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Un bancario in Salento (5). Da Taranto a Firenze e Messina

Anche ripensandoci e riflettendo a distanza d’una vita, vale a dire a freddo, serenamente e all'ombra di capelli bianchi, devo riconoscere che il mio debutto lavorativo nei primi anni ‘60 presso la filiale tarantina del Banco di Roma (a beneficio di chi non lo sapesse, era di genere maschile, allora, l'incipit della ragione sociale dell'Istituto creditizio), fu indubbiamente fortunato, felice e stimolante.

Soprattutto, che bel clima fra colleghi!

Correva, nel Paese, un periodo d'intensa espansione nelle iniziative dei più svariati settori, all’insegna dell’impegno e dell’operatività, sia sul piano individuale che su quello collettivo: non a caso, si coniò, e rimase scolpita nella storia, la definizione di “boom economico”.

Tanto, si verificava anche al Sud e, per restare vicini alla presente narrazione, pure nella città ionica, dove avevo preso impiego.

Mi scivolano, con assoluta nitidezza, innanzi agli occhi, quasi alla stregua di un'istantanea d'oggi, specialmente le centinaia di nuovi cantieri edili aperti e attivi nella generalità dei quartieri del capoluogo e, per citare, i notevoli fatturati e livelli occupazionali dell’Arsenale Marina Militare e delle Officine di costruzioni e riparazioni navali.

Erano stati appena piantati i pilastri dell'Italsider o Centro siderurgico, col risultato d’una vera e propria rivoluzione sul piano degli sbocchi lavorativi, fra dipendenti diretti e manodopera dell'indotto.  Purtroppo, non si configurava neppure minimamente ciò che sarebbe potuto accadere nei decenni successivi per effetto e conseguenza degli sviluppi e delle devianze di detta gigantesca operazione industriale, all'epoca considerata unanimemente come un'immensa cascata di manna provvidenziale.

Cresceva, di riflesso, anche l'operatività delle aziende bancarie operanti nel territorio e, a conferma di ciò, pure nel medio-piccolo organico (sessantacinque unità) del mio posto di lavoro, successivamente alla mia assunzione, in poco tempo, furono innestate ben undici nuove risorse: Tommaso G., Angelo B., Ernesto N., Franco S., Paolo M., Annamaria L., Olga L., Renato R., Francesco S. e Salvatore P.

Fu proprio grazie all'assunzione dei suddetti che io, a distanza di soli diciotto mesi dall’entrata in servizio, chiesi e ottenni d’essere spostato dai servizi di Sportello (compresa qualche breve adibizione all'Agenzia di città di Piazza Fontana) ai servizi di Segreteria, in stretta vicinanza alla direzione della filiale.

Piano piano ma con determinazione, acquisii dimestichezza con tutte le mansioni di carattere generale, dopodiché il Capo servizio mi propose al direttore per il ruolo di segretario (oggi, si dice assistente) in appoggio a un funzionario di direzione settorista, vale a dire gestore di rapporti creditizi con la clientela.

Si chiamava Giuliano L., ed era sardo, il mio primo superiore diretto nella citata nuova mansione, ma dopo poco tempo, in concomitanza con un paio di avvicendamenti al vertice della filiale, tra cui lo stesso direttore, mi toccò di passare a collaborare con un altro funzionario, carissima e degnissima persona che m’insegnò molto e che ricorderò sempre, Giovan Battista A., d’origini siciliane.

Nell’ambito della Segreteria, in quel momento andò in quiescenza l'anziano addetto alla “rischiatura” (si chiamava proprio così, il compito), ovvero al vaglio e selezione del portafoglio cambiario da accogliere allo sconto e/o al salvo buon fine. A occupare il suo posto, giunse Franco S., già cassiere ai servizi INPS, nativo di Pomarico, provincia di Matera, un collega particolarmente estroverso ed amicone, scherzoso e sempre pronto alla battuta.

Come accennato in una precedente narrazione, il suo modo d’essere e di comportarsi induceva, talvolta, il rigoroso vicedirettore Michele S. alla minaccia, peraltro, in fondo, bonaria “attento, lucano, guarda che, se continui così, finisce che ti manderò a svernare al Portafoglio nazionale”.

Non era propriamente giovanissimo Franco S., bensì ultra trentenne e, quindi, guardava con interesse anche al suo divenire sul piano affettivo e, nel correlato senso più concreto, all’idea di mettere su casa e famiglia.

Sicché, immediatamente dopo la di lei assunzione, posò gli occhi sulla giovane collega Annamaria L., la quale considerò seri e accettò i suoi propositi, decidendo senza esitazione di “lasciarsi” col fidanzatino coetaneo.

Breve lasso temporale e i due convolarono a nozze e si trovarono in attesa d’un figlio. Secondo il calendario medico/canonico e, in questo caso, anche lunare, il lieto evento sarebbe dovuto avvenire tra la fine del 1964 e i primi giorni del 1965, ma l'amico Franco nutriva e manifestava interesse a che la nascita avesse luogo entro il 31 dicembre, e ciò per poter beneficiare subito del premio Befana, ammontante ad alcune migliaia di lire, che la banca riconosceva ai neonati, figli di dipendenti, venuti alla luce entro ciascun anno solare. Arrivava a celiare, il mattacchione, che, pur di realizzare tale obiettivo, avrebbe messo una serie di panni caldi addosso alla giovane moglie, cercando in tal modo d’accelerare il parto.

