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Giovedì, 30 Maggio 2024
Un commento

Il calcio non è una favola, è un’industria. Ma i “biscotti” ci sono sempre stati

Se lo sport non è più il fine, ma il mezzo con cui si alimentano passioni e illusioni, non dipende da risultati più o meno scontati, che nel finale di stagione non sono una sorpresa e che hanno regalato gioie anche e chi oggi si indigna

LECCE - Il calcio non è il migliore dei modelli per educare i ragazzi alla cultura sportiva. Senza affaticarsi in analisi troppo complicate, basta vedere quel che accade nelle categorie più giovani: arbitri minacciati, insulti agli avversari, allenatori aggrediti da genitori ossessionati dalla brama di avere un campione in famiglia. Sono tutti fenomeni sintomo di una degenerazione.

L’espressione inglese show business è molto “felice” per descrivere quel che da molti anni – e in maniera sempre più evidente – sta accadendo al mondo del pallone. Il suo potenziale economico sta sbaragliando ogni altro aspetto e la ragione è molto semplice: è il denaro che muove e indirizza il nostro sistema di vita e, talvolta, ci trasforma.

Il potere sostanziale è nelle mani dei detentori dei diritti televisivi e delle Leghe che con i primi trattano ogni singolo aspetto dell’evento sportivo, al fine di ottimizzare gli introiti dei quali i club vivono, secondo un principio di ripartizione che in Italia è assolutamente sbilanciato a favore delle “grandi”. Il calcio è sempre più una palude piena di coccodrilli e sabbie mobili ed è facile, prima o poi sporcarsi le mani. Bisognerebbe trovare il modo per decostruire, senza provocare traumi, la narrazione di un sport al massimo grado di purezza (come l'acqua di montagna) ma, naturalmente, anche l'informazione vive al rimorchio di quella che è a tutti gli effetti un'industria, giovandosi dei privilegi e delle mirabilie che ne derivano. 

L’idea di spezzettare il campionato anche nelle ultime giornate, quando più squadre sono ingaggiate in partite da dentro o fuori, è solo l’ultima delle sciagure partorite lungo la scia di trasformazione del calcio, ma non è sorprendente perché rientra perfettamente nella logica attuale. E sta bene, magari con sfumature diverse, a chi siede attorno a quel tavolo.

Pensare, però, che la contemporaneità delle gare possa risolvere la questione di esiti che possiamo definire facilmente prevedibili è tuttavia un altro autoinganno, di quelli che di solito ci infliggiamo quando passione e razionalità fanno a pugni nella nostra testa. I biscotti tra le squadre, infatti, ci sono sempre stati e dobbiamo avere il coraggio di dirlo. Non per giustificare questa pratica che con lo spirito di competizione sportiva ha molto poco a che fare, ma per non prenderci in giro.

Chiunque abbia memoria e onestà intellettuale sa bene che nella coda del campionato si sono sempre verificati risultati che in altre fasi del torneo sarebbero altamente improbabili. Promozioni, salvezze e qualificazioni varie sono arrivate anche (naturalmente non solo) per il felice combinato disposto delle diverse motivazioni di fine stagione e chiunque neghi questa evidenza fa innanzitutto un torto alla propria intelligenza. Vale per il Lecce, come vale per tutti. Vale oggi, come vale per il passato.

E se l’ingenuità è una debolezza, l’ipocrisia è una colpa: il calcio non è sano quando i risultati sono favorevoli alla propria squadra e, invece, corrotto quando sono penalizzanti. Non esistono anime candide, non ci sono santi né predicatori. Il calcio è questo, lo è sempre stato: non serve arrivare a pensare a una valigetta di soldi oppure ad accordi presi in incontri clandestini, né a dietrologie o complotti. La consapevolezza è il primo passo per un corretto giudizio.

Ma siamo sicuri, poi, che siano i biscotti il vero problema del calcio e non la finanziarizzazione di un fenomeno collettivo che assomiglia sempre meno a uno sport e sempre di più a un modello di profitto. Il calcio come mezzo e non come fine, che si alimenta delle passioni e delle illusioni dei tifosi. Chi non si riconosce in questa prospettiva esasperata ed esasperante ha tutti i più validi motivi per prenderne le distanze, per cercare conforto altrove.

Chi, invece, pensa che ci sia ancora tempo e spazio per alcune minime correzioni di rotta può impegnarsi perché vengano trovate, nelle sedi opportune: per esempio, premialità tali da motivare al raggiungimento della migliore posizione possibile. Ma questo, se anche fosse, non risolverà i problemi dovuti all'assenza di un tetto salariale, alla possibilità di indebitarsi più o meno allegramente, di realizzare vendite gonfiate per quadrare in extremis i bilanci, di esporsi al fenomeno delle pressioni e infiltrazioni criminali attraverso le scommesse sportive.

In altre parole, riportare il discorso in un alveo più umano è impresa titanica, con poche chance di riuscita e di volontari disposti a immolarsi per questa crociata, a dire il vero, se ne vedono pochi in giro. Dunque, se per spiegare a un bambino cosa sia l'etica sportiva non prenderei mai come modello il mondo del pallone, non è questione di un biscotto in più o in meno, ma di una visione d'insieme molto preoccupante.

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