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D'Odorico e il sogno del Salento FC: ma funzionerebbe?

Ieri il presidente del Gallipoli ha rilanciato una proposta che ha lasciato molti di stucco: creare un'unica formazione, fondendo magari diverse realtà. Ma i campanili suonerebbero mai all'unisono?

Una simpatica immagine: il presidente D'Odorico con la mascotte Mr Coq.
Sfidando una mia forma di ritrosia a comparire in televisione (non sono un amante del mezzo e dei dibattiti in video, in genere), ieri sera ho comunque accettato l'invito dell'amico e collega Aldo Mea a partecipare alla trasmissione da lui condotta, "Calcio Lab", su Canale8. Devo ammettere che è stata una fortuna partecipare, perché ho avuto il piacere di conoscere e quindi poter discutere, in modo anche abbastanza animato e non sempre concorde, con il presidente del Gallipoli Calcio, l'imprenditore friulano Daniele D'Odorico, di una sua proposta, quella che potrebbe prevedere una fusione di più realtà locali, fino a dare vita ad un'unica, solida società, una sorta di corazzata calcistica da ribattezzare, magari -è giusto un'ipotesi esplicativa - Salento Fc, o qualcosa del genere. Peraltro, la sua presenza non era prevista. Una visita a sorpresa e quindi ancor più gradita. D'Odorico è letteralmente piombato sulla scena nel bel mezzo di una trasmissione incentrata sulla crescita del Lecce, tanto più che ospite d'onore era, fino a quel momento, il difensore Emanuele Terranova. E dunque, il dibattito s'è improvvisamente infiammato, assumendo una piega inedita e per certi versi accattivante, senza scalette.

D'Odorico è senz'altro personaggio ambizioso, dalla tempra combattiva, un uomo che parla in faccia senza fronzoli e bizantinismi. E sebbene, spesso e volentieri, siano proprio gli estranei a un territorio a saper leggere meglio tra le righe di una determinata realtà sociale, mettendone a nudo problemi e proponendo forme di riscatto e innovazioni (non fosse altro perché si parte da una prospettiva più obiettiva), ritengo che sia comunque ancora un arrivo fin troppo fresco nel Salento. Forse - mi permetto di obiettare - avrebbe dovuto attendere un po', prima di gettare sul tavolo le carte, almeno pubblicamente, lavorando sottobanco per comprendere se esiste terreno fertile sul quale agire. Per quanto suggestiva possa apparire l'idea di un Salento - o di una porzione di Salento - unito sotto un'unica bandiera calcistica, appare infatti difficilmente percorribile. Almeno nell'immediato, sebbene la mente di un imprenditore che ragiona in grande sia sempre più elastica rispetto a quella dei comuni mortali e lo conduca ad osservare il mondo secondo un lato futuribile e soprattutto in funzione dei bilanci (possibilmente in attivo). E', oltretutto, una di quelle idee pericolose, che, se non spiegata bene, specie perché in fase embrionale e ancora sotto forma di proposta da definire sotto tutti i crismi, rischia rendere impopolare il suo propositore. In trasmissione non sono mancati commenti molto perplessi, da parte di alcuni ascoltatori. Ma mi sembra che a D'Odorico piaccia giocare d'azzardo. L'ha dimostrato concretamente imbarcandosi nell'avventura (molto difficile) sulla sponda jonica.

Da dove nasca questa visione, non è un mistero: l'industriale friulano del settore immobiliare che ha deciso di sposare la causa di una salentina balzata all'improvviso agli onori calcistici, lamenta apertamente la scarsa presa del pubblico e l'assenza delle istituzioni. Guardandosi attorno, però, scorge un tessuto imprenditoriale, quello locale, a parole fieramente orgoglioso di se stesso, nei fatti distaccato e diffidente. Come dire: facciate barocche, navate austere. Nulla di nuovo sotto il cielo. Già l'ex presidente Vincenzo Barba era stato messo nelle condizioni di dover mollare la presa per gli eccessivi oneri di un progetto iniziato a diventare troppo caro per le sue tasche, a fronte di un isolamento di cui ha sempre sostenuto di soffrire. Questa, almeno, la motivazione dichiarata e non mi spingo oltre nelle considerazioni, non fosse altro perché ammetto di non conoscere bene la situazione gallipolina come quella leccese. Sette-ottocento spettatori per seguire una squadra in serie B sono, comunque, davvero pochi, la (relativa, molto relativa) distanza fra Gallipoli e Lecce, dove si giocano le gare per l'inadeguatezza del "Bianco", appare, agli occhi di D'Odorico, un falso pretesto e in qualche modo si augura di veder rientrare gli investimenti. Sul piano imprenditoriale, non fa una piega. D'Odorico si aspettava più entusiasmo, ma non è nato ieri e sa anche che il calcio in genere è in crisi, non tira più come un tempo.

