Quanto conta ancora il regolamento nel calcio? Alcune buone ragioni per dubitarne

L'episodio del gol annullato in Lazio-Lecce, date le norme federali e tutti gli atti relativi, legittima la civile ma ferma protesta del presidente Sticchi Damiani. Anche se in molti minimizzano l'accaduto

Conciliabolo attorno all'arbitro nell'episodio del rigore assegnato al Lecce.

LECCE – Essere di parte non è un’accusa, ma un riconoscimento quando si sostengono posizioni  supportate da argomenti, nonostante l’opinione mainstream – quella di trasmissioni tv a diffusione nazionale e di testate cartacee storiche e autorevoli – vada in direzione contraria.

Sulla decisione che ha portato all’annullamento in Lazio-Lecce della rete di Lapadula, che aveva ribattuto in rete la respinta del portiere Strakosha su calcio di rigore di Babacar, sono state dette molte cose: se alcune sono plausibili, la maggior parte sono forzature anche estreme che un addetto ai lavori dovrebbe saper soppesare e non ripetere a pappagallo. 

Partiamo dalla pietra miliare, il regolamento della Figc, che è la Costituzione del calcio, non un’opinione. Il documento è disponibile a questo link. Da pagina 114 a 118 si disciplina la fattispecie “Il calcio di rigore”. Il paragrafo 2 lettera C  recita nella prima parte: “uno o più calciatori di ciascuna squadra infrangono le Regole del Gioco, il calcio di rigore dovrà essere ripetuto, a meno che un calciatore commetta un’infrazione più grave (ad esempio, fa una finta irregolare)”. Poi il comma prosegue regolando l’ipotesi per cui a commettere infrazione siano allo stesso tempo il portiere e colui che calcia il penalty.

Non ci può essere dubbio sul fatto che i due/tre laziali, sfilando davanti all'arbitro Manganiello, commettano una infrazione chiara, almeno uguale a quella che viene contestata a Lapadula (che però è sul limite della linea quando gli avversari sono già di gran lunga dentro). Qualcuno ha detto e scritto che la guida pratica dell’Associazione Italiana Arbitri legittimi l’annullamento. Anche qui, basta andare sul testo (ognuna delle 17 regole della Figc è seguita da una guida pratica che fornisce indicazioni): nei sei punti di approfondimento non c’è nulla al riguardo né la tabella riassuntiva della regola 14 specifica altro (la previsione, nella lettera C, appare molto chiara: invasione contestuale da parte di almeno uno o più elementi di ciascuna squadra porta alla ripetizione).

Un’altra argomentazione difensiva richiama il “Protocollo Var”, che integra il regolamento al pari della guida pratica. Punto uno: quando interviene il Var? In caso di “chiaro ed evidente errore” o di “grave episodio non visto” in relazione a quattro ben precise situazioni di gioco: rete segnata o non segnata; calcio di rigore/non calcio di rigore; espulsione diretta; scambio di identità. In questi casi il controllo è automatico: il Var dice all’arbitro quello che vede ma non può suggerire la decisione. Il direttore di gara ha la piena facoltà di vedere egli stesso le immagini sul monitor.

Perché Pairetto non dice allora che ben prima di Lapadula ci sono due, tre laziali in area? Perché Manganiello non si reca al monitor? Qui subentra la versione che Nicola Rizzoli, designatore degli arbitri, diffonde a fine a gara affinché le trasmissioni sportive ne diano conto: per “prassi” viene considerata più grave l’invasione del calciatore che trae vantaggio dall’infrazione (in questo caso Lapadula). Bisogna a questo punto fare un altro passaggio formale risalento alla circolare numero 1 del giugno scorso “Modifiche alle regole del gioco in vigore dalla stagione 2019/2020” per come approvate dall’International Football Association Board nell’assemblea annuale (marzo).

La prima considerazione è che le uniche due modifiche indicate per la regola 14, quella del calcio di rigore, riguardano la posizione del portiere (che può mantenere un solo piede sulla linea muovendo l’altro) e la possibilità di adottare provvedimenti disciplinari se dopo il fischio dell’arbitro il rigore non viene eseguito. Non cambia nulla, dunque, rispetto al comma C.

