Contro la Juve la legge di Konan: Lecce, mezza impresa

In vantaggio con l'ivoriano, i salentini si fanno raggiungere nella ripresa da un Nedved trascinante in mezzo al deserto bianconero. Nel finale, gol da urlo di Nacho Castillo per il 2 a 2

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La dura legge di Konan, questa volta, funziona solo a metà. Quel tanto che basta per rimanere aggrappati all'idea che tutto sia ancora lì, a portata di mano, una salvezza ancora afferrabile con le unghie, da strappare al destino con le forze residue di fine stagione e un pizzico di proverbiale follia. Quattro anni fa, più o meno di questo periodo, l'ivoriano sul tavolo verde di Torino calò due assi da capogiro. Uniti a quelli di Franceschini prima e Chevanton poi, permisero a Lecce di battere sul campo della Juve un poker memorabile. E rieccolo qui, a distanza di anni, dopo un lungo tuffo nel dimenticatoio di annate sfortunate e funestate da infortuni, riemergere per volontà di Gigi De Canio, con quel suo passo felpato, davanti a un Buffon che ormai solo a vederselo passare davanti crolla in preda a shock anafilattico. Ma ridurre il Lecce di oggi solo alla prodezza in apertura di Konan avrebbe poco senso. Perché dopo il vantaggio, violento come una scudisciata e che mette a nudo tutta la fragilità di una Juventus arruffona e a tratti pavida, subissata da fischi che piovono come gocce di fuoco dagli spalti del suo stesso stadio, arriva il solito, crollo da stress: doppio Nedved, signori, si ritorna sulla terra.

Non che la "Vecchia Signora", nella ripresa, ci metta più verve che nel primo tempo; piuttosto, fa valere la superiore caratura di alcuni dei suoi uomini, e trova nel ceco, collante che tiene a malapena in piedi passato e futuro di una squadra e di una società sull'orlo di una crisi di nervi, il suo "deus ex machina" capace di due invenzioni, agevolate da qualche falla di troppo nelle retrovie giallorosse. Poi, però, gli zoccoli delle zebre si ammolliscono, arrivano i crampi, si aprono squarci ovunque che a vederla, quella difesa, diresti (con tutto il rispetto) che ci deve essere un errore, che forse è quella dell'Ascoli. Ed ecco De Canio imbizzarrito a suonare da bordo campo la carica degli ultimi minuti. "Sono cotti", urla. "Sono cotti".

Il finale, da crepacuore. Il Lecce presidia il fronte con i nervi a fior di pelle, si divora due gol fatti, ma non demorde, fin quando, come in certe belle favole, arriva il lieto fine che fa strabuzzare gli occhi fuori dalle orbite: Papadopoulos gira in area per Castillo. L'argentino, appena entrato, si avventa come un falco e schiaccia di testa in fondo al sacco. Il 2 a 2, sul filo dell'ultimo minuto di recupero, rimunera dalla colossale fatica di rimettere in piedi una partita in cui la sconfitta sarebbe coincisa, pressappoco, con lo squillo delle trombe dell'Apocalisse. E invece no: ancora un'altra maledetta domenica da vivere soffrendo. Soffrendo e sperando. Torino-Bologna, sfida al massacro, in mezzo alla quale spera di insinuarsi il Lecce, magari per scippare un altro punto, e rimandare il discorso alla prossima, e alla prossima ancora. Ammesso che il Napoli manterrà fede al pessimo cammino di questo suo finale di stagione, e si farà domare. Una tortura cinese, roba da finire al manicomio.

E allora, è una pagina ancora da scrivere, questo finale in coda, dove anche la Reggina cerca un disperato allungo. I salentini ci arrivano in parte confortati dal risultato con la Juventus, che quantomeno mostra una squadra ancora combattiva, sebbene in una prestazione "macchiata" dalle solite ingenuità e da qualche eccessiva titubanza nello sfruttare il momento di massima confusione degli avversari per chiudere clamorosamente già nel primo tempo i giochi e tornare a casa con tre punti placcati in oro massiccio. Certo, in palio c'erano due obiettivi agli antipodi, considerando la rincorsa della Juve al secondo posto. Ma in più momenti la squadra di Ranieri è apparsa letteralmente in tilt, incapace di imbastire anche una semplice azione di rimessa e intimidita dagli spalti in contestazione. Forse, con un pizzico di protervia in più…

