tanti di giovani salentini che hanno un'idea chiara in testa: vogliono costruire la propria professione nel turismo, capitalizzando il proprio percorso formativo e il successivo aggiornamento che certe discipline inevitabilmente richiedono. Laureato in Gestione delle Attività Turistiche e Culturali presso la Facoltà di Economia dell’Università del Salento, cerca di promuovere e portare avanti politiche e pratiche collaborative per massimizzare i benefici di una destinazione turistica.

Di seguito il suo contributo che accogliamo volentieri all'interno del nostro approfondimento sul comparto turistico, sulle competenze necessarie per promuovere il territorio e accogliere gli ospiti nel modo migliore, sui limiti che un certo tipo di improvvisazione si porta dietro.

Il destination manager è chi si occupa della promozione e del rilancio turistico di un dato territorio. La figura deve ottimizzare l’utilizzo delle risorse umane ed economiche a disposizione al fine di valorizzare le peculiarità culturali, ambientali, enogastronomiche che costituiscono l’attrattività turistica della destinazione stessa.

Altre destinazioni in Italia hanno lavorato bene su quest’aspetto di gestione, programmazione, comunicazione e marketing, posizionandosi bene nel panorama turistico italiano e non grazie a un coordinato sistema di azioni condivise tra i principali attori e all’armonizzazione di un’offerta turistica ben segmentata partendo dalle potenzialità esistenti.

L’esempio di successo a livello regionale di Puglia Promozione, con #WeAreInPuglia tra gli hastag più cliccati sul web e, soprattutto, sui social (oggi la vera arena dove si gioca la competizione multilivello) deve essere uno stimolo per le destinazioni locali a perseguire una strategia simile per costruire una piccola, ma forte, rappresentazione di sè.

Brandizzare e dare un’immagine univoca alla propria destinazione, però, non è un lavoro facile. Qui travalicare il confine della ricerca della professionalità e sfociare nel pressapochismo (nel tentativo di cavalcare una moda di cui si sente parlare) è assai frequente. Questi processi non fanno parte di un’altra moda passeggera, ma sono dei fenomeni strutturali su cui ognuno deve lavorarci senza improvvisazioni.

Destination management, però, è anche e soprattutto sviluppo sostenibile focalizzato alle peculiarità del cliente. Anche delle piccolissime destinazioni italiane hanno costruito il loro successo mantenendo ben alta l’attenzione su quest’aspetto. L’applicazione di questo concetto, nel Salento, spesso si dirotta verso la ricerca del ‘top’, del servizio esclusivo. Dall’altra parte, per offrire quello che noi da dentro percepiamo come un servizio esclusivo, ci vuole una cornice sistemica che supera le frasi di circostanza che si potrebbero leggere sulle homepage dei siti e sulle insegne dell’ultimo locale aperto. Ci vuole il giusto equilibrio. E tanto studio.   

Spesso sentiamo la ricerca dell’autenticità da parte di attori territoriali delle nostre destinazioni, ma senza una strategia. Qualche iniziativa spot messa a punto da organizzazioni e associazioni virtuosissime non basta a spingere fortemente i reali fattori che inducono un visitatore a scegliere una destinazione invece di un’altra. Si è arrivati al punto dove la percezione di ciò che si ha e si promuove deve partire dall’interno, e non a parole. Non il contrario.

Va di moda ed è ‘cool’ riempirsi la bocca con il discorso ‘autenticità’. Valorizzare l’autenticità non vuol dire non parametrare l’accoglienza e dimenticarsi totalmente del soddisfacimento dei bisogni del visitatore, ‘perché il Salento è così, punto’. Tantomeno continuare a trattare il visitatore come “pollo” e “ignorante’. Ormai, chi raggiunge una meta per le proprie vacanze giunge a destinazione già consapevole di cosa lo attende grazie al lavoro di promozione e costruzione d’immagine che corre veloce online come una scheggia impazzita. Questa scheggia va controllata. E ogni deficienza in quest’ambito di certo non dà l’idea di un territorio capace di accogliere.

Per anni abbiamo cavalcato un mito nato grazie a pochi attori territoriali, vincenti in scelte imprenditoriali, e una serie di fenomeni geopolitici che hanno canalizzato nel Salento flussi inizialmente orientati verso il Mediterraneo e l’Egeo. Il passaparola positivo dei primi tempi è stato poi l’effetto moltiplicatore.  Ciò ha innescato una corsa all’oro facile che è sfociata ancora nel pressapochismo e in servizi costruiti senza professionalità. In attesa dei dati ufficiali, ora non basta più provare a surfare tra le onde di questo fenomeno.

gabrieledepandis-2 Quanti turisti conoscono l’esistenza dell’immenso patrimonio archeologico di Roca Vecchia? Quanti invece hanno coscienza dell’importanza storica del sito di Taormina? C’è da fare un lavoro serio per assestarsi nelle menti e nel processo decisionale dei target di clientela (e anche qui si aprirebbe un lungo discorso che in altre interviste è stato già affrontato) e recuperare un’immagine diversa da quella che le notizie di quest’estate tendono a condizionare.

Molte località turistiche del nostro territorio potrebbero competere e rilanciare le proprie specificità, spesso ricercate da chi viene da lontano ma sconosciute dagli abitanti locali, sempre pronti però a esaltarsi condividendo sul proprio profilo Facebook l’ultimo articolo che esalta il Salento.

Le amministrazioni locali, probabilmente, considerano il turismo come una materia marginale, troppo ‘frivola’ o piena di ostacoli di ogni genere per essere trattata in maniera organica e applicata o, peggio ancora, una valvola di sfogo per soddisfare dei clientelismi.

Se il Salento vuole davvero provare a vivere di turismo si deve partire dall’entusiasmo. Soltanto le idee e le competenze delle generazioni più giovani, relegate ad angoli sperduti su scrivanie sperdute di uffici sperduti, possono dare linfa vitale a un sistema turistico che, quantomeno, rischia di perdere un grande margine di crescita.

È frustrante per tanti giovani professionisti ritrovarsi addirittura a ringraziare o a ricercare una promessa o una speranza di lavorare nel proprio settore cercando di mettersi alla prova per creare del reale valore ‘tirando la giacchetta’ al potente, o peggio chi si sente tale, di turno. Spesso si fa richiamo alla tanto decantata gavetta che ognuno di noi deve percorrere nel proprio percorso professionale, ma cestinare letteralmente una generazione di entusiasti professionisti del turismo perché ‘tanto il Salento ormai è sulla cresta dell’onda’, o perché ‘basta poco per fare turismo’, è un errore che potrebbe rivelarsi estremamente dannoso per questo settore.

Non riusciamo ancora a mettere insieme le nostre potenzialità per fare del turismo la vocazione di questo territorio. O forse non lo vogliamo. 

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