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La rincorsa? Un incubo: "Romazzoleni" batte Lecce 3-2

Per la seconda volta consecutiva un arbitraggio influisce in maniera determinante, e negativa, sulle sorti del Lecce, costretto a soccombere nonostante una bella rimonta con Munari e Papadopoulos

Lo stadio Olimpico di Roma.-4

Per tutta la stagione il Lecce s'è tirato da solo dolenti martellate nelle ginocchia, crollando in classifica e fallendo tutti gli agganci che il fato ha messo lì, nel momento propizio, per le proprie, incolmabili lacune. Il quadro è chiaro, fin troppo. Chi non sa cogliere le occasioni ha il destino mezzo segnato e additare la classe arbitrale sarebbe opera superficiale e partigiana, di fronte alle responsabilità societarie per un'annata tenuta ora in piedi con lo spago dell'algebra. Resta un fatto, però: in questo desolante finale i salentini stanno scoprendo anche la sofferenza concreta inferta con chirurgica sistematicità alle vittime votate al sacrificio. Ed ecco che dopo l'indicibile designazione di Dondarini, arriva la snervante prova di Mazzoleni, sulla quale il club di via Templari si è finalmente esposto, tramite una dura dichiarazione del vicepresidente Mario Moroni, che ha parlato di atteggiamento irridente da parte del direttore di gara.

Le conferme sono sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo di raziocinio. Specie nella ripresa, Mazzoleni fischia a senso unico per la Roma, punisce ogni peccato veniale del Lecce, sorvola spesso sui falli dei padroni di casa, caccia Ariatti con un rosso diretto (l'entrata su Pizarro è molto dura, ad onor del vero, ma non c'è pietà per una squadra indigente e che lotta a denti stretti), prima ancora concede con superlativa grazia un rigore che definire dubbio sarebbe riduttivo a mister volo-d'angelo-Baptista, infine condisce la torta con la fatidica ciliegina: appena tre minuti di recupero e cronometro che si ferma con la fiscale puntualità di un treno svizzero giusto quando i giallorossi ospiti tentano l'ultimo assalto all'arma bianca e già si trovano alle soglie dell'area di rigore. Se non è malafede, è dilettantismo.

Finisce così 3 a 2 per la Roma una gara, disputata sotto la pioggia, che i capitolini meriterebbero di vincere a mani basse se il triplice fischio giungesse dopo mezzora di gioco, ovvero il tempo in cui dura l'effettiva, cristallina e innegabile supremazia degli uomini agli ordini di Spalletti. Ma quando il Lecce tira fuori la testa dal guscio e Munari, fortunosamente, si ritrova tra i piedi la palla che dimezza lo svantaggio, improvvisamente la Roma ricorda di avere almeno sei uomini di punta in meno in campo, s'ingrigisce e soffre il ritorno dei ragazzi di De Canio, sospinti da un Zanchetta in forma come non si vedeva da tempo e capace di infilare all'interno dell'area più di un pallone accattivante. La sensazione è che senza il dono formato rigore, ratificato dalla successiva espulsione, la Roma difficilmente avrebbe guadagnato terreno contro una squadra che, sospinta da un rinnovato entusiasmo, avrebbe potuto persino cavalcare l'onda fino ad una clamorosa vittoria. Perché la paura della Roma quasi si annusa, quando Papadopoulos infila Arthur, il vice-Doni, con un perfetto diagonale, sigillando con il pareggio una rimonta gestita con sufficiente intelligenza tattica, senza, cioè, calcare la mano e farsi prendere dalla consueta, sciagurata fretta.

