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Incontri su uno scoglio dell'Adriatico verdeblu

Via Lupiae, 29 · Stadio

In effetti, l’isola di S. Domino, la più grande delle Diomedee, è poco più d’uno scoglio. E, però, superficie a parte, si pone alla stregua di minuscolo Eden naturale, non solo per gli sparuti residenti, i quali, anzi, devono inevitabilmente sobbarcarsi una lunga serie di limitazioni e sacrifici, correlati, ad esempio, alla mancanza di scuole, ai collegamenti con la terraferma talvolta resi impossibili dalle avverse condizioni meteo marine, ma anche, e specialmente, a beneficio e per il godimento dei vacanzieri, turisti e ospiti in genere. Io, da circa un ventennio, ho eletto S. Domino a méta di una settimana di relax e riposo fra fine maggio e prima quindicina di giugno, conosco gran parte dei suoi angoli e siti suggestivi, scambio il saluto con alcuni abitanti. Ieri pomeriggio, nella piazzetta della località, ho incontrato, intrattenendomi con lui in un breve colloquio, il noto scrittore Erri De Luca, qui invitato – ma mi ha detto di essere, a sua volta, un habitué – per la presentazione di un libro.

Ovviamente, ho di buon grado assistito all’evento, contrassegnato, oltre che dall’illustrazione e dai commenti sul lavoro letterario, da una ricca, dotta e appassionata prolusione dell’autore, su Napoli e sulla lingua napoletana, “quella trasmessami da mia madre e ricorrendo alla quale talora mi interrogo, mi faccio un esame di coscienza e mi rimprovero”, la sottolineatura di De Luca, e inframmezzato da canti e melodie, ovviamente partenopei, eseguiti da un chitarrista e una vocalist. Stando seduto su una panchina della piazzetta, ho poi notato, negli immediati paraggi, la presenza di una bancarella di paccottiglie, capi d’abbigliamento, giochini, ninnoli e altre merci varie, gestita da un immigrato, il che mi ha indotto a osservare, tra me e me, come un vu cumprà, secondo il gergo corrente, fosse arrivato fin sullo scoglio della mia vacanza.

Oggi, nel compiere una passeggiata in direzione del porticciolo, mi sono di nuovo imbattuto nel medesimo venditore ambulante, in testa il tipico copricapo in maglia di cotone bianco lavorato ad uncinetto indossato dai musulmani, che, questa volta, aveva esposto la sua povera mercanzia in un punto a breve distanza dal precedente. Dinnanzi alla scena ripresentatami alla vista, non ho potuto fare a meno di arrestarmi e accostarmi all’uomo, che mi ha immediatamente rivolto un garbato “buongiorno, signore”. E, così, il via a qualche domanda e risposta: originario del Bangladesh, in Italia da diciannove anni, di stanza a Pescara, approdato alle Tremiti a metà maggio, dopo la prima esperienza nell’estate 2017.

A S. Domino, si appoggia in un appartamento preso in affitto e in cui ospita anche un giovane extra comunitario che lo aiuta nella sua attività. Moglie e tre figli, rimasti, invece, a Pescara; dei discendenti, uno è laureato in ingegneria meccanica e va frequentando il corso per la “magistrale”, una ragazza è iscritta a Economia aziendale e management, la più piccola si trova al Liceo Scientifico. Alla mia domanda “ovviamente, sei diventato italiano”, la risposta dell’uomo è purtroppo “no, fin qui, presissimo dal lavoro per riuscire a mantenere la famiglia, non mi sono interessato di espletare le pratiche necessarie, ma, adesso, non posso più rinviare, e darò la precedenza alla posizione dei miei figli”.

A prescindere dalla mancata perfetta integrazione ufficiale nel nostro Paese, mi viene spontaneo di rivolgere un bravo al garbato venditore ambulante originario di una lontanissima nazione asiatica e incontrato alle Tremiti: di fatto, egli si è ben inserito, insieme con la sua famiglia, nella realtà italiana. Intorno al tramonto, l’uomo e il suo collaboratore hanno raccolto con cura gli articoli esposti sulla bancarella, riponendoli e custodendoli in un vecchio furgone. Dopo di che, la coppia si è diretta, tranquillamente a piedi, verso la provvisoria abitazione delle Tremiti.

11 giugno 2018

Rocco Boccadamo

Lecce

E-mail: rocco_b@alice.it

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