Martedì, 15 Giugno 2021
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I fischi dalle tribune e il sostegno della curva. Il rischio di un vecchio vizio leccese: pretendere a priori

A margine della grande rimonta del Lecce, restano le perplessità per un atteggiamento di scarsa maturità e consapevolezza di ciò che la squadra sta facendo

La Curva Nord, nella gara contro il Livorno.

LECCE – La trascinante rimonta del Lecce ai danni del Livorno ha mantenuto intatta la prospettiva di rimanere a ridosso di Brescia e Palermo. Il sogno ad occhi aperti dunque continua grazie al gol di La Mantia al 92’, autore di un gesto da autentico rapace dell’area di rigore.

E se l’euforia per aver ribaltato il risultato ha spazzato il cielo dei pensieri dalle nubi che si erano addensate dopo il primo tempo, non è venuta del tutto meno quella sensazione di imbarazzo e di disagio provata quando dalle due tribune sono iniziati a piovere fischi e imprecazioni. Al rientro delle squadre negli spogliatoi dopo i primi 45 minuti, tanta era infatti la delusione di una parte del pubblico che sembrava quasi che il Lecce annaspasse malamente in zona retrocessione.

Eppure il rendimento della squadra fino a questo momento è stato estremamente positivo, sorprendente ed entusiasmante e le mosse fatte dalla società di via Costadura nella sessione invernale del mercato sono state portate a termine con l’intento di assicurare a mister Liverani qualcosa in più e non certo per fare cassa, come pure sarebbe stato possibile cedendo Lucioni e Mancosu. Alla luce di queste premesse i fischi registrati nel momento in cui Arrigoni e compagni sbattevano contro i propri errori sono stati ingenerosi, anzi ingiusti. Per fortuna la Curva Nord ha squarciato l'atteggiamento punitivo con un sostegno massiccio e continuo che ha dato la scossa non solo ai calciatori ma anche ad un ambiente che ha dimostrato di poter cadere nell’antico vizio di pretendere che gli sia sempre dovuto vincere i campionati e giocare bene.

In questa sede non si tratta di sottolineare l’aspetto "romantico" degli ultras, legato a un certo modo di essere sugli spalti, quanto la consapevolezza che in quei cori di incoraggiamento c’era tutta la gratitudine di una tifoseria che riconosce al gruppo non solo il fatto di aver onorato la maglia con un torneo al di sopra di ogni aspettativa, ma anche il diritto a steccare una partita: può succedere, punto. Di questo stiamo parlando, dell’eventualità di fallire, di non essere nella migliore giornata. Non serve nemmeno tirare in ballo le attenuanti dovute alle pesanti assenze con cui il tecnico ha dovuto fare i conti o alla striscia positiva del Livorno, che arrivava dopo otto turni senza sconfitte.

È il caso di ricordare ancora una volta, proprio nel momento in cui il campionato si avvia alle fasi decisive e ogni risultato potrebbe fare la differenza, che diritti acquisiti non ce ne sono. Il concetto, del resto, è stato ben spiegato da Liverani sin dal giorno della sua presentazione, un anno e mezzo fa. Lui è uno che di calcio se ne intende, così come di piazze esigenti. Trasformare il sogno della promozione in una ossessione è infatti il peggiore errore che si possa commettere. Il segreto, fino a questo momento, è stato vivere alla giornata, alzare l’asticella solo con cognizione di causa, in base ai fatti e non alle chiacchiere.

Fischiare un calciatore per un dribbling di troppo o per un passaggio sbagliato significa sabotare le fondamenta sulle quali il Lecce sta costruendo la consapevolezza di sé: si parla di una squadra che non doveva vincere il campionato ma che invece, dopo circa due terzi di stagione, può vincerlo. E se anche non dovesse farcela, perché altri saranno più forti o semplicemente perché commetteranno meno errori, sarà stato bello lo stesso. Questo Lecce è da applausi, lasciamolo giocare e stupirci ancora.

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