Basti pensare al Lecce, società del capoluogo con una storia calcistica elitaria, per il Mezzogiorno, ed un bacino d'utenza indubbiamente più vasto di Gallipoli (ma è lapalissiano). Ieri Aldo Mea, per alcuni istanti, ha fatto scorrere dati che mi hanno lasciato profondamente perplesso: esistono 2mila persone (sinceramente, non mi attendevo così tante) che godono di tessere e tagliandi gratuiti per meriti non meglio specificati: fate conto che ipoteticamente entri gratis l'intera popolazione di un comune quanto Zollino, per intenderci. In tutto ciò, ai ragazzi delle scuole vengono distribuiti da qualche tempo 3mila biglietti, ma su una previsione, per domenica scorsa, di circa 11mila spettatori (considerando, dunque, anche paganti e abbonati) concretamente ce n'erano pressappoco 8mila, in una gara di cartello. Allo stadio ci sono persone che non ci vanno neanche spinte a calci nel sedere, a vedersi la capolista della serie B.

Crisi economica, avversione per il calcio moderno malato di soldi e protagonismo, rapporto sbagliato fra società e televisioni, strapotere di poche capitaliste sulla bistrattata provincia: sul piatto della bilancia potremmo mettere decine di cause e concause, una catena di situazioni che compongono un unico quadro risolvibile nella locuzione: "Disaffezione per il pallone, per quello che è diventato". La serie B, poi è (volutamente) penalizzata da orari e giorni improponibili, che cozzano con la vita reale dei tifosi (prima che consumatori acefali, cittadini con diritti, doveri e sacrosanti bisogni), allontanandoli da stadi comunque obsoleti per tentare di spingerli in modo coatto davanti al tubo catodico.

E dunque, una boutade? Una provocazione? D'Odorico appare piuttosto serio quando sostiene che è necessario unire gli sforzi di una parte di Salento e creare una seconda realtà con un bacino più ampio e maggiori risorse finanziarie. Sembra andare, però, anche contro buonsenso e tradizione, anticipando troppo i tempi. Ed ecco perché un progetto così come proposto, se non raffinato, non attira, anzi, semmai rischia di provocare scintille. L'imprenditore friulano si chiede perché non sia possibile unirsi sotto la bandiera del Salento. In fin dei conti, ha ricordato durante la trasmissione, esiste già un marchio d'area istituzionale, che richiama proprio il Salento. Vero, esiste un marchio, cioè il tentativo di ricomporre sotto un profilo strettamente commerciale un senso d'appartenenza ad una sub-regione: Salento d'Amare è un codice grafico dietro al quale ci sono storia, dialetto, folklore di uno spicchio di terra che non si riconosce del tutto, di certo non in modo univoco, con la Puglia, e che punta all'affermazione di una propria identità. Anche in senso economico. Ma bisogna prima ricordarsi bene cosa rappresenti il Salento e per chi.

Il Salento propriamente detto, come noto, è un'area geografica che non termina in provincia di Lecce, ma che accorpa l'area centro-meridionale della provincia di Brindisi e la zona orientale di quella di Taranto. Il marchio territoriale è un'idea leccese, è vero, ma in fin dei conti è soprattutto nella nostra provincia che vivono la maggior parte dei salentini e quindi era più semplice che tutti vi si riconoscessero (diversamente da Taranto e Brindisi: qui sarebbe stato improponibile, ed è uno dei motivi per cui non piace il nome Grande Salento per quel progetto di unione d'intenti delle tre province). Una squadra che si appropriasse del nome "Salento", rappresentandone però soltanto il Sud della penisola, farebbe storcere il naso a molti. Non mancherebbe più di qualcuno pronto a reclamare che nessuno si può accampare il diritto d'impadronirsi di un valore che appartiene a tutti.

