I social e l’odio vomitato a prescindere su tutti i Dragan di questo mondo

Il web sempre più specchio della deriva presa dall'ormai ex Belpaese, in caduta libera fra ignoranza, cattiveria e fanatismo

Dragan ha evitato che qualche poliziotto si rompesse la testa, durante uno dei tanti controlli in stazione. Per il questore – per la polizia in generale – il mimino sarebbe stato proprio un ringraziamento pubblico. Ringraziamento che sarebbe avvenuto per chiunque, in una circostanza simile.

E’ talmente scontato che si stenta persino a credere di doverlo spiegare. E che si chieda di aiutare questa persona (persona, non straniero: persona) a trovare un lavoro, è anche questo un gesto umano, comprensibile, giusto e doveroso. Se al posto di Dragan ci fosse stato un Uccio di Patù o un Pino di Alezio senza lavoro, anche in questo caso l’appello sarebbe stato identico.

Ma agli incazzati cronici che ce l’hanno con la vita e in queste ore vomitano odio a grappoli sui social, c’è poco da spiegare, in realtà. E’ come sbattere contro un muro. Parlano da sé e per sé, avvolgendosi su stessi, crogiolandosi beatamente nella possibilità che Internet concede loro di disprezzare tutti i Dragan di questo mondo, in piena libertà. Perché è l’unica libertà concessa a chi è schiavo dei suoi preconcetti.

Dragan, infatti, per troppi ha un difetto congenito: non è italiano, e non lo è nel momento storico peggiore, per lui. Quindi, non merita il riconoscimento del questore e nemmeno di sognare un lavoro come tutti. Non merita un letto, non merita un pasto. Magari non merita proprio di vivere. Dragan, ma chi te l’ha fatto fare a rischiare la testa per salvare quella di un agente? Guardati attorno: ti sputano comunque addosso perché ti chiami Dragan e non Uccio o Pino.

Comincia a fare paura quest’Italia, la sua rapida regressione a uno stadio mentale primitivo. Quest’Italia che ha smesso di rimboccarsi le maniche da troppo, troppo tempo, che cerca a tutti i costi un nemico nello straniero, per forza, sempre e comunque, uno straniero che è indegno persino se aiuta la polizia. Quest’Italia seduta sulla sponde di un fiume, che attende con ansia solo la paghetta di stato, che sia sotto forma di 80 euro elargiti da questo, o un intero stipendio promesso da quello. Quest’Italia  che non conosce più la fatica e nemmeno l’educazione.

Lo vedi dalle piccole cose, cosa stia diventano l’Italia.

Sabato scorso. Sono in coda al Bricoman di Cavallino. Davanti a me, una coppia alla cassa, piena di utensili appena acquistati. Alla signora sfugge di mano un temperino. Cade sul pavimento. Non fa a tempo a chinarsi, che già l’ho in mano io. Deposto sul nastro. Dalla bocca della coppia non esce nemmeno un “grazie”. Nessuno dei due mi degna neppure di uno sguardo. Italianissimi loro, italianissimo io.

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A volte non mi sento solo stranito, ma proprio straniero, straniero in casa mia, non riconoscendo più gli italiani attorno a me e pensando che se non è sempre nell’odio, è comunque nell’indifferenza dilagante che affoga inesorabilmente quello che una volta chiamavano il Belpaese.

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