La crisi del Lecce. Le lacrime di Lepore l'unica immagine che non fa piangere

La sconfitta di Reggio Calabria ha riaperto una voragine dove precipitano voci, illazioni, sospetti su un rendimento che non decolla mai. Ma forse l'unica risposta è nei fatti: la squadra non ha un'anima e quindi la necessaria cattiveria agonistica

Checco Lepore a testa bassa dopo il triplice fischio dell'arbitro (foto Chilla).

LECCE - L'unica immagine dignitosa di Reggina - Lecce, è quella che non si vede. Francesco Lepore che abbandona il terreno di gioco tra le lacrime dopo una sconfitta che demolisce le fragili impalcature sulla quale si sperava di costruire una seconda parte di campionato di alto livello. All'esterno leccese e a Davide Moscardelli va riconosciuto l'Oscar dell'attaccamento ai colori (e ai dolori) sociali. Che sono due caratteristiche che emergono anche e soprattutto quando la prestazione non è delle migliori, come quella di ieri. 

Io non sono un giornalista malato di ruffianeria e non sono mai andato a cena con con un calciatore. Non ho mai nemmeno parlato con nessuno di loro telefonicamente. Non ho rapporti che non siano professionali con l'Us Lecce, tanto che nello scambio di auguri prima di Natale, il presidente Savino Tesoro mi ha pure chiesto chi fossi. Sono anche un pessimo scommettitore e quello che mi gioco una volta ogni tanto equivale al costo di una pizza e di una birra.  Perché dico questo? Per la ragione esattamente contraria a quello a cui molti stanno pensando arrivati a questo punto dell'articolo.

A mettere insieme le svariate forme che ha assunto sui social network - contenitori adatti alle insinuazioni più infondate e fantasiose - la delusione cronica ma aggravata dalla clamorosa sconfitta di Reggio Calabria, dovrei concludere che sarebbe bastato informarsi su qualche quotazione e sui flussi di scommesse magari a Malta, magari a Gibilterra, per capire che la partita non sarebbe finita con il risultato determinato dal goal di Moscardelli. Ma siccome di professione non faccio l'investigatore della guardia di finanza, non mi posso nemmeno permettere di fare la morale a nessuno né di gettare discredito su chicchessia. Sono portato a credere sempre alla buona fede delle persone, figuriamoci nello sport. "Non bisogna mai smettere di avere fiducia negli uomini, direttore. Il giorno che accadrà sarà un giorno sbagliato", dice Titta De Girolamo (Toni Servillo) in uno dei film più belli che abbia mai visto, Le conseguenze dell'amore, di Paolo Sorrentino. E ritengo che certe ombre si allungano con troppa facilità, producendo un danno pesante soprattutto al bene del Lecce e di tutte le suo componenti.

Faccio invece il cronista sportivo (anche) e da mesi mi scervello per dare un senso al campionato del Lecce, partita dopo partita. Dovrei scrivere di tattica e tecnica, di gesti atletici e di sostituzioni azzeccate o sbagliate. Ma ieri ho deciso che non mi devo più prendere in giro. Né prendere in giro i miei "coraggiosi" lettori che spesso si azzuffano a furia di commenti senza nemmeno aver letto l'articolo (ma questo è un simpatico aneddoto per sdrammatizzare). Non che lo abbia mai fatto intenzionalmente, ma non credo in tutta sincerità che non sia stato l'infortunio di Vinetot a far cambiare l'inerzia della partita. Sarei pure tentato di cedere, ma la chiave di lettura che mi resta dopo la sconcertante prestazione di ieri, a parte i primi 20, 25 minuti, è quella psicologica, per quel poco che posso capirne, perché nemmeno quello dello strizzacervelli è un mestiere che mi compete: però lo dico, questa squadra non ha un'anima e non sembra intenzionata ad averla. Figuriamoci se può avere, per dirla alla Pagliari, un'identità. 

E ora che l'esonero del tecnico marchigiano appare cosa fatta, resta da capire se è meglio affidarsi al sesto tecnico della gestione Tesoro oppure ad un esorcista che tiri fuori quel demone che sta minando l'andamento del campionato, o a un general manager che sappia procedere ad una riorganizzazione generale. Forse ci vorrebbero entrambi. I cambi di panchina, infatti, non sono mai un buon segno, l'overdose è sintomo di patologia. C'è un problema a monte, che è sicuramente anche di carattere organizzativo. Più che una critica è una constatazione che i fatti sbandierano in maniera inappellabile.

Dietro a tutto questo c'è sempre stato un fitto vociare che diventa ossessivo quando i risultati lasciano a desiderare: tutti a parlare male, quasi a sperare in una sconfitta per dimostrare di avere delle ragioni, rimembrando i tempi di quell'eldorado calcistico che a Lecce ha segnato un'era ma che si è concluso in maniera indecorosa con una doppia retrocessione. Questi tre anni sono stati inaugurati dalla diffidenza di gran parte dell'ambiente, alimentata anche da indiscrezioni di presunte cordate e offerte per rilevare il pacchetto azionario.

Mai però che nessuno abbia messo le mani al portafoglio per dare un sostegno concreto ad un patrimonio della città che va molto al di là dei suoi proprietari legali: non a caso un dato di fatto di questo periodo è anche la mancanza di qualsiasi relazione proficua con le istituzioni locali e la vicenda relativa alle spese per ripristinare il manto erboso dopo il concerto dei Negramaro è stata molto indicativa in questo senso. La Tribuna Autorità è una landa desolata o quasi. E le strutture dello stadio abbandonate da anni ad un deperimento deprimente.

Da qualche parte però bisogna ripartire, non fosse altro perché la maglia deve essere onorata anche nei più infelici momenti e non si può giocare al tanto peggio tanto meglio.Il campionato va terminato e comunque nel migliore dei modi possibile. Con un obiettivo, i play-off, che è raggiungibile.E, tra tanta rassegnazione e acredine, restano le lacrime di rabbia di Lepore a ricordarci che, nel tenebroso mondo del calcio, c'è ancora un piccolo posto per il sentimento. E soprattutto per la dignità.  Dopo, il sipario.

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