Casarano

Uccise a coltellate la moglie del presunto pedofilo. Respinta la richiesta di grazia

E' stata respinta la richiesta di grazia presentata da Simona D'Aquino, la donna che nel 2007 accoltellò a morte Jolanda Provenzano. La vittima era la moglie di Luigi Compagnone, accusato di aver abusato del figlio della D'Aquino

 

 

LECCE – E’ stata respinta la richiesta di grazia presentata da Simona D’Aquino, la donna originaria di Casarano che nel novembre del 2007 accoltellò a morte Jolanda Provenzano. La vittima era la moglie di Luigi Compagnone, il sarto 84enne di Parabita accusato di aver ripetutamente abusato del figlio della D’Aquino quando aveva appena sette anni. Nell'occasione rimase gravemente ferito anche lo stesso Compagnone, vittima a sua volta, nel settembre 2009, di una brutale rapina e di un'aggressione in perfetto stile Arancia meccanica. Una storia che ha dunque già avuto un tragico epilogo, lasciando un segno indelebile nella vita delle due famiglie.

La donna è stata condannata con rito abbreviato a sette anni di reclusione, con sentenza poi confermata anche in Cassazione. A settembre 2010 i legali della donna, gli avvocati Luigi Corvaglia e Francesca Conte, hanno presentato domanda di grazia, indirizzando un'accorata richiesta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiedendogli di esercitare uno dei poteri legati alla sua carica, quello di concedere la grazia, appunto, che gli sono propri.

“Chi Le scrive – si leggeva nella lettera – è una moglie e una madre disperata che in un attimo ha visto distrutti i sogni e i sacrifici della propria vita e di quella della sua famiglia a causa delle gravi condotte delittuose poste in essere da un uomo senza scrupoli, il signor Luigi Compagnone che non ha esitato ad abusare sessualmente di suo figlio all'epoca dei fatti di appena sette anni, col concorso della di lui moglie e maestra di doposcuola di mio figlio, Jolanda Provenzano”. “A seguito degli orrori perpetrati in danno di mio figlio – spiegava la D’Aquino – mi sono resa responsabile dei reati più efferati che un essere umano possa commettere e che mai avrei pensato di poter porre in essere: ho soppresso una vita umana ed ho tentato di sopprimerne un'altra. Mi rivolgo a Lei non solo nella qualità di Capo di Stato ma soprattutto di uomo che col proprio cuore, simile a quello di ogni genitore che ama i propri figli, può superare ogni limite imposto dalle leggi terrene per concedere al piccolo la possibilità di non perdere la madre in un momento così delicato della sua vita”. Un’accorata richiesta che non ha però trovato riscontro.

Luigi Compagnone, accusato di aver ripetutamente abusato del figlio della D’Aquino, è stato condannato in appello a dieci anni di reclusione. Quella che ha visto come protagonista Compagnone è una torbida vicenda fatta di presunte molestie consumate tra le mura dell'abitazione dell'uomo in via dei Mille, ribattezzata la “casa degli orrori”, dove il piccolo si recava a lezione proprio dalla moglie dell'imputato.

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