Sarcofago in superficie: “Attivata l’unità di crisi del ministero dei Beni culturali”

Desta non poche preoccupazioni l'antica tomba e i resti di ossa già mappati una decina di anni fa dagli archeologi subacquei, che la mareggiata della scorsa settimana ha portato alla luce

PORTO CESAREO- Il mare continua a restituire tracce di insediamenti antichi sommersi e semisommersi: risale a sabato 16 novembre l’individuazione a Torre Chianca di sarcofagi e sopolture in cui erano conservate le ossa di uno scheletro.

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“Non si tratta di una scoperta per gli archeologi, il sito era già noto da tempo- precisa Rita Auriemma, docente di archeologia  subacquea presso il Dipartimento di Beni culturali dell’Università del Salento- anche nella bibliografia locale. Nel 2011 avevamo condotto un intervento di ricognizione e documentazione di queste e altre evidenze archeologiche a Torre Chianca di Porto Cesareo, di concerto con l’allora Soprintendenza per i Beni archeologici della Puglia e in collaborazione con l’Area Marina Protetta di Porto Cesareo", prosegue. "Al report scientifico prodotto per la Soprintendenza aveva fatto seguito anche una pubblicazione”, conclude Auriemma. 

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Le strutture e la necropoli di Torre Chianca, risalente ad età romana imperiale, e le altre evidenze presenti lungo la fascia costiera, databili da età protostorica a età medievale, così come la parte sommersa dell’insediamento protostorico di Scalo di Furno, i vari relitti, carichi e rinvenimenti isolati che costituiscono il ricchissimo patrimonio costiero e subacqueo di questo tratto di mare, sono stati a più riprese oggetto di indagini da parte del gruppo di Archeologia subacquea del Dipartimento di Beni culturali guidato da Rita Auriemma, sempre in sinergia o su concessione della Soprintendenza e con il costante supporto dell’Area marina protetta. Molti di questi dati sono confluiti nella Carta archeologica subacquea della Puglia meridionale, integrata poi nella Carta dei beni culturali della Regione (www.cartapulia.it). Nell’area è stato peraltro svolto un progetto di ricerca sui paesaggi costieri antichi nell’ambito di un dottorato, a cura di Cristiano Alfonso, ed è stato indagato l’insediamento medievale sulla penisola della Strea da parte della cattedra di Archeologia medievale dello stesso Dipartimento di Beni Culturali (parliamo del professore Paul Arthur).

"Si tratta dunque- prosegue la docente Auriemma- di un patrimonio di eccezionale interesse: è ben noto il relitto delle colonne, con 5 colonne lunghe 9 metri di marmo greco, destinate forse ai grandi monumenti dell’urbe, ma anche altri sono particolarmente significativi". Probabilemente, come ci racconta l'archeologa subacquea, uno dei relitti scoperti nell’area, spiaggiato perché spinto da una tempesta in prossimità della riva quando il livello del mare era più basso, risale, per esempio, all’Alto Medioevo. Periodo di cui si conservano pochissimi resti di imbarcazioni: l’assenza di un carico di anfore o altro materiale inorganico, che nei relitti romani fa da scudo protettivo del legno, espone lo scafo agli agenti ambientali e ne provoca la scomparsa. In casi eccezionali come quello verificatosi a Porto Cesareo, la sabbia crea un bozzolo che avvolge completamente il legno superstite, conservandolo. Ma la mareggiata della scorsa settimana, portandolo in superficie, per quanto sia un patrimonio ricco e diffuso, lo ha esposto a enormi fragilità.
 

ossa4-3Ed è per questo motivo che la soprintendente Maria Piccarreta contattata dalla redazione di LeccePrima ha specificato di «aver comunicato la notizia dello stato in cui stanno necropoli e relitti alla Protezione civile regionale e attivato l’Unità di crisi del Ministero dei beni culturali».

“Nel frattempo - prosegue Piccarreta - continuiamo a lavorare con la ditta incaricata al restauro, la Nicolì di Lequile, per riportare in sicurezza l’intera aerea della necropoli e i relitti”.

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