Venerdì, 30 Luglio 2021
Moi te nde ticu quattru

"Io, precaria nel lavoro: penalizzata pure nel voto"

Ci scrive una donna di Leverano, che per motivi di lavoro abita a Piacenza. "Posso chiedere solo permessi non retribuiti. Non è per caso un illegittimo ostacolo all'sercizio del voto?"

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Questa lettera, oltre che a diversi giornali di Lecce e Piacenza, è stata inviata al ministero dell'Interno, ai prefetti di Piacenza e Lecce, ai presidenti di Regione Emilia Romagna e Regione Puglia e ai sindaci di Piacenza e Leverano. Inquadra uno dei tanti problemi derivanti dalla flessibilità "estrema", che tutto cancella. Persino i diritti elementari...

di Silvana Grasso

"Il suo esercizio è dovere civico" ed io vorrei compierlo ma...

Sono una cittadina italiana residente nel Comune di Leverano, in provincia di Lecce, e da cinque anni presto la mia attività lavorativa nella scuola statale piacentina. Di conseguenza vivo abitualmente a Piacenza pur mantenendo la residenza anagrafica a Leverano. In occasione delle consultazioni elettorali, il dipendente che non può beneficiare del permesso elettorale (materia disciplinata dalla circolare della Ragioneria Generale dello Stato Igop n.23 del 10.3.1992 e dall'art.118 del D.P.R. 30.3.1967 n. 361) e ha mantenuto la residenza in Comune diverso da quello di servizio, può avvalersi dei permessi.

Il dipendente con contratto a tempo indeterminato ha diritto a uno o due giorni di permesso retribuito ai sensi dell'art.15 comma 2 del CCNL del 29.11.2007 (comparto scuola), quello con contratto a tempo determinato ha diritto a uno o due giorni di permesso non retribuito ai sensi dell'art.19 comma 7 dello stesso contratto, oppure a giorni di ferie per raggiungere il proprio Comune di residenza.

Da cinque anni sono dipendente con contratto a tempo determinato, posso chiedere dunque - e ottenere - solo permessi non retribuiti. Non è forse questa una disposizione illegittima che ostacola l'esercizio di voto contemplato dall'art.48 della Costituzione? Eppure la Costituzione ancora contempla: all'art.2 che "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale";

all'art.3 che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese";

all'art.48 che "Il diritto al voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge". Di quali diritti inviolabili si parla? Di quale dignità sociale? Di quale libertà e eguaglianza? E quali gli ostacoli da rimuovere?

Il lavoratore "precario" non ha la stessa dignità sociale del lavoratore "in ruolo"? Vi lascio queste mie riflessioni, le domande che spero trovino risposta, l'amarezza per essere una cittadina e una lavoratrice alla quale non è riconosciuta pari dignità sociale, e ancora l'amarezza nel sapere che alla fine della consultazione elettorale del 13 e 14 aprile andrò, mio malgrado, ad alimentare la percentuale dei cittadini italiani che non si sono recati a votare (e di questi chissà quanti avrebbero voluto farlo ma non hanno potuto per gli stessi motivi espressi).

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