Mercoledì, 4 Agosto 2021
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I fantasmi del passato riemergono come veleni dalla terra degli ulivi

Contrada Matine, dove un tempo si estraeva pietra dalle cave, percorsi a ridossi della cripta della Madonna del Gonfalone e Pozzo Volito, tra Patù e San Gregorio. Località sospese fra bellezza dei luoghi e brutture che sbucano dal sottosuolo. Comuni e industrie del passato sotto la lente

LECCE – E’ una vicenda che si fonde con un passato fatto di storie di vita scritte nel libro della memoria personale e collettiva, che intacca e avvelena un territorio da sempre in simbiosi con il suo lavoro e la sua cultura. Perché la storia del basso Salento passa inevitabilmente dalle cave della contrada Matine: un tempo bene prezioso e fonte di ricchezza, oggi cancrena che corrode e avvelena. Da quelle cave oggi, estratti dalle mani meccaniche degli escavatori, emergono i rifiuti pericolosi interrati nel cuore di un territorio violato dalle follie ambientali degli anni novanta. Le cave di Matine per decenni hanno fornito all’edilizia una delle pietre più preziose e sfruttate per ogni bisogno. Una pietra gialla, dura da lavorare con pazienza e abilità per ricavare i conci sagomati delle volte.

Quella cava, però, svuotata dalla sua pietra preziosa, è divenuta una discarica per i rifiuti solidi urbani (Rsu), sfruttando il famigerato articolo 12 del  decreto del presidente della Repubblica numero 915 del 1982: “Qualora  sia  richiesto  da  eccezionali  ed  urgenti necessità di tutela  della  salute  pubblica  o dell'ambiente, il presidente della giunta  regionale  ovvero  il  sindaco,  nell'ambito delle rispettive competenze,  può  ordinare il ricorso temporaneo a speciali forme di smaltimento  di  rifiuti  anche  in deroga alle disposizioni vigenti, informandone tempestivamente il ministro della Sanità”.

Un Dpr che i sindaci dei comuni del basso Salento hanno sfruttato a pieno fino all’abrogazione (datata 1 marzo 1997), anche oltre i sei mesi (più sei) concessi dalla legge. In quella vecchia cava (utilizzata come discarica fino al 1995) non sono confluiti solo i rifiuti urbani, ma anche quelli speciali: scarti di lavorazione industriale, di stabilimenti tessili e calzaturifici. Una bomba ecologica (saranno le analisi a scongiurare l’avvelenamento della falda acquifera) innescata senza alcuna precauzione, ricoprendola solo con qualche metro di terra su cui la natura ha provato a cancellare la devastazione dell’uomo.

Basta spostarsi di qualche chilometro e lo scenario è lo stesso. A poca distanza dalla cripta della Madonna del Gonfalone (risalente al IX secolo e preziosa testimonianza dell’antica storia delle presenze dei monaci basiliani in Terra d’Otranto), emergono altri veleni di un Salento contaminato.

Qui i militari della guardia di finanza del comando provinciale di Lecce, diretti dal colonnello Vincenzo Di Rella, hanno riportato alla luce gli illeciti consumati in una vecchia discarica chiusa ormai nel 1995. Sepolti sotto tre metri di terreno, tonnellate di rifiuti che le ruspe hanno riportato in superficie, riversando nell’aria i loro miasmi. Pellami e scarti di lavorazione di concerie trattati, con ogni probabilità, con agenti chimici. Il sospetto, saranno ora le analisi deli esperti a dare eventuali conferme, è che nella vecchia discarica possano essere stati smaltiti anche rifiuti ospedalieri. Sostanze nocive che potrebbero aver riversato e rilasciato i loro veleni nel territorio circostante.

Due vecchie discariche in cui sarebbero convogliati, tra la fine degli anni ottanta e la metà degli anni novanta, rifiuti pericolosi smaltiti illecitamente. Siti che, per uno strano caso del destino, si sono incrociati con il progetto della nuova 275, la strada che da Maglie conduce fino a Leuca. Sarà l’inchiesta della magistratura, coordinata dal sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, a far luce su un passato oscuro e un presente tutto da decifrare, così come le responsabilità di chi ha avvelenato quella terra e di chi non ha mai bonificato.

Le ruspe, sotto l’egida dei carabinieri del Noe, hanno scavato anche a Pozzo Volito, tra Patù e San Gregorio, in quello che lo storico Luigi Tasseli definiva “un canale tra le terre di San Gregorio e del Marchirello un’acqua la migliore di tutte somministra a tutti da un pozzo che li paesani lo dicono di Olito”. Dopo vari sondaggi e diversi tentativi, le pale meccaniche hanno estratto bustoni di plastica nera, contenenti scarti di pellame, ritagli di tomaie e residui di collanti.

Scarti di quell’industria calzaturiera che proprio lì vicino aveva una delle sedi più importanti del miracolo economico salentino: lo stabilimento della Panfil (acronimo di Patù Antonio Filograna) uno degli stabilimenti del gigante del calzaturiero Filanto, concepito per raggiungere la quota di 15mila paia di scarpe al giorno. Nato sul finire degli anni settanta, lo stabilimento raggiunse il suo apice nel 1991, per poi cadere sotto i colpi della delocalizzazione in Albania e altri paesi esteri. Oggi, ormai dismesso, il fantasma di quello stabilimento si staglia all’orizzonte di uno dei tratti più belli del Salento, di quella terra che potrebbe, per mere ragioni speculative e di interessi economici, aver avvelenato. Per ora è sola un’ipotesi cui solo un’inchiesta giudiziaria potrà dare delle risposte. 

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