Domenica, 20 Giugno 2021
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Correndo nel "Piccolo Tibet", 50 chilometri nel cuore dell'Abruzzo

Un pugno di salentini ha partecipato a una delle gare più belle e faticose del circuito, l'Ultra Maratona del Gran Sasso

Gli atleti salentini (Foto di Gianfranco Bartolini).

LECCE – Arroccato a 1250 metri sul livello del mare, Santo Stefano di Sessanio porta ancora ben visibili i segni del terremoto che la notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009 sconvolse l'Abruzzo. Tra i vicoli stretti e acciottolati palazzi e dimore antiche sono ingabbiati e puntellati in attesa di tornare all'antico splendore. È da qui, da questo paesino popolato da 70 anime, dove di sera nel cielo limpido si accende la magia di un cielo così stellato da lasciare incantati, e il rumore dei passi spezza un silenzio irreale, che l'ultima domenica di luglio (tranne la prima edizione che fu disputata a fine agosto) prende il via una delle gare più belle (e difficili) del circuito: l'Ultra Maratona del Gran Sasso, 50 chilometri nel cuore di una terra antica e magica, popolata da gente fiera e generosa, più forte del destino e delle avversità.

Sono oltre 450 gli atleti, provenienti da tutta Italia, giunti nel cuore dell'Abruzzo per l'ottava edizione dell'ultra maratona. Tra loro anche alcuni salentini, gente di mare affascinata dai grandi spazi e dai silenzi, dalla maestosità delle montagne e da discese ripide e salite proibitive, dalle grandi sfide della corsa e della vita. A capitanare la spedizione il “maestro” Vito Carignani dell’Action running Monteroni, 75 anni, veterano di centinaia di maratone e ultra maratone, con i compagni di squadra Vincenzo Greco e Antonio Canuti. Poi due grandi amici e ultra maratoneti come Raffaele Quarta (Asd Nest) e Mauro Ingrosso (Gpdm), autori di una grande prova tra battute e sorrisi. Infine Antonio Specchia, alias Tony Mirror, che sul Gran Sasso ha conquistato la sua 49esima medaglia (tra maratone e ultra), pronto a varcare la soglia del Club Super Marathon in quel di Berlino.

La partenza è in un’affollata piazza Medicea, tra sorrisi, strette di mano, incoraggiamenti, foto e l’allegria della grande famiglia degli ultra maratoneti. Dopo un primo rapido giro tra le vie del paese, gli atleti lasciano Santo Stefano per iniziare il loro lungo viaggio. I primi chilometri sono in discesa, ma non bisogna sprecare energie in vista della lunga salita. Dopo sette chilometri di saliscendi si giunge a Calascio, inevitabilmente riecheggiano le parole di una signora anziana che sorridendo, mentre preparava un ottimo caffè ha detto: "A Calascio alzate la testa verso il cielo, vi mancherà il fiato". Parole profetiche le sue, la vista dell'antica Rocca regala emozioni e lascia stupefatti, con le quattro torri che sembrano soldati allineati a scrutare l'orizzonte e salutare i podisti, custodi di storie e leggende centenarie. La Rocca è stata anche il set del film “Ladyhawke”.

A cancellare lo stupore ci pensa l'inizio della lunga salita che, poco dopo, conduce verso Castel del Monte, a 1.346 metri. Qui, tra rue e sporti, storie di streghe e misteri, all’ombra della Torre Campanaria, il passo si fa più lento, l'incedere più GranSasso2018_Dalmazi_ (327)-2faticoso, con la scalata che mette a dura prova muscoli e fiato. Percorrendo la strada regionale della Funivia del Gran Sasso d'Italia (la strada statale 17 bis) si continua a salire per altri undici chilometri, fino al Valico di Capo la Serra, con i suoi 1.600 metri, scendendo poi verso il giro di boa dei 25 chilometri, nei pressi di Rifugio Giuliani e Mucciante, luogo amato dai tanti ciclisti e motocilisti che percorrono la strada panoramica, con l’aria che si riempie dell’odore della braci colme di arrosticini.

Qui il paesaggio si fa arido, quasi lunare. Gli occhi e l’anima si riempiono della magia della Piana di Campo Imperatore, il vasto altopiano denominato il “Piccolo Tibet” dal noto alpinista Fosco Maraini, un paesaggio da vedere, ascoltare e respirare, caratterizzato da vaste praterie abitate soltanto da qualche pastore con il suo gregge e piccoli laghi che spuntano all’improvviso tra le montagne, come lago Racollo e il suo celebre Rifugio. Poco prima del 37esimo chilometro il bivio che conduce verso Campo Imperatore, con la salita resa leggendaria da Marco Pantani (e a lui dedicata) che nel 1999 vinse una tappa entrata nella storia del ciclismo, l’osservatorio astronomico e l’albergo dove fu prigioniero Benito Mussolini.

Al 39esimo chilometro lo sguardo viene pietrificato da una salita spezza gambe, con i podisti che in lontananza sembrano sfidare la legge di gravità. A ricompensare dalla fatica il mitico ristoro del “40esimo”, dove i più ardimentosi si concedono un arrosticino e un pezzo di salame, prima di iniziare la discesa versa Santo Stefano di Sessanio, interrotta da un ultimo strappo al 45esimo (con l’ultimo ristoro). Poi tra tornanti, fatica, caldo, muscoli dolenti, adrenalina e una gioia infinita, si corre verso il traguardo ai piedi del piccolo paese di montagna. La medaglia è sola l’ultima emozione di una domenica indimenticabile, con immagini e sensazioni da conservare per sempre dentro di sé e quella magia che l’Abruzzo sa regalare. Tutti gli atleti al traguardo sanno di aver compiuto una piccola grande impresa personale, da conservare nel cassetto dei ricordi più belli.

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