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Lepore con la maglia numero 13, in memoria di Astori.

Lepore con la maglia numero 13, in memoria di Astori.

Astori, il capitano della normalità: un modello scoperto dopo la tragedia

Il silenzio in memoria del capitano della Fiorentina ha avvolto completamente il Via del Mare. Nella triste vicenda gli elementi per un ripensamento del calcio italiano e del giornalismo sportivo

LECCE - Il minuto di raccoglimento per Davide Astori, il capitano della Fiorentina deceduto nella sua camera d'albergo prima della partita con l'Udinese, ha avvolto il Via del Mare in un silenzio quasi totale, rotto solo dalla voce innocente di qualche bimbo. Gli applausi che di solito accompagnano lo scorrere delle lancette, questa volta hanno lasciato spazio ad una compostezza profonda, come del resto dovrebbe essere in tutte le circostanze commemorative.

A Lecce come nel resto d'Italia si sono fermati i cori, ma non i pensieri: chi era Astori lo abbiamo scoperto in molti solo dopo la tragedia che lo ha strappato innanzitutto al grande amore della moglie e della figlia. Un ragazzo normale, educato, alla mano, autorevole, senza grilli per la testa. Sicuramente un antidivo e per questo molto lontano dal prototipo preferito dal grande pubblico che cerca sempre idoli da adorare, creste e tatuaggi da imitare, eccessi comportamentali da prendere ad esempio. Di tragedie nel mondo del calcio ce ne sono state tante, purtroppo, dal Grande Toro di Superga a Gaetano Scirea, ma anche in tempi recenti: basti pensare a Piermario Morosini, un altro straordinario ragazzo (e senza mai dimenticare i nostri Michele Lorusso e Ciro Pezzella che persero la vita nel 1983 in un incidente stradale, ma i compagni che erano già in ritiro a Varese furono costretti a scendere ugualmente in campo il giorno dopo). 

Però, superato lo sgomento e l'emotività, tutto il grande circo ha sempre ricominciato a girare come prima, anzi più di prima, sospinto da sponsor aggressivi e diritti televisivi da capogiro. Se solo il calcio italiano traesse questa volta l'insegnamento della sobrietà, farebbe un passo in avanti. Ma anche il giornalismo sportivo ha molto da riflettere, essendo sempre più incline al sensazionalismo: in quasi tutte le trasmissioni sportive le donne sono sempre molto belle, gli opinionisti personaggi e i toni spesso inutilmente polemici. Tutti ingredienti che in termini di audience pagano più delle discussioni pacate, dei ragionamenti tecnici, del senso della misura, delle imperfezioni estetiche e di un abbigliamento casual.

Storie come quelle del capitano della Fiorentina, in realtà, ce ne sono molte in giro per lo Stivale, però non sono attraenti, anzi piuttosto noiose per i canoni contemporanei delle narrazioni sportive. Iniziare a raccontarle, a renderle unità di misura e non eccezioni e ridefinire i modelli comunicativi sarebbe forse un atto di dignità per la professione: se poi l'editore spinge per il gossip e per la caciara, si può sempre dire "no grazie, avanti un altro". 

Ciao Davide, uomo come tanti.

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