Ma non è solo questo, il punto, quanto la difficoltà assolutamente da non sottovalutare che sussisterebbe nel riunire un bacino composto da tifosi provenienti - proviamo a fare qualche esempio - da Gallipoli, Nardò e Casarano. Non so se un discorso del genere possa toccare anche altre città, ma c'è da ricordare che Gallipoli, Nardò, Virtus Casarano, e ancora, facendo altri esempi, Toma Maglie, Tricase e Pro Italia Galatina, sono tutte società portatrici di una bandiera locale, cittadina, di tradizioni civiche. Il senso di appartenenza al Salento (bene comune) non esclude la rivalità di campanile. Ho fatto in trasmissione l'esempio pratico di Pisa e Livorno. Senz'altro città orgogliosamente toscane, quanto rivali che non si stringeranno mai la mano, addirittura fino a fondersi. Fa parte della tradizione, è anche uno degli aspetti più belli del calcio, la sfida tra "vicini di casa", l'aria del derby. E' così in tutto il mondo. E stiamo parlando comunque di società, tornando a noi, che hanno scritto pagine di storia, anche nelle serie professionistiche, portando con fierezza per l'Italia il nome della propria cittadina. Proprio come fanno oggi i gallipolini. Bello, bellissimo il Salento, l'amiamo tutti, ma lo striscione "Curva Sud Gallipoli" è un inno al legame più stretto, quello con le vie della propria città, come la dice tutta il nome "Ultrà Lecce", e non "Ultrà Salento". Eppure, è il Lecce la massima espressione del Salento, il portabandiera per definizione del Salento. Nessun, però, ha mai sognato anche lontanamente di attribuirsi il nome in forma esclusiva.

Ma io ragiono da tifoso, D'Odorico da imprenditore e condottiero. Romantico è stato il suo riferimento alle Termopili: i greci, divisi in polis antagoniste, accantonarono ogni contrasto nel momento in cui la Grecia rischiò di essere sottomessa ai persiani. Un pugno di spartani, trecento uomini (la storia ci dice con pochi altri alleati) sacrificò la propria vita e resistette sulla costa davanti ad un'orda massiccia d'invasori, nel nome di tutta la Grecia e non più solo della città lacedemone, permettendo al grosso delle truppe di organizzarsi e alla fine di sconfiggere Serse.

D'Odorico come Leonida, pronto a farsi avanti a testa alta nel nome di un Salento unito? Bella impresa, ma lì era in gioco la libertà di un'intera terra, qui si parla giusto di calcio e di sentimenti personali. Non credo che si possa imparare, dall'oggi al domani, ad amare una nuova squadra sorta dal nulla. Si nasce giallorossi per il Lecce o per il Gallipoli, si nasce rossoblù per il Casarano, si nasce granata per il Nardò. La questione è opinabile e di non facile soluzione, mentre è difficile non dare ragione a D'Odorico quando lamenta disattenzione da parte di altri imprenditori. E anche qui, si può chiamare in causa il Lecce, come termine di paragone. Prima dell'avvio del campionato, l'amministratore delegato Claudio Fenucci, interrogato dalla stampa sui motivi dell'assenza di uno sponsor, lamentò che, soprattutto a livello locale, nessuno avesse desiderio di investire. "In fin dei conti, anche in serie B è garantita una certa visibilità", ricordò. Credo che, al di là di varie contestazioni che parte del tifo (forse non a torto) possa manifestare verso il club via Templari (scarsa comunicazione, settore giovanile disgregato dopo i fasti di un tempo, mancato salto di qualità con cessione dei pezzi da novanta senza rinforzi adeguati, specie nel passato, ecc.) di questo debba comunque darne atto.

Se si escludono alcune mosche bianche, imprenditoria locale e sport non sono mai andati troppo d'accordo, in questo Salento amaro, più che d'amare. D'Odorico si sente, dunque, abbandonato come già si sentiva Barba, ma è in buona compagnia. In tanti, qui, hanno sognato di creare cordate per rinvigorirsi e puntare in alto. Finora non si è mai riusciti a trasformare le parole in fatti, e il calcio non è l'unico esempio. Se D'Odorico vorrà sfidare la sorte, con il suo modo di fare schietto e genuino, avrà molto da lavorare. Finora, sembra che stia girando un po' ovunque. Ieri era a Lecce di passaggio, e sempre ieri ha parlato anche con Paride De Masi. "Niente a che vedere con il progetto", ha però detto. "Un incontro fra amici". Chissà. Per ora, da salentini, ci accontenteremmo di vedere Gallipoli e Lecce raggiungere i propri obiettivi. Tutti fieri del proprio nome, nel segno della stessa terra. Sognando un risveglio dell'interesse generale per permettere la crescita di ogni singola realtà.


Nota: sul caso è arrivato in serata anche un comunicato della Curva Sud di Gallipoli. I tifosi rispondono al presidente, che già ieri, come detto, aveva lanciato in televisione la sua sfida. Alleghiamo la nota per intero.

Comunicato_Curva_Sud_17_11_09

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