La serie che ha stregato Stephen King: tra Harley Davidson e rock

Sons of Anarchy, serie di culto, vanta una serie attori secondari da brividi: da Danny Trejo a Courtney Love, da Marylin Manson a David Hasselhoff

LECCE - Sons of Anarchy, la serie che vorresti fosse un poco meno fantastica”: scrissi questo in un post, tempo addietro, e me ne sono ricordata oggi quando Facebook me lo ha riproposto: mi è tornata in mente la dipendenza fisica che crea questa meraviglia.

Per cause di forza maggiore, adesso che a casa trascorriamo più tempo, queste perle le inserirei proprio nei tanto attesi Dpcm di Giuseppi Conte: “Signore, signori, dovete stare a casa perché dobbiamo contrastare una pandemia, se non ci riuscite vedetevi Sons of Anarchy”: la voglia di uscire passa subito subito.

Vi spiego il perché: ogni puntata ti incatena sempre di più alla storia di questo club di motociclisti, i Samcro (Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original), che scorrazzano indisturbati perpetrando qualunque tipo di crimine per le vie di Charming, piccola cittadina immaginaria della California, sede dell’headquarter della banda

Le vicende sono raccontate da Jax Teller, figlio del compianto fondatore dei SoA, John, che fu veterano del Vietnam e che insieme ad altri otto motociclisti negli anni ’60 aveva creato questa “famiglia” ispirandosi ad ideali molto diversi dal traffico di armi e di droga, dalla violenza e dalla spregiudicatezza che il club successivamente ha praticato con grande impegno.

Dal casuale ritrovamento del manifesto scritto dal padre John Teller al momento della fondazione, partono tutta una serie di eventi che porteranno Jax, ormai adulto, a dubitare su quella che è stata tutta la sua vita e sulle persone a lui più care, in un dramma che ha molto di shakesperiano e che, infatti, (piccolo spoiler) termina con questa citazione dall’Amleto: “Dubita che le stelle siano fuoco. Dubita che il sole si muova. Dubita che la verità sia mentitrice, ma non dubitare mai del mio amore.”

Il personaggio di Jax è più che magistralmente interpretato da Charlie Hunnam, attore inglese scelto dallo stesso creatore della serie, Kurt Sutter, che lo aveva visto e apprezzato in “Hooligans”. La scelta è quanto di più azzeccato ci sia, perché Hunnam racchiude in sé, un po’ alla James Dean, bellezza, intensità e inquietudine, e chi più ne ha più ne metta.

Ma, prescindendo dal protagonista, in questa serie di cose azzeccate ce ne sono veramente tante. Il cast, per esempio, che va da Katey Sagal, strepitosa nell’interpretare la mamma di Jax, a Ron Perlman, successore di John Teller nel ruolo di presidente del club, nonché patrigno di Jax; la colonna sonora che, passando dal rock, al country e al metal, ti fa immedesimare talmente tanto da farti andare subito in una concessionaria a chiedere un preventivo per una Harley Davidson nera. Il montaggio dei finali delle puntate, accompagnato quasi sempre da riarrangiamenti di pezzi storici di Elvis Presley, Jimi Hendrix, Neil Young, Bob Dylan e tanti altri giganti della storia della musica.

In ultimo, ma non certo per ordine di importanza, una serie di personaggi secondari che scansatevi tutti: David Hasselhoff (protagonista di Bay Watch e di Supercar) che interpreta un produttore di film hard, Courtney Love (musicista e moglie di Kurt Cobain), Danny Trejo, Peter Weller (Robocop), Marylin Manson (nei panni di un eccentrico suprematista bianco) e, addirittura, Stephen King,  che interpreta un inquietante personaggio che si occupa dell’eliminazione di cadaveri. 

Durante la quarantena, dai suoi social ufficiali il creatore della serie Kurt Sutter ha risposto alle tantissime domande che i fan della serie gli hanno fatto, e alla domanda “come diavolo siete riusciti ad avere Stephen King nel ruolo di Bachman il Ripulitore? Metteva soggezione averlo sul set?”, ha risposto: “Amo Stephen. È davvero un brav’uomo. È diventato un mentore e un amico. Sapevo fosse fan dello show. L’ho contattato. Gli ho dato carta bianca, poteva scegliere di scrivere, dirigere, recitare, ma tutto ciò che ha detto era che voleva guidare una Harley. Così ho messo il Ripulitore su una grande Harley rossa e lui ha scelto di recitare. È stato molto divertente.”

Alla fine della serie si piange, e tanto, perché perdono praticamente tutti.  Mi ricordo che vedendo l’ultima puntata ho pensato a quando Bruce ci avvisava, all’inizio di Born to run, che “Nobody wins unless everybody wins”. E in SoA è giusto così, è giusto che tutti perdano, così come è giusto, però, che i tanti chilometri percorsi insieme ai protagonisti di questa serie rimangano lì da qualche parte, pronti a farci emozionare e fantasticare ogni volta che incrociamo una comitiva di centauri sulla nostra strada.

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*Chiara Melissano, classe 1981, mi occupo di comunicazione e marketing. Sono cresciuta a pane e Afterhours e Giovanni Lindo Ferretti, adesso invece studio, lavoro, guardo la tv, vado al cinema, faccio sport. E non sono fedele alla linea. Sono però fedele ai miei amori, ai miei amici, ai miei colleghi e, last but not least, alla mia parrucchiera.

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