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Presunta combine del derby, indagini anche su Pierandrea Semeraro

Sarebbero oramai sul punto di concludersi le verifiche, anche sui conti dell'ex presidente del Lecce, per cercare riscontri all'ipotesi di frode sportiva del match del 5 maggio scorso al "San Nicola", vinto dai salentini per 0 a 2

Pierandrea Semeraro con il padre Giovanni

LECCE – Secondo un’agenzia Ansa del tardo pomeriggio sarebbero sul punto di chiudersi le indagini sulla presunta combine del derby del 5 maggio 2011, Bari-Lecce. I carabinieri avrebbero concluso le verifiche, anche bancarie, con elementi utili all’inchiesta il cui sfondo è rappresentato dall’ipotesi di frode sportiva. Si sospetta che il figlio del patron Giovanni Semeraro, Pierandrea, presidente fino al termine della stagione 2010-2011, abbia in qualche modo avuto un ruolo attivo nella vicenda. Per questo, secondo indiscrezioni, il suo nome sarebbe stato iscritto sul registro degli indagati.

Sempre secondo quanto riporta l’Ansa, da ambienti vicini al giovane ex presidente trapelerebbe invece il massimo ottimismo, fondato sulla consapevolezza che non sarebbe mai stato versato denaro per alterare il regolare svolgimento del derby. Intanto Andrea Masiello, l’ex giocatore di Bari e Atalanta, Fabio Giacobbe e Gianni Carella, i tre arrestati il 2 aprile scorso e ritenuti le menti della combine, hanno chiesto di patteggiare la pena – con il parere favorevole della procura – e ora attendono il pronunciamento del gip, che dovrà esprimersi anche sulla richiesta di remissione in libertà.

L’ipotesi investigativa, ribadita dopo i ripetuti interrogatori condotti dalla procura di Bari, Masiello e Carella sarebbero venuti a Lecce, il 22 agosto, per il pagamento della prima tranche di 50mila euro e in quell’occasione – hanno detto – si sarebbero incontrati con Carlo Quarta e Andrea Starace. Quest’ultimo, tuttavia, sarebbe staro riconosciuto in fotografia dal calciatore, ma non dall’altro. Gli altri versamenti, da 20 mila euro, sarebbero avvenuti sulla tangenziale di Bari e in una località del Nord, dove l’ex biancorosso si era trasferito all’epoca dei fatti. A dare il denaro sarebbe sempre stato – sostiene l’accusa – Carlo Quarta che avrebbe anche firmato l’assegno da 300mila euro dato in pegno prima del match. 

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