Gigi De Canio arriva all'Olimpico privo di Giacomazzi, Antunes e Angelo, senza considerare Cacia, e deve reinventare soprattutto il centrocampo, scegliendo, in partenza, quel guardingo 4-4-1-1 fruttuoso per 90 minuti al San Siro: Benussi in porta; Polenghi, Fabiano, Esposito e Giuliatto in difesa; Munari, Edinho, Zanchetta e Ariatti a centrocampo; Caserta alle spalle di Tiribocchi. Questa la formazione di base, ma, se possibile, visto il divario tecnico, peggiori sono i guai della Roma, che deve fare a meno di Cicinho, Vucinic, Aquilani, Doni, Juan, Menez, Taddei e Mexes. In campo, schierati con il 4-2-3-1, scendono dunque: Arthur, Motta, Diamoutene, Riise, Tonetto, De Rossi, Pizarro, Perrotta, Brighi, Baptista e Totti. L'avvio dei padroni di casa, che devono ancora digerire il pesante polpettone del derby, è deciso e rabbioso, anche perché il Lecce è affetto da un lacerante immobilismo che trova le sue falle più vistose nelle retrovie. Non passa che un minuto, e già De Rossi scende senza ostacoli verso la porta, scoccando una legnata che Benussi deve deviare al lato. Le prove tecniche di gol durano giusto lo spazio di qualche secondo, perché, subito dopo, Mazzoleni giudica da punizione un'entrata di Esposito su Brighi, in realtà inesistente: ed è la prima "frittata". Sul pallone Baptista, il quale scaglia un fendente che il portiere del Lecce devia malamente al centro dell'area: Totti brucia Giuliatto e di piatto infila in rete.

La riposta dei salentini è poco frizzante, ed affidata al 5' ad un tiraccio di Caserta dalla distanza che sorvola la traversa, dopo una corta respinta dell'ex Diamoutene su lancio di Zanchetta. Una disdetta doppia, perché non solo la palla si spegne sul fondo, ma il centrocampista avanzato s'infortuna ed è costretto ad abdicare per Papadopoulos. Ma il greco fatica ad entrare in partita, così come tutta la squadra, e la Roma continua a comandare le operazioni, fra scambi in rapidità di prima, buone triangolazioni e qualche serpentina di De Rossi che Fabiano deve bloccare con qualche affanno. La dimensione sembra quasi quella di una gara di allenamento, con il Lecce destinato a soccombere sotto una valanga di reti, tanto più che al 12' è già l'ora del raddoppio: Motta scende come un falco sulla destra, trova in Giuliatto un ostacolo facilmente sormontabile e spedisce al centro dell'area un pallone sul quale i centrali leccesi dormono. Brighi può infilare in rete anticipando la disperata uscita di Benussi. Polenghi funge da inutile sponda sulla linea.

Il raddoppio innervosisce il Lecce, e Zanchetta ne fa le spese: giallo per un'entrata su Totti da dietro. Manca la convinzione, nei salentini, e così la Roma continua a passeggiare sulle fasce e per vie centrali: al 20' Benussi respinge con i pugni una bordata di Totti, un minuto dopo Baptista ci prova invano da fuori ed al 23' sfuma di un soffio quella terza rete che chiuderebbe virtualmente il match. Totti serve un morbido assist per la testa di Baptista, Polenghi è in ritardo ed il brasiliano può schiacciare di testa un pallone che gira attorno al secondo palo. La prima, vera chance degli ospiti arriva al 25', quando Zanchetta innesca Munari, che anticipa Tonetto e batte di testa al lato di un soffio. E' il primo afflato di una voglia di riscatto che si rende concreta alla mezzora. Edinho, da sinistra, cambia improvvisamente gioco, servendo Polenghi defilato sulla corsia opposta: il terzino raccoglie l'invito e crossa, male, però, in mezzo per Tiribocchi. De Rossi è in netto anticipo, ma la palla gli rimbalza truffaldina sul corpo e si trasforma in un assist in avanti per Munari, al quale non resta che battere di piatto, peraltro con un tiro sporco, il portiere romanista in uscita. La Roma sembra soffrire molto questa fiammata: abbassa il ritmo e si limita a controllare fino al termine della prima frazione, contenendo ulteriori, possibili danni.

