Moi te nde ticu quattru

"La cultura? Né di destra, né di sinistra"

È desueto fare "caselle" oggi che la Cultura è impastata, imbastardita e veicolata dal surplus dei media. Leggere (cibarsi) è atto minoritario ed è il corpo, l'intero, che assorbe lingue e messaggi

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di Mauro Marino

Il "Domenicale", settimanale di Marcello Dell'Utri, patron dei Circoli della libertà e di "tanto altro ancora", con piglio consumistico (questo lo tengo, questo si butta!) stila una classifica delle personalità utili ad una "nuova" cultura della destra. Chiedersi cos'è di Dx e cos'è di Sx è problema annoso, sempre scioccamente aperto, esercizio che francamente riteniamo vano e poco edificante. A sinistra da tempo le briglie sono allentate, l'affanno della destra è a colmare quella supremazia che ancora oggi viene imputata ad una fantomatica sinistra che occupa la scuola, l'università, i giornali. Parola di Berlusconi! La realtà è che semplicemente il "pensiero mancino" ha più dimestichezza con le cose creative e culturali, ad ampio spettro ha traversato, valorizzato, amato, nutrito l'esprimersi e l'esserci creativo. Dalle più raffinate esperienze intellettuali e concettuali alle espressioni spontanee del popolo. Senza paura di mischiare, di contaminare, di aprire frontiere ed orizzonti, anche facendo scandalo e inquietudine.

Fu Massimo Cacciari nel 1979 a tirar fuori dal cassetto Federico Nietzsche (considerato sino ad allora il massimo ispiratore del nazismo) che divenne a tutti gli effetti un "filosofo" di sinistra, colui che annunciando la morte di Dio rese sgombro il campo dai falsi idoli invitandoci a guardare e incamminarci con i nostri occhi oltre l'abisso, attenti all'Origine nel tempo dell'"eterno ritorno", in una progressione temporale circolare non astrattamente tesa verso un futuro fittizio lontano da noi stessi. Ancora prima Gianni Vattimo inaugurò la stagione del "pensiero debole", forma morbida capace di adeguarsi al mutamento incessante delle condizioni della realtà e in grado di accettare la pluralità dei punti di vista senza imporne alcuno come l'assoluto e incontrovertibile.

La destra, in passato, ha tentato la manovra con Pier Paolo Pasolini, ma diverso è stato l'atteggiamento che ha animato l'apertura. Troppi timori! Lo spirito "conservativo" del poeta di Casarsa, i suoi timori nei riguardi della modernità, il suo pensiero corsaro, sarebbero stati utili a dare un senso altro a quel "Dio, Patria e Famiglia" che è alla base del rappresentarsi della Dx. Oggi, sarebbe più proficuo lasciare libero il campo. Non fare classifiche! I poeti, i pensatori, gli artisti non sono né dell'una né dell'altra parte. Ce lo devono dire loro da che parte stanno, semmai! Il "libero" pubblico potrà comunque scegliere come metabolizzare, come finalizzare, come crescere in sé l'incontro con una particolare esperienza autoriale. La cultura è cibo, i sapori sono tanti, tutti da gustare. C'è il piacere e la necessità, l'andare a cercare, il trovare, il provare. Atti complessi che richiedono attenzione, dedizione, amore.

È desueto fare "caselle" oggi che la Cultura è impastata, imbastardita e veicolata dal surplus dei media. Leggere (cibarsi) è atto minoritario ed è il corpo, l'intero, che assorbe lingue e messaggi vivificando esperienze. Il processo autoriale s'è dunque allargato. S'è allargata la necessità di dichiararsi, di esserci ed il pensiero è libero dalle appartenenze. Sono gli aggregati a fare cultura. Quelli capaci di fare sintesi e stile. Culturali sono dunque quegli atti che favoriscono tali processi. Non c'è atto "alto" o "basso" nei processi culturali. Abbiamo imparato che nel "basso", nel fluire generante dell'underground, c'è il nutrimento per ciò che si fa "alto". Under ed overground sono parti dell'eterno pellegrinaggio degli illuminati dell'Oriente di Hermann Hesse. Popolo e poeti, margine e centro, destra e sinistra?

Lo sappiamo, la cultura popolare nel Salento, nel mezzogiorno d'Italia (come in tutti i Sud del mondo) è stata motore e strumento di studio, di riflessione, di conoscenza, di volgarizzazione, di contaminazione, di affermazione. Un processo lungo che ha dato numerosi frutti. Ma quella cultura non ha svuotato di senso l'esperienza poetica dei Comi, dei Bodini, dei Pagano e di tutti coloro che raffinati e colti hanno nutrito spirito e conoscenza. Autori di sguardi che hanno fuso sensibilità, necessità, lingua. Un continuo "palpitare di nessi", in un divenire che si fa costrutto: cultura, cibo utile al crescere. Segno in ognuno, energia. Più che di Cultura dobbiamo oggi imparare a parlare di "senso", di "buon senso" nel tracciare i destini dei territori e delle persone tentando di comprendere quali sono le utilità.

La natura è un valore, la laicità è un valore, la bellezza è un valore se ne comprendiamo la caducità. La fragilità è il valore da accogliere e da preservare. Il pericolo sta nell'integrismo, nella cecità intellettuale che non considera la pluralità come un bene. Sorprendersi di ciò che l'altro ci dà è Cultura! Quella da desiderare è una Cultura che non ci chieda di essere forti, ma in cui sia possibile non essere né forti nè deboli e accettare insieme la fragilità della vita, passando attraverso il riconoscimento della molteplicità della persona. Questa la linea: l'apertura e l'ascolto. A chi chiede "ma a te piace tutto?" rispondere è facile: il piacere sta nell'accogliere l'altro, nell'incontro che cambia e cresce ogni guardare.
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