"Il quartiere": nei volti di strada l'anima profonda di una parte unica della città

Al Festival del Cinema Europeo il documentario di Filippo Cariglia. Tra centro e periferia un confine che diventa un orizzonte

Una locandina del documentario.

LECCE – C’è una strada di Lecce che attraversa la 18esima edizione del Festival del Cinema Europeo, in corso di svolgimento. Si tratta del pezzo iniziale di via Egidio Reale, dove Filippo Cariglia vive e lavora gestendo una lavanderia, la "mitica" Jefferson.

Rifugio quotidiano ma anche camera con vista su un orizzonte indefinito, quella strada è il manifesto ideologico di un quartiere che più di altri ha assorbito negli ultimi decenni le dinamiche, quasi mai lineari, della contaminazione sociale, grazie a studenti e famiglie di origine straniera, e dello sviluppo economico, soprattutto con attività dedite al piccolo commercio e locali pubblici.

Osservando e frequentando quel vivace microcosmo, Filippo Cariglia ha realizzato un documentario (38’) che sarà presentato questa sera nella sala 1 del Multisala Massimo, alle 22.15, per la sezione “Cinema e realtà” (ingresso 3 euro). Già autore de “L’altra città” con Cristian Sabatelli, Pippo Cariglia compie con questo lavoro il secondo passo di quella che lui chiama “la trilogia della convivenza”. Alle soglie dei 40 anni è uno dei registi salentini più eclettici, capace di leggere la realtà che lo circonda da una prospettiva nella quale la libertà dell’individuo e della sua espressività sono le unità di misura della realtà che lo circonda.

Come nasce l’idea di questo documentario?

L’idea nasce quando, a un certo punto della mia vita in cui non riuscivo a concludere un documentario sull’Africa (L’aventurier, ndr), mi ritrovo con Paolo Pisanelli e prendere un caffè e gli racconto delle difficoltà nel terminare quel montaggio nonostante la profusione di tempo, energie, denaro. Lui mi consiglia di fermarmi un attimo, di fare qualcosa di più vicino, di lavorare sul quartiere che vedeva in crescita. All’inizio l’idea mi parve una cosa banale, proprio come l’avevo pensata. Poi, col passare dei giorni, vedendo alcune immagini di repertorio che avevo fatto tempo prima, l’idea iniziò a piacermi e mi sono messo a scrivere un soggetto. Di solito lo faccio con poche righe perché vengo da una scuola di film di finzione e credo che un documentario sia una cosa completamente diversa. Io poi giro in tutta autonomia e libertà: quando mi capitava in lavanderia un personaggio che mi piaceva, salivo su a casa, prendevo la telecamera e mi mettevo a girare.

E cosa ne è venuto fuori?

Ore e ore di materiale per un documentario di circa 40 minuti: oggi mi ci riconosco molto, in questo periodo ho cercato di capire cosa voglio raccontare e il modo in cui lo faccio. Talvolta mi hanno proposto collaborazioni importanti, economicamente convenienti, ma io ho rifiutato perché il soggetto non mi piaceva. Per me l’espressione è una forma terapeutica, nasce in modo istintivo, è sempre così quando scrivo, dipingo, giro. Sono sempre cose molto dirette e col tempo ho capito che la mia crescita, artisticamente punk – sono cresciuto con il mito di Kurt Cobain, ascoltavo i Cccp -, mi ha fatto capire che tutto quello che faccio prende bene o male sempre la stessa piega. Sento che questo lavoro ha qualcosa di punk: ricordo che Giovanni Lindo Ferretti in un concerto disse “noi facciamo un certo tipo di punk che fa vedere non la qualità dello strumento, ma l’anima di chi suona”. Ecco, in questo documentario io penso di aver fatto vedere l’anima dei miei personaggi, mentre la qualità è data dalla realtà in cui giro. Non nascondo che ci sono piccoli elementi di finzione, ma comunque rappresentano i personaggi nel loro essere.

In realtà tu presenti i volti di una sola strada, che nel titolo diventa  “Il Quartiere”. Perchè questa scelta?

Io vivo questa strada da un po’ di tempo e credo che, come in tutte le strade del mondo, ci siano bar, attività, rapporti di vicinato e poi tante persone di passaggio. Pur essendo una piccola via, rappresenta la crescita, il punto più importante tra Porta Napoli e San Pio, tra il centro storico e un quartiere che si è sviluppato molto, con nuove famiglie e nuovi locali, generazioni di studenti che si succedono.

C’è una dedica particolare?

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Mia madre è morta nello stesso giorno in cui è nata mia nipote, il Quartiere è dedicato a loro: è una cosa che volevo fare da un poco di tempo, già con il documentario sull’Africa ci avevo provato ma non l’ho finito, per cui mi sono preso la briga di farlo questa volta. Quando fai delle cose, non le fai solo per te stesso, in questo momento sento un poco la mancanza della mia famiglia.

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