A prescindere dalle sue preoccupazioni pro Befana, Franco S. era un bravo e diligente lavoratore e, in aggiunta, per carattere, anche una persona propensa agli scherzi, si può dire che, quando si presentava l'occasione, non risparmiasse nessuno.

Il mio superiore diretto, siculo d’origine, Giovan Battista A., fra la clientela, annoverava una fabbrica di calce, giustappunto la “Idrocalce” spa.

Succedeva che in estate, il predetto funzionario solesse indossare scarpe di colore bianco, che ravvivava e teneva in ordine utilizzando il cosiddetto bianchetto, ossia una polvere candida, sicuramente con ingredienti tratti dalla calce o da sostanze similari.

Orbene, una mattina, Franco S., vedendo entrare in Segreteria il signor A. con le sue calzature di colore immacolato, lo affrontò senza mezzi termini: “Egregio signor A., se permette, a me non sembra giusto che io debba sobbarcarmi un notevole carico di lavoro per rischiare le montagne di effetti cambiari presentate dalla “Idrocalce”, mentre Lei, invece, si fa regalare le scarpe”.

Il chiamato in causa, rimasto letteralmente basito, si portò una mano sulla fronte e rispose: “Ma guarda, questo qui, che cosa viene a dire, meno male che il paio di scarpe che porto ai piedi non ha proprio niente a che vedere né con Taranto, né con la “Idrocalce”, avendolo io acquistato tempo fa a Catania (N.d.A., città dove, effettivamente, egli aveva in precedenza abitato e lavorato); all’interno c’è e si vede ancora il marchio del negozio”.

Tuttavia, Franco S. non si arrese e, forse, ispirato dai suoi trascorsi nel ruolo di cassiere, replicò lesto: “Egregio signor A., Lei può dire tutto quello che vuole, però sulle sue scarpe non c'è il timbro pagato”.

All'uomo, non resto che ritirarsi sconsolato e, però, in fondo, divertito anche lui.

Nel frattempo, pure io m’ero sposato ed ero in attesa del mio primogenito P.P.

In quel periodo, in seno alla filiale, in virtù del bel clima esistente fra tutti i colleghi, era stata organizzata una squadra di calcio, diciamo così, aziendale e entrai a far parte della relativa rosa dei giocatori: in tal modo, potetti dare il mio apporto nel corso d’un torneo interbancario cittadino.

Ancora prima, quando alla guida della filiale c'era il direttore che s’era interessato per la mia assunzione, avevo avanzato domanda di trasferimento all'estero, istanza non accolta dalla Direzione centrale perché ero troppo giovane di servizio.

Partirono, invece, rispettivamente, per la filiale di Tripoli e per l'Ufficio di rappresentanza di Caracas, due colleghi, Filippo D.P. e Adolfo C., il secondo, ricordo bene, previo celebrazione anticipata delle nozze con la fidanzata Santuzza.

Quanto a me, tuttavia, non ci volle molto affinché l'ufficio del personale di Roma si ricordasse della mia disponibilità ai trasferimenti e, difatti, mi fu proposto di andare a effettuare un periodo di missione-addestramento di sei mesi presso la filiale di Firenze.

Invero, all’attuazione di tale decisione dei vertici centrali,  il Responsabile pro tempore della filiale di Taranto cercò  di frapporre qualche ostacolo, a motivo, evidentemente, che giudicava utile la mia collaborazione in loco; per fortuna, intervennero i buoni uffici del mio superiore diretto Giovan Battista A., così che, a metà ottobre, lasciando moglie e figlio adeguatamente sistemati presso i miei suoceri, partii per il capoluogo toscano, dove ebbi agio di percorrere un'interessante parentesi ai fini formativi, presso i comparti estero e merci.

Non si esaurì, tuttavia, l’arco temporale previsto, posto che, a fine gennaio, sempre da Roma giunse, inaspettata, la comunicazione del mio trasferimento, a tempo indeterminato, alla filiale di Messina, che s’era improvvisamente ritrovata con un vuoto nell'organico della Segreteria.

Dopo il primo spostamento a Firenze, quasi subito, dunque, un secondo cambiamento e, così, prese il via la lunga serie di trasferimenti cui sarei andato incontro negli anni e decenni successivi.

Nella nuova sede di lavoro, riuscii presto a farmi apprezzare e nel giro d’un trimestre ricevetti la gratificazione del primo avanzamento di carriera, ossia a dire, saltando il gradino gerarchico di Caporeparto, ottenni la promozione a Vice capo ufficio.

Avevo appena compiuto venticinque anni.

Per un senso di rispetto e d’educazione, credetti opportuno informare con una lettera, ringraziandoli, sia il mio primo direttore della filiale di Taranto, sia il suo successore, sia il mio diretto superiore Giovan Battista A.

Ho recentemente rinvenuto, fra le vecchie carte, le risposte dei primi due, fogli autografi che mi fa piacere allegare alle presenti note, insieme con una fototessera del ragazzo di ieri all’età di vent'anni e un’istantanea della squadra di calcio Banco di Roma – Taranto.

19 dicembre 2015

Rocco Boccadamo

Lecce

Email: rocco_boccadamo@alice.it

(continua)

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