Al 4-3-1-2 dei bianconeri (Buffon, Grygera, Legrottaglie, Mellberg, De Ceglie, Camoranesi, Zanetti, Nedved, Del Piero, Amauri, Iaquinta), De Canio oppone un inedito 4-5-1, con Benussi coperto da Polenghi, Fabiano, Esposito e Giuliatto, il centrocampo, orfano degli acciaccati Caserta e Munari, schierato con Ariatti, Edinho, Vives, Giacomazzi e Konan sull'estrema sinistra e Tiribocchi unica punta. E se l'avvio è di marca juventina, ma senza acuti, dopo appena 10 minuti la difesa di casa incespica singolarmente su un contropiede del Lecce: Ariatti serve Giacomazzi in orizzontale, l'uruguayano avanza sulla linea centrale e vede Konan scattare a sinistra sul filo del fuorigioco; messo solo davanti a Buffon, l'ivoriano trova la freddezza di aggiustarsi la sfera, fintare sul portiere e calciare di sinistro in porta. Da non crederci: 1 a 0. La risposta della Juve è tanto aggressiva, quanto inefficace e caotica. Esposito e soprattutto Fabiano sono quasi sempre in anticipo sugli attaccanti avversarti, e i bianconeri collezionano angoli a ripetizione senza saperli sfruttare. Per assaporare qualcosa che somigli ad un pericolo, bisogna attendere il 21', quando Nedved pennella quasi dal fondo un cross sul quale Amauri arriva solo ad accarezzare con la fronte il pallone e Iaquinta si fa beffare dal rimpallo.

La Juve gira a vuoto e spesso i centrocampisti sbagliano i passaggi filtranti in profondità, così Vives e il Tir provano qualche velleitario alleggerimento in avanti sui soliti lanci dalle retrovie. La seconda, vera, occasione di marca bianconera arriva solo allo scadere, quando Fabiano compie fallo dal limite su Amauri e della punizione s'incarica un Del Piero fino a quel momento inesistente. Il destro a giro è perfetto, alla sua maniera, ma leggermente troppo angolato e colpisce in pieno il palo. L'ultima fiammata nel recupero, un tiro di Amauri senza pretese che Benussi blocca. Ranieri prova a dare un'iniezione di vitalità e, non senza sorpresa, scaraventa fuori Pinturicchio e Camoranesi. Nella ripresa giocano Marchionni e Poulsen.

La Juve riapre i giochi pressando con più convinzione di quanto non abbia fatto in tutti i primi 45 minuti e dopo qualche timido tentativo, partendo soprattutto da destra, al 53' arriva il pareggio sull'asse Iaquinta-Amauri-Nedved. Il primo serve in piena area il brasiliano, che controlla e si gira per cedere il pallone all'accorrente Nedved, che scarica rasoterra, di prima intenzione, nell'angolino basso. Per Benussi, niente da fare. Come risvegliata dal torpore dei sensi, la Juventus sfiora il raddoppio subito dopo, quando ancora Nedved vede Iaquinta in buona posizione sul centro del fronte d'attacco e con un pallonetto a scavalcare la difesa lo mette in condizioni di battere a rete: Benussi esce a valanga e respinge con il corpo. Non che il Lecce stia a guardare: al 63' Giacomazzi ruba palla ad un ingenuo Grygera e mette in mezzo per il Tir, che però cerca il gol dell'anno calciando al volo e ciccando goffamente la sfera, la quale rimbalza a destra sui piedi di Ariatti, "reo" di allungarsela troppo, fino al recupero di Buffon. E sempre Ariatti, in contropiede, ne combina poco dopo una grossa quanto una casa servendo in ritardo i compagni d'attacco, fino al recupero della difesa, per poi chiudere il cerchio sui suoi dieci minuti in negativo al 66', quando rientra in eccessivo ritardo a chiudere su Nedved, il quale batte con un tiro spiovente Benussi in uscita, che riesce solo a sfiorare il pallone con la mano. Ranieri, forte del ribaltone che ora vale un vantaggio di due reti a una, mette mano all'ultimo cambio, rilevando Grygera per fare posto a Zebina.
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De Canio opera la prima sostituzione solo al 71', togliendo Vives e inserendo Papadopoulos per dare più vivacità alla manovra, arrivando al "o la va o la spacca" all'altezza dell'81', quando rileva anche Konan e getta nella mischia Castillo: ed è tridente. E mentre la Juventus inizia a ripiegare oppressa dalla stanchezza, i salentini danno fondo agli ultimi scampoli di energia e si gettano a occhi chiusi sotto rete. Ne nasce un finale incandescente, con un Lecce furioso ed una Juve annichilita: all'83', sugli sviluppi di un corner, in un'azione convulsa in area, Fabiano batte per due volte verso la rete come in flipper impazzito su cui i difensori bianconeri diventano sponde di gomma insormontabili, e alla seconda staffilata si vede respingere il tiro, a Buffon battuto, da Poulsen acquattato a pochi centimetri dalla linea di porta. Due minuti dopo, è il portiere bianconero ad esaltarsi deviando in angolo una girata improvvisa di Tiribocchi. De Canio ci crede, sprona i suoi a non mollare la presa, inserisce Basta per Ariatti nel cuore del recupero e proprio il neo-entrato, alle soglie dell'area, trova un varco per Papadopoulos, che controlla la sfera e la gira verso il centro: da dietro irrompe Castillo, completamente dimenticato, che schiaccia di testa dentro la rete. E' due a due, rabbioso, cercato fino all'ultimo respiro, forse non vera e propria manna dal cielo per la classifica, ma che lascia ancora tutti con il fiato sospeso.

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