La ripresa si apre senza cambi, ma con una Roma decisamente sottotono. Il Lecce inizia a crescere, prende possesso del centrocampo, abbozza qualche tentativo di contropiede ed alla fine trova il varco giusto per il pareggio grazie ad un taglio preciso di Tiribocchi verso Papadopoulos, che incrocia bene il rasoterra e lascia Arthur e tutto l'Olimpico impietriti. E' il 2 a 2, che per il greco rappresenta anche il primo gol nel campionato italiano. Ma le sue lacrime di gioia si trasformano in pianto amaro quando Mazzoleni compie il "miracolo" di accordare il più invisibile dei calci di rigore, peraltro appostato in posizione ottimale per giudicare in modo efficace: Baptista raccoglie un pallone al limite e parte all'assedio dello specchio; davanti a lui si para Edinho. Il brasiliano della Roma si avvita in aria e piomba a terra prima ancora di sfiorare la coscia del suo connazionale del Lecce, e l'arbitro accorda l'insensato penalty. E' il 58' quando dal dischetto si presenta capitan Totti: rincorsa lunga, rallentamento, scatto e oplà, Benussi da una parte, pallone dall'altro.

Per il Lecce, reduce dal trauma post-Sampdoria, potrebbe essere tuffo negli oscuri meandri della psiche. E invece, i giallorossi sono abili nel non cadere in depressione e a tentare di riprendersi la gara, magari con gli interessi. Ma Arthur al 61' vola sotto l'incrocio, intercettando una cannonata su punizione di Zanchetta, Fabiano spedisce fuori, di testa, da ottima posizione un pallone battuto da Giuliatto dal corner di sinistra e Konan, nel frattempo subentrato ad Edinho, tenta invano, ispirato da Zanchetta, di liberarsi di Motta, dopo averlo inizialmente aggirato: Arthur può recuperare. Si è ormai alle soglie del 70', la stanchezza si mescola alla frustrazione ed Ariatti entra a "martello" su Pizarro, a centrocampo, inducendo Mazzoleni ad estrarre il rosso. De Canio corre ai ripari richiamando Tiribocchi ed inserendo Ardito.

Solo con il vantaggio numerico la Roma ritrova vivacità, guadagna una serie di angoli, quindi sfiora la quarta marcatura con uno degli ex di turno, Tonetto: Totti, al 78', lo serve in piena area con un delizioso colpo di tacco, l'esterno sinistro spara sul fondo della rete, dando l'illusione del gol. Nel finale Cassetti rileva Baptista e Montella entra per Totti. L'ultima occasione è però ancora per il Lecce, ed arriva al primo minuto di recupero, quando, sul solito lancio di Zanchetta, Polenghi crossa al centro dell'area un pallone che Tonetto "sporca", deviandolo inavvertitamente e costringendo Arthur a tuffarsi, rifugiandosi in angolo. Ci sarebbe, per la verità, un'ultima occasione, ma Mazzoleni fischia "opportunamente" la fine dei giochi giusto quando Papadopoulos raccoglie dalle retrovie un buon servizio e si trova al limite dell'area, con le spalle alla porta, pronto a girarsi per l'involata dell'"o la va o la spacca". Niente da fare, Romazzoleni batte Lecce 3 a 2.

Il Lecce esce ingiustamente punito da una partita sulla carta difficile, nonostante le tante defezioni dei capitolini: concede mezzora alla Roma, poi ritesse le fila del suo destino e prova a dare una risposta di vitalità, pur non scoprendo eccessivamente il fianco. Di certo, paga a caro prezzo diverse sviste difensive della prima parte di gara, prima di tirare fuori gli artigli. La salvezza resta sempre una chimera, e sugli ultimi casi, non resta che una considerazione: se dovesse essere serie B, la colpa non sarebbe certo di Dondarini o Mazzoleni. Ma se in giro ci fossero più professionalità e serietà, il calcio sarebbe ancora uno sport rispettabile, piuttosto che un'immensa burla dai contorni tragicomici, condita da fin troppi ed evidenti interessi di bottega ed intrecci da operetta che lo rendono ormai un baraccone svuotato di ogni credibilità.

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