È nel paragrafo “Protocollo Var” che compare la novità che per alcuni legittimerebbe l’annullamento del gol nel caso di Lazio-Lecce: in caso di “chiaro ed evidente errore” o “grave episodio non visto”, tra le decisioni che possono essere riviste dal Var è prevista l’ipotesi di “ingresso in area da parte di un attaccante o di un difensore che viene poi direttamente coinvolto nel gioco se il pallone rimbalza da palo, traversa o portiere”. Appare chiaro che, in questo caso, ci si riferisce al caso che sia un calciatore (non visto dall'arbitro) a tentare la furbata, salvando un gol o realizzandolo. Ma cosa succede se l’ingresso in area è di un attaccante ma anche di un difensore (o più attaccanti e più difensori)? Deve essere una domanda che la classe arbitrale si è posta, anche sulla scorta di ciò che si vede in campo ogni turno di campionato. Ecco, infatti, che la prassi cui si riferisce Rizzoli prende forma: si tende a penalizzare chi trae il maggior vantaggio dall’infrazione. Ma non esiste codificazione di questa ulteriore linea interpretativa, né una qualche validazione che possa autorizzare una modifica al regolamento. Se ci fosse stata, questo articolo non ci sarebbe stato e lo stesso presidente del Lecce, Saverio Sticchi Damiani, probabilmente non si sarebbe esposto tanto.

Non è finita: l’argomentazione più demagogica di tutte è stata quella relativa all’inesistenza del rigore concesso per fallo su Mancosu, come se la teoria della “compensazione” potesse avere un qualche valore di regola. A ben vedere, se vogliamo dirla tutta, si tratta di un episodio che aggrava il giudizio di insufficienza per arbitro e Var: il primo concede la massima punizione, il secondo (come è stato chiarito prima, deve farlo automaticamente) controlla l’azione. È pacifico che Pairetto non abbia ravvisato un “chiaro ed evidente errore” e che Manganiello abbia giudicato il contatto (lieve, ma oggettivo) frutto di una negligenza di Milinkovic Savic (sono tre i criteri di cui tener conto: negligenza, imprudenza, vigoria sproporzionata). Anche qui, il Var avrebbe potuto suggerire l’avvio del procedimento di revisione e l’arbitro affidarsi a una valutazione più serena davanti al monitor. Non l'ha fatto.

Infine il rigore per tocco di Calderoni col braccio: la decisione si inserisce proprio nel quadro delle  precisazioni contenute nella circolare numero 1 del settore tecnico arbitrale, ma lascia comunque un certo margine a dubbi perché il difensore è sbilanciato dall’impatto con Milinkovic Savic e dopo il contatto tra palla e braccio rotola a terra malamente. Anche qui è il Var che precipita la situazione, avendo invece Manganiello indicato la rimessa dal fondo: ma si può considerare il tocco del numero 27 giallorosso un grave episodio non visto? E perché non si risolve la questione con la visione diretta da parte del direttore di gara? Può a Manganiello essere stato sufficiente sentirsi dire che c'era stato un netto contatto tra pallone e avambraccio nonostante l'evidente precario equilibrio? Anche su questo episodio è radicata la convinzione quasi di una inversione di ruoli e responsabilità, come in quello del gol annullato.

Troppe, insomma, le ombre che la partita dell’Olimpico ha lasciato come eredità. Nella confusione che le interpretazioni arbitrali stanno creando non si può fare a meno di rivendicare il rispetto del regolamento come fonte primaria di un gioco dove le norme sono garanzia per tutti. Non dovrebbe toccare a un giornale di provincia chiedere chiarezza, ma il coro quasi unanime dei narratori di questo circo, sempre molto propensi alle versioni ufficiali, non poteva rimanere senza una risposta ancorata ai documenti. Non c'è la pretesa di insegnare nulla a nessuno, ma la richiesta, accorata, di fermarsi a ragionare, con serietà: o si modifica il regolamento o si riallinea l'interpretazione alla lettera del testo. In mezzo a queste due strade c'è un baratro, soprattutto a livello di credibilità.

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