Oltre le scelte tecniche opinabili, il problema del Lecce è la testa

La sconfitta di Caserta lascia una scia di polemiche e malumori. Le decisioni di mister Padalino pesano, ma dal punto di vista della concentrazione e della determinazione agonistica ci sono lacune da colmare

A destra Pasquale Padalino.

LECCE – Il giorno dopo la ferita brucia di più. La sconfitta del Lecce a Caserta dopo una serie di risultati utili che, insieme alla continuità, avevano ridato ai giallorossi la testa della classifica, lascia dietro di sé una scia di polemiche e di malumori.

La scelta di mister Padalino di cambiare entrambi gli esterni offensivi rispetto alla gara interna contro il Melfi (3 a 1) e alla trasferta di Catanzaro (1 a 2) ha colto tutti di sorpresa, ancor più di quella di lasciare Cosenza in panchina, preferendo la coppia formata da Giosa e Drudi. Il fatto di aver giocato a distanza di cinque giorni dal match in Calabria certamente ha condizionato le decisioni dell’allenatore, che già in conferenza stampa alla vigilia aveva fatto capire di voler apportare qualche modifica allo schema di partenza.

I risultati, tuttavia, sono stati deludenti: Torromino, che non disputava una gara come titolare da due mesi (Lecce-Matera 0 a 3), ha messo al centro un paio di cross ben fatti ma è mancato dal punto di vista del dinamismo che invece aveva costituito un punto di forza della squadra grazie alle prestazioni di Doumbia.

Dall’altra parte, sul versante destro del campo, Lepore non ha certo brillato, risentendo anche della giornata infelice di Vitofrancesco e Tsonev. E non è un caso che la marcatura subita sia arrivata proprio da quella parte dove, sugli sviluppi di un fallo laterale, la Casertana si è trovata in superiorità numerica.

Si è trattato di un errore collettivo e per questo ancora più grave, quello commesso dal Lecce: sulla rimessa, nella zona di metà campo, Rajicic fa una semplice finta per disorientare un distratto Tsonev, riceve palla, stoppa col petto e al volo lancia in avanti dove Corado, al quale Drudi concede un metro di troppo. L'attaccante rossoblu, sempre con il petto passa la sfera al 18enne Carriero che di prima intenzione lancia Ciotola a tu per tu con Perucchini senza che Vitofrancesco capisca cosa stia accadendo.

Sul fronte offensivo il Lecce ha creato almeno un paio occasioni importanti, si è visto annullare un goal a Mancosu per fuorigioco di Marconi (probabilmente c’era) e ha protestato vivacemente quando il colpo di testa di Caturano, sul finale di gara, è stato intercettato da Ginestra a ridosso della linea di porta (nella foto di Chilla, sotto). Ma nella circostanza, come in un’altra occorsa nel primo tempo, il bomber napoletano avrebbe potuto fare di più avendo tutto lo specchio della porta a disposizione da posizione ravvicinata.

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Ancor più dei singoli episodi, però, ha pesato sul risultato l’atteggiamento generale: non basta l’impegno, ci vuole fame di vittoria, ci vuole quella rabbia agonistica che determina aggressività su ogni contrasto, che toglie fiato al ragionamento degli avversari, che li intimorisce quando prestano il fianco, che li schiaccia se restano in inferiorità numerica. Una squadra vincente è una squadra che trasmette autorevolezza e solidità in ogni momento della partita. Non si vince né per inerzia, perché tanto chi sulla carta sembra più forte alla fine in un modo o nell'altro la deve comunque spunta. Non è scritto da nessuna parte che basti essere bravi e mediamente diligenti.

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In un campionato che vede almeno tre pretendenti pienamente in corsa per il primo posto – Foggia, Matera e Lecce – i minimi dettagli fanno la differenza. Al quinto anno consecutivo di Lega Pro è legittimo attendersi la piena consapevolezza di quanto sia imprescindibile una concentrazione rigorosa, senza sbavature. Il girone C, ma questo dovrebbe essere già ampiamente chiaro, è quello in cui i palloni spariscono per un tempo intero se la squadra di casa è in vantaggio e per ogni rimessa dal fondo ci vuole mezzo minuto tra recupero della sfera e calcio: affrontarlo con una certa supponenza significa garantirsi un altro soggiorno all'inferno.

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