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Il commento

Thiago Motta vince due volte: esalta la sua squadra, spunta le ali giallorosse

L’allenatore del Bologna ha impedito al Lecce di innescare la velocità dei suoi esterni e ha dettato i movimenti per aprire le linee dei salentini e creare una costante superiorità in mezzo al campo

LECCE – Il Lecce travolto dal Bologna 4 a 0 (qui la cronaca) non è sembrato nemmeno lontano parente di quello visto nelle due ultime uscite: quella improduttiva di Genoa dove pure nel primo tempo era stato sostanzialmente padrone del campo e quella rocambolesca ed entusiasmante contro la Fiorentina, culminata con la vittoria per 3 a 2 nel recupero.

Che i rossoblu di Thiago Motta giocassero un gran bel calcio lo si sapeva, ma la speranza era che il Lecce riuscisse a sabotare la fluidità del possesso palla dei felsinei. È stato invece il Bologna a disinnescare i circuiti dei pannelli di D’Aversa, con Zirkzee pienamente a suo agio nel muoversi tra le linee per risucchiare ora il marcatore centrale di turno ora Ramadani.

Orsolini e Saelemaekers hanno portato a spasso Gallo e Venuti, gli esterni offensivi del Lecce non hanno mai intimorito i loro controllori. Almqvist, a dire il vero, qualcosa ha provato a farla, ma Banda non ne ha azzeccata una. Resta da capire se la sua prestazione sia stata condizionata dal problema al ginocchio poi emerso con la resa al 38’ o se l’infortunio sia semplicemente scaturito da un movimento nell’azione precedente alla sostituzione.

L’assenza di Gendrey s’è sentita, eccome, ma non si possono addossare a Venuti grandi responsabilità (seconda gara da titolare). La differenza, nel girone di ritorno soprattutto, la fanno spesso gli organici e quello del Bologna è ampio e qualitativamente assortito. Insomma, non c’è paragone.

Basti ricordare che Ferguson, che è uno dei perni degli ingranaggi di Thiago Motta, avrebbe vestito la maglia giallorossa se il club emiliano non avesse fatto un’offerta che il Lecce non poteva pareggiare e così nel Salento, un anno dopo, è arrivato Ramadani che l’Aberdeen aveva preso proprio per sostituire Ferguson. Ma in questa fase di stagione l’albanese non vale mezzo Hjulmand.

Con l’ingresso di Piccoli per Krstovic, subito dopo il 3 a 0, D’Aversa ha dimostrato di avere già nella testa la prossima partita (in casa del Torino) e, probabilmente, anche l’ingresso di Dorgu per Gallo e Blin per Kaba vanno letti in questa chiave. Entrambi i titolari sembravano disorientati, ma non è che i loro compagni stessero brillando: Oudin non ha trovato la sua collocazione (e ha pure fallito una punizione da ottima posizione), e invece di esaltarsi tra le linee si è ritrovato spesso fuori dal contesto; Krstovic s’è portato sotto la doccia la responsabilità di non aver riaperto la partita quando il Bologna ha servito su un piatto d’argento l’occasione per farlo.

Forse il solo Pongracic ha giocato nel complesso su livelli apprezzabili, almeno per buona parte di gara, ma cercare l’ago nel pagliaio non ha senso. Di una giornata storta che più storta non si può resta l’amaro in bocca non solo per il risultato – un 4 a 0 fa sempre impressione - ma per la fragilità sul piano del carattere e della mentalità: la squadra di D’Aversa si è sfaldata praticamente da subito quasi sentisse di andare incontro a un destino ineluttabile.

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