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Elio Germano (foto Ansa).

Elio Germano (foto Ansa).

Cinema, nonostante tutto: di quella volta che la realtà ha superato la fantasia

"L'incredibile storia dell'Isola delle Rose" di Sidney Sibilia ha portato a questo travagliato 2020 una ventata di freschezza, paradossalmente alimentata dal soffio di un evento oramai lontano nel tempo

LECCE - In questo lungo anno, Netflix ci ha tenuto compagnia nelle infinite ore di ozio imposto, ha regolato i nostri umori, riempito vuoti di alcune giornate tutte uguali e, come una mamma, rimboccato le coperte prima di dormire, raccontandoci sogni e realtà non così tanto lontane da quella che stiamo tuttora, inconsapevolmente o meno, vivendo.

Dopo averci sfidato fino all’ultima mossa con “La Regina degli scacchi”, nella quasi beffarda analogia delle notti insonni passate a fissare il soffitto, prima di concludere questo sciagurato anno, ci consegna una sorta di “favola della buonanotte”, e lo fa con un film evocativo e di produzione fieramente nazionale.

“L’incredibile storia dell’isola delle Rose”, il cui titolo già rimanda a suggestioni oniriche di età prescolare (quando qualcuno ti raccontava una favola perché non eri ancora in grado di leggere), ha un sigillo di garanzia, quel “tratto da una storia vera” che procura sempre, innegabilmente, una predisposizione positiva e una crescente curiosità.

A Sydney Sibilia, giovane regista del film, va decisamente il merito di aver ripreso, scavando nella storia recente del nostro Paese, la vicenda di Giorgio Rosa, forse sconosciuto alla generazione più giovane, un ingegnere dall’indole fantasiosa e altrettanto costruttiva (mancato nel 2017) che, verso la fine del decennio “rivoluzionario”, ha realizzato un sogno ai limiti dell’impossibile.

E la credibilità di un così intenso progetto è confermata, anche nella resa filmica, dalla scelta autoriale di affidare il racconto a uno strepitoso cast di attori. Elio Germano, istrionico rappresentante del panorama cinematografico italiano, veste i panni del protagonista, circondato dalla bravura perfettamente bilanciata del dialetto romagnolo di volti poco noti - ma di convincente personalità - e colossi più conosciuti del grande schermo (tra gli altri, Luca Zingaretti e Fabrizio Bentivoglio).

La storia

Nel 1968, un giovane ingegnere riminese decide, aiutato da alcuni amici (ma soprattutto dai suoi demoni interiori di geniale e visionaria libertà) di “costruirsi il suo mondo”: una vera e propria isola, una piattaforma artificiale di 400 m2 collocata al di fuori delle acque territoriali italiane che, per 55 giorni, ha goduto del privilegio di essere considerata, a tutti gli effetti, una “micronazione”.

Con la sua moneta (i mills), i suoi francobolli, il suo stemma e l’anima di una generazione scaldata dal ‘68 che ribolliva di energia ribelle, Giorgio Rosa è stato il Presidente della “Repubblica delle Rose”, conosciuta anche come “Libera Teritorio de la Insulo de la Rozoj”, nella lingua scelta di appartenenza, l’Esperanto.

Fin da subito ci avvolge un’atmosfera rarefatta, una fotografia blu che richiama le notti disneyane di “Aladdin”, in cui l’isola di acciaio appare come il tappeto volante dei desideri esaudibili. Tuttavia, già alla prima tempesta, la possibilità della riuscita sembra per un attimo somigliare allo scenario già visto del “Titanic” di cameroniana memoria. Ma passa quasi subito, dura quanto un temporale.

L’intreccio della narrazione viaggia su acque tutt’altro che placide (le lotte di Rosa contro il governo italiano per ottenere l’indipendenza, il viaggio in solitaria fino alla Corte Europea di Strasburgo), nel contempo scardinando certi cliché di tecnica stilistica (non c’è violenza verbale gratuita o scene di sesso esplicite che, a una certa furba cinematografia italiana, servono come i denti per divorare quella fetta di pubblico voyeurista che, al cinepanettone volgare di fine anno, preferisce amplessi purché di eguale “lievitata” sostanza).

Eppure, non manca nulla di quegli elementi che rendano merito alla finalità della trama. L’utopia di una storia d’amore che si realizza con una conquista insperata (certo romanzata, ma vera), la razionalità di una donna contrapposta all’indole sognatrice di un uomo, un racconto capace di restituire una nuova e sconosciuta dolcezza a un 68’ che, tra contestazioni, fumogeni, bombe carta e rivoluzioni sessuali, non troviamo nei libri di storia.

Sorprendono soprattutto due elementi, quello politico e di genere (femminismo in primis), quasi ribaltati nella chiave del racconto: la struttura governativa autarchica scelta da Rosa, che non è specchio rovesciato di quella vigente e legalmente al potere (la Democrazia Cristiana di Giovanni Leone) e, finalmente, una forma di intelligente “femminilismo” al posto del femminismo di massa, quello urlato dai meandri di uteri isterici di matrice autogestita.

L’eleganza delle donne del film è insieme forza, determinazione culturale e impegno di “maternalità”, senza intenti moralistici o risvolti subordinati alla lotta di genere. Il film svela, con rara e acuta semplicità, l’utopia libertaria giovanile opposta a una classe dirigente gonfia di paternalismo indottrinato, in cui alla fine non sai se prevalga di più il senso della legge o la paura che quella legge venga infranta.

Sullo sfondo, una colonna sonora di rimandi barricaderi (su tutte “Eve of destruction” di Barry McGuire) che mescola un racconto di pace a quello tristemente reale dell’unica guerra d’invasione della Repubblica Italiana. La scena finale, l’inquadratura in un campo lungo, consegnata alla voce di Caterina Caselli e al suo “Sole spento” sarebbe andata in accordo anche con la domanda ben precisa che De Gregori (in ordine di tempo musicale successivo) canta in “Rumore di niente”: “L'avevi creduto davvero che avremmo parlato Esperanto? L'avevi creduto davvero o l'avevi sperato soltanto?” (dall’Album “Canzoni d’amore”, 1992).

Il finale di questa favola ci lascia così, davanti alla nostra “Italietta” piegata che, da “Isola delle Rose” diventa “Penisola degli erosi”, nel mare sconfinato delle nostre velleità libertarie, con noi marinai “appiedati” come ci siamo ritrovati quest’anno, alla ricerca di una nuova rotta perché “chi conta più di noi” sta decidendo i nostri passi, o forse, ha nuovamente paura di concederceli.

Restiamo così, romantici disillusi tra sacro e profano, in balìa di onde di superstizione e credo religiosi, orfani di divinità del pallone, tra uomini fatti di carne e santi partenopei il cui sangue “non si scioglie” per indisposta responsabilità predittiva, o forse perché il futuro, in questo 2020, ha dimostrato di avere molta più fantasia di noi. Consola il fatto che, in un tempo così non tanto remoto, ci sia stato qualcuno che anche solo per 55 giorni abbia creduto possibile di “veder fiorire le rose sul mare”.

*Ludovica Polito, filmmaker indipendente, ha lavorato nel Cinema, scrive e si occupa di Storytelling e Comunicazione pubblicitaria. Esperta in “Diritto all’Imperfezione” crede negli avverbi di tempo, nelle domande dirette ed è convinta che prima o poi torneranno le mezze stagioni. Non guarda i film, ma li legge fino all’ultimo titolo di coda. Orientamento religioso politeista: Elvis Presley, Pizza, Netflix.

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