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Natura e Coronavirus: riflessioni di una figlia del ‘baby boom’

Secondo il nostro Ministero della Salute più del 37% dei casi positivi di Covid-19 colpiscono le persone con età compresa tra 50-59 anni (i figli del ‘baby boom): anch’io faccio parte di questa fascia d’età e i fatti di queste ultime settimane mi hanno condotta a riflettere sul nostro rapporto con il mondo naturale. Questa pandemia che ha travolto l’intero Pianeta, considerata da alcuni come ‘uno sfortunato evento eccezionale’, era stata prevista già nel 2012 da David Quammen (divulgatore scientifico e collaboratore del National Geographic). In un suo libro (intitolato ‘Spillover’) aveva previsto una “pandemia” che avrebbe invaso il mondo: non si tratta di un veggente, ma di un cronista che, viaggiando per anni in tutto il mondo, ha indagato gli squilibri del nostro Pianeta, purtroppo spesso piegato a politiche economiche e stili di vita non esattamente rispettosi dell’ambiente. Già 13 anni fa, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) aveva avvertito che ‘le infezioni virali, batteriche o da parassiti sarebbero state una delle minacce più consistenti per il Pianeta proprio a causa dei cambiamenti climatici’.

Lo scorso settembre, infatti, l’OMS aveva incaricato un gruppo di esperti di indagare su un possibile rischio di pandemia. Nel loro rapporto, intitolato, ‘Un mondo a rischio‘, si parla di una possibile epidemia su scala mondiale, evidente nelle seguenti parole tratte dallo stesso rapporto: “La malattia prospera nel disordine, le epidemie sono in aumento e lo spettro di una emergenza sanitaria globale incombe su di noi”. Da anni decine di rapporti di esperti e di istituzioni internazionali hanno evidenziato l’esistenza di un’interconnessione tra cambiamento climatico e diffusione delle malattie infettive.

Recentemente l'Associazione Medici per l'Ambiente (ISDE), ha evidenziato come i picchi di famose epidemie, come per esempio la SARS e l'influenza Aviaria (2003) e l'influenza Suina (2009), si siano verificati in corrispondenza di picchi di temperature di almeno 0,6 o 0,7 gradi oltre la media. Le variazioni di temperatura e umidità possono, infatti, favorire un 'salto di specie', spingendo virus che oggi sono per la maggior parte 'ospiti' di animali ad attaccare altre specie (tra cui l’uomo) con aggressività e velocità non usuali. L’innalzamento della temperatura potrebbe, addirittura, mettere in circolazione virus e batteri al momento congelati nel permafrost e nei ghiacci polari da migliaia di anni. I fatti a noi pervenuti, ci raccontano di primi focolai del Coronavirus SARS-CoV-2 che si sono sviluppati nel mercato del bestiame della città di Wuhan (Cina).

L’uomo appare, quindi, come un ‘ospite perfetto’ che in un mondo globale ha facilitato e facilita la diffusione del virus anche a causa della distruzione e trasformazione degli habitat. Un gruppo di ricercatori dell’università del Maryland con colleghi di due atenei iraniani, ha effettuato test di laboratorio, studi epidemiologici e modelli matematici per cercare di capire perché il Covid-19 si sia diffuso, prevalentemente, in determinate aree piuttosto che in altre. I punti in comune tra le varie località più interessate dal virus sono la latitudine (le località più colpite dal Coronavirus si trovano nella fascia compresa tra 30 e 50 gradi a Nord) e le temperature medie registrate (tra i 5 e gli 11 gradi centigradi in tutti i focolai).

Al momento, si tratta solo di ipotesi preliminari: a questi va aggiunto anche un altro fattore, non meno importante, e cioè la qualità dell'aria nelle varie località "focolaio" La Società italiana di Medicina Ambientale (Sima) ha condotto degli studi incrociando i dati provenienti dalle centraline di rilevamento delle Arpa (Agenzie regionali per la protezione ambientale) e i dati del contagio riportati dalla Protezione Civile. E’ emerso che l'aria inquinata e in particolare le polveri sottili, favoriscono la virulenza di contagio da Covid-19. Le analisi evidenziano una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 e Pm2,5 e il numero di casi infetti da Covid-19. Secondo queste ricerche, le polveri sottili avrebbero, pertanto, contribuito all’accelerazione del contagio dell'infezione.

