Sabato, 19 Giugno 2021
Gallipoli

"Baia Verde", un processo che svelerà i meccanismi della nuova Scu

Si aprirà martedì il giudizio in abbreviato per alcuni fra i coinvolti. L'inchiesta, che nei giorni scorsi ha portato all'ulteriore sequestro di beni, ha delineato l'avvicendamento generazionale alla guida del clan e la scalata imprenditoriale basata su consenso e omertà

GALLIPOLI – Quello dei Padovano è un cognome che ha segnato la storia, non solo criminale, di Gallipoli e del Salento. L'esistenza del clan Padovano, operante a Gallipoli e nei paesi limitrofi, è stata dimostrata da numerose sentenze ormai irrevocabili, che hanno documentato la nascita del sodalizio mafioso dalla metà degli anni '80. Il clan si sviluppò attorno alla figura carismatica di Salvatore Padovano, legato alla figura di Luigi Giannelli. I due, già affiliati alla Sacra corona unita di Pino Rogoli, operarono a capo dei rispettivi gruppi, dominando le attività illecite nel basso Salento. Dopo la morte di Dodaro e la guerra tra i gruppi “De Tommasi” e “Tornese”, i Padovano strinsero un’alleanza di ferro con questi ultimi che, raccontano le inchieste giudiziarie recenti, è rimasto sino a oggi.

La lotta fratricida tra i due fratelli Salvatore e Rosario, con il primo caduto su mandato del secondo (condannato all’ergastolo), ha segnato le sorti e la storia del sodalizio. L'operazione “Baia Verde”, scattata nel luglio del 2014, ha dimostrato come alla guida dei clan vi sia ormai la seconda generazione delle famiglie della Scu, da sempre legate a vincoli di stretta parentela e di nepotismo. Furono quindici le ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal gip Giovanni Gallo su richiesta della Dda di Lecce (nell'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Antonio De Donno) ad altrettanti presunti appartenenti al clan Padovano (nome storico della Scu) e ad altri gruppi mafiosi della frangia salentina. Le indagini partirono da una rapina dalle modalità tanto cruente quanto anomale, quella messa a segno alla discoteca Praja di Gallipoli. Una rapina organizzata e commissionata per screditare e indebolire un'agenzia investigativa napoletana con un referente gallipolino, cui era affidata l'attività di security.

Martedì, a distanza di pochi giorni dall’ultima operazione, che ha portato al sequestro di beni per oltre un milione di euro, quell’inchiesta approderà per la prima volta in aula, dinanzi al gup Stefano Sernia, per i 14 imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra questi spicca il nome di Angelo Padovano (figlio di Salvatore). Padovano, assistito dall’avvocato Francesco Cazzato, è ritenuto dagli inquirenti il promotore della presunta organizzazione. Abbreviato anche per Gabriele Cardellini, 31enne di Gallipoli, assistito dall’avvocato Giampiero Tramacere. Il 5 ottobre, invece, si aprirà il giudizio ordinario a carico di Amerigo Liaci, 33 anni, di Gallipoli; Giovanni Rizzo, 46 anni, nato a Zurigo e residente a Taviano; Luca Tomasi, 41enne nato a Lucca e residente a Carpignano Salentino; Sergio Palazzo, 34 anni di Lecce; e Luigi Leo. Nel collegio difensivo anche gli avvocati Antonio Savoia, Luigi e Alberto Corvaglia, Francesco Fasano, Biagio Palamà e Luigi Suez. Eugenio Corchia, una delle quattro persone colpite dall’ultimo sequestro di beni, ha scelto di patteggiare.

L’operazione “Baia Verde”, condotta dai carabinieri del Ros di Lecce, al comando del colonnello Paolo Vincenzoni, con i colleghi della compagnia di Gallipoli (guidata dal capitano Michele Maselli) ha documentato anche il processo di trasformazione del clan. “L’imposizione ai lidi balneari è significativa della prepotenza e dell’assoluto controllo criminale del territorio da parte del gruppo criminale proprio in considerazione del fatto che avviene silenziosamente, attraverso il “tranquillo” e “indolore adeguamento degli imprenditori all’indicazione proveniente dal clan e l’immediata sottoscrizione del contratto con la nuova agenzia, gradita a chi controlla il territorio”. E’ questo uno dei passaggi più importanti della corposa ordinanza (oltre 200 pagine) con cui il gip Giovanni Gallo aveva emesso le 15 misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati, per “associazione mafiosa”, “estorsioni aggravate dal metodo mafioso” e “spaccio di stupefacenti”. Al centro delle indagini le infiltrazioni nel tessuto economico dell’area, con ingenti interessi in particolare nel settore turistico balneare. Un’ordinanza che analizzava in maniera profonda e analitica il tentativo di scalata imprenditoriale di uno dei clan storici della cosiddetta quarta mafia. Uno scenario omertoso quello disegnato dal gip, in cui gli imprenditori sembrano piegarsi al volere delle organizzazioni criminali, senza mai denunciare e accusare i presunti estorsori, preferendo fare riferimento a “ragioni di opportunità”.

Il gip parlava di “un vero e proprio salto di qualità della criminalità locale, che non si limita a taglieggiare gli imprenditori balneari, ma che riesce a estromettere dal campo gli imprenditori sgraditi”, “non disdegnando, per raggiungere i propri obiettivi, di fare pressioni sulle amministrazioni pubbliche, come dimostrano in maniera eclatante le intimidazioni subite dal sindaco di Gallipoli”

Quella della costa jonica, da sempre spazzato dai venti e dalle bramosie criminali, si dimostra ancora una volta ad alto rischio di infiltrazione mafiosa, in cui, conclude il gip, il “silenzioso e meccanico adeguamento degli imprenditori balneari all’indicazione proveniente dal clan padovano costituisce l’elemento più preoccupante in quanto chiarisce che, come accade nelle vicende tipicamente mafiose, l’intimidazione del gruppo criminale si estrinseca in un sentimento diffuso e avvertibile nella popolazione che, consapevole delle violenze o minacce perpetrate nel passato, vive in uno stato di assoggettamento che rende inutili atti di violenza”.

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