Le polveri sottili, infatti, possono funzionare da ‘nuclei di trasporto’ per il virus che, così, può fluttuare a più elevate concentrazioni nell'aria e viaggiare per più lunghe distanze. Sono, comunque, state avanzate delle critiche a questi studi: alcuni gruppi di scienziati, come il Movimento ‘Biologi per la Scienza’, ritengono che l’articolo dei ricercatori della Sima riguardi, per il momento, solo ipotesi e opinioni. Qualunque sia la nostra opinione, non si può negare, comunque, che le popolazioni che risiedono in aree particolarmente inquinate, presentano già di base maggiori fragilità e patologie del sistema respiratorio e dell’apparato cardiocircolatorio rendendole più vulnerabili all’azione del Coronavirus ed altri agenti patogeni delle vie respiratorie.

Le polveri inquinanti, infatti, sono in grado di accumularsi sui «macrofagi alveolari» che, di conseguenza, non riescono più a svolgere la loro funzione, soprattutto in presenza di pregresse infezioni o malattie. Non possiamo neanche negare di essere intervenuti ‘pesantemente’ sui sistemi naturali minacciando la biodiversità e distruggendo le funzioni degli ecosistemi dimenticando che il Pianeta Terra è la nostra ‘casa’. Ma nessuna speranza è perduta: se costretti riusciamo a cambiare i nostri comportamenti! Sino a poco tempo fa, ci sarebbe sembrato impossibile rinunciare alle nostre abitudini come, ad esempio, prendere un aereo o un treno …. Allora perché il degrado dei nostri ecosistemi, i cambiamenti climatici, l’inquinamento che sono pericoli già manifesti ed evidenti da tempo non sono riusciti a farci ‘cambiare rotta’ ?

Si tratta di emergenze che ognuno di noi dovrebbe affrontare subito perché responsabili della morte di centinaia di migliaia di persone nel mondo con numeri di vittime ben più alti rispetto a quelle provocate dalla pandemia attuale. Il blocco delle nostre attività usuali ha permesso di scorgere i primi segnali di una ripresa dell’ambiente in cui sono diminuite le emissioni velenifere dell’uomo nell’ecosistema. La lezione che avremmo già dovuto imparare, da tempo, è quella di riscoprire la bellezza di una vita meno frenetica, usare meglio le tecnologie per utilizzare maggiormente il nostro lavoro in remoto investendo per la ricerca in ‘strategie di vita’ che ci permettano di condurre la nostra esistenza in maniera sostenibile senza impattare negativamente sulla nostra casa ‘il Pianeta Terra’. La tutela della salute umana, pertanto, non può prescindere dalla salute e integrità dell’ecosistema.

Dobbiamo ricordare che siamo ‘una specie tra le specie’ e non abbiamo il diritto di pretendere l’egemonia come specie dominante sulla natura. Le grida d’allarme degli scienziati devono essere per noi un monito per il buon senso: non possiamo più non tenerne conto! Questa, probabilmente, è un’esperienza che, seppur negativa, non dobbiamo sprecare perché ci ha portato alla consapevolezza che è necessario, a partire da oggi, e nel prossimo futuro, cambiare ciascuno di noi le nostre errate abitudini di vita. L’auspicio è che anche a livello internazionale, ci saranno azioni politiche necessarie per convincere tutti i governi mondiali a sottoscrivere e rispettare gli accordi internazionali riguardanti energia, clima e tutela delle risorse naturali, con la consapevolezza che esiste un legame imprescindibile tra un ambiente che gode di un ‘buon stato di salute’ e una ‘sana economia’.

Cinzia Gravili

Biologa Marina

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